Distretti industriali a fine corsa?

La scorsa settimana si è riunita la Consulta Veneta dei Distretti produttivi alla presenza del nuovo assessore regionale all’Economia e allo Sviluppo Isi Coppola. L’occasione era utile per capire quale fosse l’orientamento politico nei confronti di un modello di organizzazione economica indubbiamente di successo, ma che già prima della crisi aveva mostrato di avere in parte esaurito la spinta competitiva degli anni gloriosi. L’incontro era utile soprattutto per capire quale fosse il giudizio del nuovo assessore su uno strumento di politica industriale che la Regione Veneto aveva creato nel 2003 attraverso una legge da molti ritenuta innovativa e che, a suo modo, aveva fatto scuola in Italia: basti pensare che i “contratti di rete” introdotti dal Ministero dell’Economia e rilanciati anche dall’ultima manovra finanziaria, sono di fatto ispirati all’esperienza veneta. Tuttavia, il nuovo assessore regionale si è mostrato quanto meno freddo nei confronti dei distretti, dichiarando che è necessario ripensarne le forme di sostegno, al punto da chiedere la sospensione della legge per almeno un anno. Poi si vedrà.

La questione merita di essere affrontata seriamente perché, a ben vedere, non stiamo parlando solo di una legge regionale, ma di un modello produttivo che ha segnato il paesaggio industriale del Nord Est negli ultimi trent’anni. Un errore da evitare quando si parla di distretti è proprio questo: quello di confondere una peculiare “realtà produttiva” con il suo “riconoscimento amministrativo”. In altri termini, se un distretto produttivo esiste, ciò non dipende da una legge e dai sussidi elargiti, ma dalla presenza di un sistema concreto di piccole e medie imprese, localizzate su un territorio circoscritto, e specializzate nella produzione di una linea di beni, servizi e tecnologie. Come ha scritto David Lane, la forza di un distretto è la capacità di attivare un “sistema di interazioni ripetute attorno ad una famiglia di artefatti che evolve”. E’ questo sistema che incentiva l’innovazione, la crescita della produttività e il presidio della frontiera tecnologica. Perciò, di questo sistema avremo ancora più bisogno in futuro.

Dove sta allora il problema? La prima questione risiede nel fatto che la gestione della legge regionale per sostenere l

o sviluppo dei distretti non è riuscita ad essere selettiva: basta scorrere l’elenco dei 50 distretti riconosciuti per rendersene conto. Questa scelta ha avuto anche aspetti positivi, in quanto ha promosso la cooperazione fra imprese e istituzioni locali anche oltre i tradizionali distretti industriali, ma ha prodotto una inefficace dispersione di risorse pubbliche, assecondando, di fatto, logiche distributive. Una seconda questione è il cambiamento dello scenario competitivo e le conseguenti trasformazioni nei sistemi produttivi locali, dove è diventato decisivo il ruolo delle imprese-leader, dei servizi tecnologici e dell’organizzazione internazionale della produzione. In tale contesto le tradizionali politiche pubbliche, appesantite da procedure fuori tempo, rischiano di essere poco incisive. La terza questione è che, nel frattempo, sono stati creati, sia a livello nazionale che comunitario, nuovi strumenti di sostegno alle imprese, che in parte si sovrappongono alle iniziative per i distretti. E’ il caso già citato dei “contratti di rete”. Oppure dei cluster high-tech promossi dall’Europa. Anche le banche si sono mosse in questa direzione, creando strumenti finanziari ad hoc, come i bond di distretto. Tutto questo ci dice che per i distretti è già iniziata una nuova fase, nella quale bisogna riuscire a mobilitare risorse proprie su progetti di innovazione ambiziosi, ma anche sostenibili dal punto di vista finanziario. Certo, gli enti locali hanno un ruolo importante, ma ancora di più conteranno i rapporti con partner internazionali, con le Università e, soprattutto, con il sistema del credito, che sui nuovi progetti industriali è chiamato a svolgere una funzione decisiva. I distretti non sono affatto a fine corsa. Ma per riprendere la marcia dovranno muoversi sempre più con le proprie gambe.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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