Vandana Shiva e la democrazia dell’acqua

Con un articolo pubblicato in grande evidenza su la Repubblica, Vandana Shiva propone la sua analisi sulla scarsità delle risorse idriche e avanza l’idea per risolvere uno dei problemi più drammatici che ancora oggi colpisce milioni di persone al mondo. Secondo questa nota ambientalista di origine indiana, leader dei movimenti dell’ecologia sociale e vicepresidente di Slow Food, la causa della scarsità di risorse idriche non sarebbe naturale, ma essenzialmente economica. Imputato principale è, ovviamente, “l’economia globalizzata [che] trasforma sempre più la definizione dell’acqua da proprietà comune a bene privato, da estrarre e rintracciare senza limiti”. Temi questi, in perfetta sintonia con i movimenti referendari italiani che si oppongono alla cosiddetta “privatizzazione dell’acqua”. Ma Vandana Shiva non si limita alla critica, e avanza la sua ricetta: “Dal momento che l'acqua cade sulla terra in modo disomogeneo, dal momento che ogni essere vivente ha bisogno dell'acqua, la gestione decentralizzata e la proprietà democratica sono gli unici sistemi efficienti, sostenibili ed equi per il sostentamento di tutti.”

Seguendo questo ragionamento è dunque naturale che le donne del Gabra, una regione settentrionale del Kenia, debbano trascorrere cinque ore al giorno a trasportare acqua dalle fonti lontane al proprio villaggio. Oppure che i bambini delle baraccopoli di Luanda, in Angola, vendano piccoli sacchetti d’acqua potabile, essendo le fonti locali così inquinate da avere provocato una epidemia di colera. Seguendo questo ragionamento non si capisce, inoltre, come mai il 20% della popolazione mondiale (1,2 miliardi di persone!) non abbia ancora accesso all’acqua potabile, e che addirittura il 50% viva in aree prive di adeguati sistemi di fognatura e depurazione, il che porta a condizioni igieniche e sanitarie che da sole spiegano 5 milioni di morti all’anno, la maggior parte dei quali bambini. Pare azzardato ritenere che tali situazioni siano causate dalla globalizzazione. Ed è irr

esponsabile ritenere che le soluzioni a problemi di tale portata si possano trovare in una qualche formula di sociologia ambientale. In un recente studio dell’Oecd, si stima che per finanziare il rispetto dei Millennium Development Goals per i soli target relativi all’acqua – infrastrutture per acquedotti, fognature e depurazione – sarebbero necessari 72 miliardi di dollari all’anno fino al 2015. E’ difficile pensare che investimenti di tale portata possano essere messi in campo dalle finanze pubbliche dei paesi in via di sviluppo. Ma è ancora più assurdo immaginare che infrastrutture e tecnologie necessarie a portare l’acqua e a depurarla nelle aree più povere, siano realizzabili attraverso processi di auto-organizzazione locale. Ciò che serve è invece un patto fra Stati, organizzazioni internazionali e imprese (comprese le multinazionali), nell’interesse dei cittadini, in particolare di quelli più poveri. Un patto chiaro basato su alcuni principi essenziali. Il primo è che le infrastrutture e i servizi idrici sono fondamentali, ma costano, e che è dunque necessario trovare le forme più efficienti ed economiche per realizzarle. Il secondo è che una volta realizzate, le infrastrutture idriche hanno tempi di vita molto lunghi (anche 100 anni), perciò, in presenza di regole certe – che Stati e imprese si devono impegnare a rispettare – il loro finanziamento non deve essere speculativo. Il terzo è che l’acqua è una risorsa comune che deve essere governata con responsabilità. Anche per questo le comunità locali devono essere coinvolte nella gestione dei servizi idrici, favorendo la crescita di capacità tecniche e manageriali sul territorio, ma anche incentivando comportamenti sostenibili dell’acqua attraverso una adeguata politica dei prezzi.

Vandana Shiva conclude con una citazione di Gandhi: “La terra offre abbastanza per i bisogni di ciascuno, ma non per l'avidità di ciascuno”. Giusto. Ma riuscire ad offrire abbastanza a tutti è anche questione di conoscenze tecnologiche e organizzazione industriale. Perché rifiutare di mettere in campo queste risorse?

Giancarlo

zp8497586rq
Share/Save

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
Questa voce è stata pubblicata in Varie. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

One Response to Vandana Shiva e la democrazia dell’acqua

  1. Jaime Menuey dicono:

    I am extremely happy to uncover the site. I’d like to say thanks for this brilliant reading. If you possibly could add Delicious button to your blog, it just might help you to reach much more individuals on the net. Kind regards

I commenti sono stati chiusi.