I giovani e il lavoro che manca

La crescita della disoccupazione giovanile è uno degli effetti più evidenti e drammatici dell’attuale crisi economica. Nel suo ultimo rapporto, l’Istat ha acceso i riflettori su tale fenomeno, rilevando che nel 2009 l’occupazione giovanile (fino a 29 anni) si è ridotta di 300mila unità, che corrisponde a quasi l’80% dell’intero calo occupazionale del Paese. In Veneto la situazione non è, in proporzione, molto diversa: secondo i dati dell’Agenzia regionale del lavoro, nell’ultimo trimestre 2009 si registrava un calo tendenziale di 30mila lavoratori nella classe di età giovanile, una riduzione perciò del 10% rispetto all’anno precedente e corrispondente alla metà della contrazione totale degli occupati. Nell’ultimo anno questo fenomeno è cresciuto in tutta Europa, ma in Italia è accentuato dal problema della forte diffusione dei contratti atipici per i neoassunti, dove si concentra una parte significativa dell’occupazione giovanile qualificata. Quest’ultimo aspetto contribuisce a peggiorare ulteriormente il problema. Molti giovani, infatti, proseguono gli studi superiori non perché interessati ad acquisire competenze da spendere nel mercato delle professioni, ma in quanto scoraggiati dal cercare un posto di lavoro. Tale situazione può avere due conseguenze negative. La prima è quella di scaricare sulla scuola superiore e sull’Università la funzione di “parcheggio sociale” dei giovani, aggravando la già difficile condizione del sistema educativo superiore, e alimentando una pericolosa area di frustrazione generazionale: dal 2008 al 2009 i giovani usciti dal sistema di istruzione e non entrati nel mercato del lavoro sono cresciuti di 142mila unità! La seconda conseguenza – meno immediata, ma non meno grave – è nella distorsione degli incentivi all’apprendimento: tanto più cresce la disoccupazione giovanile,

Capture His Heart capturehislove.com advice for relationship

tanto più si afferma l’idea che l’istruzione non serve né a trovare lavoro, né come fattore di mobilità sociale. Ciò porta ad indebolire motivazioni e, in definitiva, le capacità di apprendimento, con effetti da non sottovalutare sulla futura qualità del capitale umano. Senza escludere, inoltre, gli incentivi al brain drain, che può penalizzare pesantemente le aree di fuga. Perciò, al di là degli effetti immediati della cattiva congiuntura, la crescita della disoccupazione giovanile prospetta nel medio-lungo periodo ulteriori effetti negativi di carattere strutturale sulla nostra economia. Non dobbiamo perciò sottovalutare questo fenomeno.

Sia lo stato, sia il sistema delle imprese devono fare il possibile per evitare l’aggravarsi del problema, cercando di recuperare lo straordinario potenziale di capacità, creatività e saperi contenuto nell’universo giovanile. Si possono ipotizzare almeno tre strade. La prima è quella di una riforma in senso universalistico e più responsabile del sistema degli ammortizzatori sociali: più flessibilità, ma anche più sicurezza per tutti quando il lavoro manca. La seconda è favorire l’accesso dei giovani al mondo del lavoro, creando forti incentivi fiscali per impiegare i laureati in progetti di innovazione e internazionalizzazione dell’impresa. Anzi, i controversi sussidi alle imprese dovrebbero essere vincolati ad un piano di assunzione di giovani laureati. La terza strada è sostenere, con l’aiuto del sistema del credito e dell’Università, la creazione di start-up su nuovi settori e nuovi servizi utili all’evoluzione del tessuto economico del paese, in particolare nelle tecnologie ambientali, per il risparmio energetico e per il turismo sostenibile. Invece che immaginare improbabili riforme costituzionali a favore delle imprese, cerchiamo di impegnarci concretamente a sostegno della neo-imprenditorialità.

Giancarlo

zp8497586rq
Share/Save

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
Questa voce è stata pubblicata in Varie. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

22 Responses to I giovani e il lavoro che manca

  1. Ciao Giancarlo, ti segnalo questo mio articolo domenicale

    http://marketingarena.it/2010/06/20/ha-ancora-senso-andare-alluniversita/

    neanche a farlo apposta..

  2. Ivano URBAN dicono:

    Poveri giovani italiani; studia studia che ti farai una posizione, tutto giusto ma di fronte alla lettura di quanto riportato da Giancarlo sorge una onerosa domanda: cos’è che non sta funzionando? La risposta è una, e una sola: INNOVAZIONE!! Il problema della disoccupazione giovanile non è altro che una delle tante conseguenze di dieci anni di assoluta inezia della nostra classe dirigente, nessuno escluso! Non ci sono più giustificazioni, ormai i fatti sono evidenti e inconfutabili ma nessuno si indigna nemmeno di fronte a queste sconfortanti notizie: bhè, tanto anche gli altri sono messi come noi… questo è il commento più IDIOTA che si possa ascoltare soprattutto se detto da qualcuno “che conta”.

