I giovani e il lavoro che manca

La crescita della disoccupazione giovanile è uno degli effetti più evidenti e drammatici dell’attuale crisi economica. Nel suo ultimo rapporto, l’Istat ha acceso i riflettori su tale fenomeno, rilevando che nel 2009 l’occupazione giovanile (fino a 29 anni) si è ridotta di 300mila unità, che corrisponde a quasi l’80% dell’intero calo occupazionale del Paese. In Veneto la situazione non è, in proporzione, molto diversa: secondo i dati dell’Agenzia regionale del lavoro, nell’ultimo trimestre 2009 si registrava un calo tendenziale di 30mila lavoratori nella classe di età giovanile, una riduzione perciò del 10% rispetto all’anno precedente e corrispondente alla metà della contrazione totale degli occupati. Nell’ultimo anno questo fenomeno è cresciuto in tutta Europa, ma in Italia è accentuato dal problema della forte diffusione dei contratti atipici per i neoassunti, dove si concentra una parte significativa dell’occupazione giovanile qualificata. Quest’ultimo aspetto contribuisce a peggiorare ulteriormente il problema. Molti giovani, infatti, proseguono gli studi superiori non perché interessati ad acquisire competenze da spendere nel mercato delle professioni, ma in quanto scoraggiati dal cercare un posto di lavoro. Tale situazione può avere due conseguenze negative. La prima è quella di scaricare sulla scuola superiore e sull’Università la funzione di “parcheggio sociale” dei giovani, aggravando la già difficile condizione del sistema educativo superiore, e alimentando una pericolosa area di frustrazione generazionale: dal 2008 al 2009 i giovani usciti dal sistema di istruzione e non entrati nel mercato del lavoro sono cresciuti di 142mila unità! La seconda conseguenza – meno immediata, ma non meno grave – è nella distorsione degli incentivi all’apprendimento: tanto più cresce la disoccupazione giovanile,

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tanto più si afferma l’idea che l’istruzione non serve né a trovare lavoro, né come fattore di mobilità sociale. Ciò porta ad indebolire motivazioni e, in definitiva, le capacità di apprendimento, con effetti da non sottovalutare sulla futura qualità del capitale umano. Senza escludere, inoltre, gli incentivi al brain drain, che può penalizzare pesantemente le aree di fuga. Perciò, al di là degli effetti immediati della cattiva congiuntura, la crescita della disoccupazione giovanile prospetta nel medio-lungo periodo ulteriori effetti negativi di carattere strutturale sulla nostra economia. Non dobbiamo perciò sottovalutare questo fenomeno.

Sia lo stato, sia il sistema delle imprese devono fare il possibile per evitare l’aggravarsi del problema, cercando di recuperare lo straordinario potenziale di capacità, creatività e saperi contenuto nell’universo giovanile. Si possono ipotizzare almeno tre strade. La prima è quella di una riforma in senso universalistico e più responsabile del sistema degli ammortizzatori sociali: più flessibilità, ma anche più sicurezza per tutti quando il lavoro manca. La seconda è favorire l’accesso dei giovani al mondo del lavoro, creando forti incentivi fiscali per impiegare i laureati in progetti di innovazione e internazionalizzazione dell’impresa. Anzi, i controversi sussidi alle imprese dovrebbero essere vincolati ad un piano di assunzione di giovani laureati. La terza strada è sostenere, con l’aiuto del sistema del credito e dell’Università, la creazione di start-up su nuovi settori e nuovi servizi utili all’evoluzione del tessuto economico del paese, in particolare nelle tecnologie ambientali, per il risparmio energetico e per il turismo sostenibile. Invece che immaginare improbabili riforme costituzionali a favore delle imprese, cerchiamo di impegnarci concretamente a sostegno della neo-imprenditorialità.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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