    E’ altrettanto evidente che ci troviamo in una situazione in cui nessuno, e mi riferisco a quelli che ci vendono come esperti, sa più che pesci pigliare… Bene (si fa per dire), le manifatture si collocano al vertice della catena del valore, rappresentano la spina dorsale di una economia che si vuol classificare moderna ed efficace. Attualmente la Cina ne è un esempio ormai consolidato e prima dei cinesi lo sono stati gli Stati Uniti, il Giappone, la Germania e anche l’Italia, anche se con proporzioni minori ma sufficienti ad innescare uno sviluppo economico che ci ha garantito un relativo benessere. In conclusione, se nel contesto manifatturiero le cose funzionano, funziona anche tutto il resto, diversamente ci troveremmo costrette a leggere molte altre notizie come quelle riportate da Giancarlo.

    In primo luogo, dunque, l’innovazione di cui “avevamo” (per non trovarci in queste condizioni pietose) e abbiamo bisogno è quella industriale quindi in grado di alimentare il settore manifatturiero con produzioni nuove e soprattutto utili. Rimanendo in questo contesto i due esempi eclatanti di Aziende manifatturiere che mi vengono in mente sono il super sfruttato caso GEOX e la TECHNOGYM, che insieme sviluppano un fatturato di circa 1,5 mld di euro. La prima fa scarpe e la seconda invece fa strumenti per la cultura fisica, insomma, produzioni relativamente semplici che si collocano nella middle technology. Quello che accomuna queste due aziende e che ne è stato un fattore determinante del proprio successo a livello mondiale, sono i brevetti detenuti che oltre a proteggere le loro produzioni e a garantirne l’originalità sul mercato, gli hanno permesso di sviluppare anche efficaci strategie industriali che gli hanno permesso di svilupparsi e DARE LAVORO A UN SACCO DI GIOVANI. Vorrei molto avere degli altri esempi da menzionare e sicuramente in Italia ne potremmo trovare altri, ma comunque non basterebbero, ce ne vorrebbero molti e molti altri per ristabilire almeno le condizioni di un tempo…

    Arrivo al punto. I brevetti dunque rappresentano lo strumento che offre le maggiori garanzie, sotto ogni punto di vista, per sviluppare delle efficienti ed efficaci politiche di sviluppo industriale. In questo contesto gli attori in causa sono in linea di massima tre: l’Istituto Universitario nella qualità di ipotetico fornitore di “innovazione a 360°, il settore del credito nella qualità di finanziatore dell’innovazione e per ultimo il settore industriale di riferimento nella qualità di sviluppatore. Il brevetto quindi assume la caratteristica di catalizzatore, insomma il trade unions affinché si trovi la giusta sinergia tra gli attori poc’anzi menzionati e indispensabile per dare un concreto sviluppo industriale al brevetto preso in esame. Ecco, per farvela breve, vi rimando alla paziente lettura al documento “Valutazione Economico Finanziaria dei Brevetti” sviluppato a fine 2008 (già in notevole ritardo con i tempi) dal Min. Sviluppo Economico, ABI, Confindustria e dal CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane). Questo riportato è il link dove potete trovare il documento e, sempre che arriviate fino all’ultima pagina, ditemi voi se qualcuno ci capisce qualcosa e se questo può essere uno strumento applicabile per compiere l’importante valutazione per cui è stato sviluppato. Quello che vi posso assicurare, sempre che voi abbiate la pazienza di arrivare sino alla fine, è che capirete certamente che questo strumento, l’unico peraltro, non verrà mai preso in considerazione dagli attori in causa proprio per la sua complessità di interpretazione. Dunque nel 2010 l’innovazione industriale, quella che ci dovrebbe risollevare, è praticamente lasciata al caso…

    Buona lettura

    http://www.uibm.gov.it/it/news/Allegato_Prot_Intesa_MSE-ABI_Italiano.pdf

  3. Giancarlo dicono:

    Giorgio e Ivano sollevano due questioni rilevanti, fra loro collegate. Giorgio punta l’indice sulla difficoltà dell’Università di fornire competenze tecnologiche e professionali adeguate alle nuove esigenze del mercato del lavoro, mentre Ivano pone l’accento sulla scarsa capacità di innovazione del tessuto produttivo. Credo si possa concordare con entrambe le critiche, anche se è difficile immaginare un uscita a breve dall’attuale situazione di stallo occupazionale con azioni limitate all’Università e ai brevetti. Tuttavia, si tratta di due buoni punti di partenza, che, in realtà, mettono in campo i quattro attori chiave del sistema economico: imprese, sistema educativo, sistema bancario, stato. Se questi attori si mettessero più seriamente a dialogare fra loro per costruire progetti di sviluppo a medio e lungo termine, ne guadagnerebbero tutti. In particolare i giovani, oggi disorientati di fronte ad un mercato del lavoro bloccato, che li penalizza oltre misura. Ma aiuterebbe anche gli altri: sicuramente le imprese, che hanno bisogno di idee, saperi e ed energie nuove per tornare a crescere; l’Università e la Scuola, che devono esse stesse ringiovanirsi nei metodi, negli strumenti e nelle relazioni con la realtà che cambia; le banche, che devono ripensare le modalità di accesso al credito favorendo i progetti di investimento che puntano a rinnovare il tessuto economico, non solo a ridurre i rischi. Servirebbe anche alla politica, che in Italia è sempre più vecchia nelle facce, nelle idee e nella volontà di autoconservarsi. I giovani, però, devono muoversi. Oggi hanno anche più tempo. Non sprecatelo invano.

  4. Concordo in pieno Giancarlo, e non voglio sminuire il tuo consiglio di muoversi, o cercare di farlo. Nel mio post infatti in qualche modo esprimo preoccupazione proprio per il fatto che iniziano ad essere in difficoltà anche i giovani che si muovono, quelli che non hanno paura di fare impresa o di lavorare di più, insomma i “pro-attivi”. Non tutti possono essere outliers totalmente artefici del proprio destino capaci di reinventarsi ogni giorno, questi prospererebbero anche in tempo di crisi stile ’29, ma molti sono svegli, pronti e volenterosi, ma sono in difficoltà. E ciò che più mi spaventa, e si evince dai commenti al mio articolo, è che sono i ragazzi stessi a chiedere di chiudere i cancelli, di sviluppare un modello meritocratico, modello che io consiglio meritocratico a due vie perchè oggi un docente che non usa la mail (critica mossa in un commento) è una persona che non comunica, e la comunicazione è tanto importante quanto le possibilità di apprendimento offerte, ce lo insegna Mourinho che ha vinto lo scudetto prima contro i media poi contro la Roma :-)

    Ciò che mi spaventa però è che non siamo qui a chiederci come innovare un corso di laurea oggi vetusto e saturo come quelli in comunicazione, ma il dibattito si sposta sulle opportunità di fare l’imbianchino o l’idraulico, tematica che da caricatura di una società sta divenendo un vero proprio punto di domanda di chi si chiede se non sia davvero il caso di tornare alla tecnica, una tecnica che fa rima più con idraulica che con ingegneria. L’Italia ha bisogno di idraulici laureati?

    Credo di no. Ma qualcuno, la fuori, sembra convincersene.

    p.s. immenso rispetto per chi sa fare, soprattutto in tempi in cui “far sapere” è una skill sotto assedio

  5. Giancarlo dicono:

    @giorgio: io credo che l’acqua sia uno dei grandi temi del futuro: risparmio idrico, irrigazione intelligente, sicurezza idrogeologica, depurazione, energie rinnovabili (idroelettrico e bioenergie), navigazione fluvio-marittima, turismo fluviale, ecc. Insomma, la professione di idraulico apre oggi grandi spazi di innovazione. Ho visitato una azienda a Conegliano (Nicoll), che dalla vendita di tubi per idraulici propone oggi sistemi evoluti di risparmio idrico e per ridurre il rischio di inondazioni nelle case: geniale! Il problema è che non ci sono idraulici intelligenti in grado di veicolare la diffusione di questa innovazione. Ogni mestiere ha il suo lato intelligente, basta guardarlo con gli occhiali giusti!

  6. Lorenzo G. dicono:

    Quando c’è una crisi, la tendenza è quella di tagliare in basso (piuttosto che in altro). Ovvero si congelano le assunzioni dei giovani piuttosto che, per esempio, chiedere sacrifici a chi sono anni che prende dallo stato un salario ben pagato.
    Questo fenomeno conservativo, per quanto comprensibile e diffuso anche all’estero, ha come risultato l’affievolirsi dello slancio verso il futuro del paese e la infinita dipendenza delle nuove generazioni dagli aiuti familiari (e familistici). In Italia sembra che l’unica categoria sociale a non avere il propio sindacato di riferimento sono le nuove generazioni. E con nuove generazioni intendo anche quelle di domani, che quando nasceranno si troveranno un debito pubblico che (tra l’altro)non ha contribuito a dinamizzare la società e a creare nuovi posti di lavoro. L’Italia è un paese avanzato e creativo. Ma se non senza politiche “per il futuro” e un nuovo trend demografico, bisognerà sperare nell’imprenditorilità dei figli degli immigrati.

  7. Ivano URBAN dicono:

    Chiacchiere, ChIaCChIeRe e ancora CHIACCHIERE!!!

    Puttanate, PuTTaNaTe e ancora PUTTANATE!!! Tanto per essere più chiari…

    Se dopo dieci anni (DIECI ANNI) siamo ancora quì a parlare di argomenti ormai stra.sfruttati e cioè di come posizionare l’Università per incentivare lo sviluppo economico del Paese, di politiche a sostegno dell’innovazione, e di quali indirizzi dovremmo seguire per conseguire maggior efficacia nell’implementazione di innovazione vuol dire che siamo ancora al punto di partenza. NON E’ PIU’ TOLLERABILE!!!!

    Vi ricordo che produce più danno una INDECISIONE che una DECISIONE SBAGLIATA!

    IL FUTURO NON SI PREVEDE, SI FA!!!

    Quello che in queste ore sta accadendo a Pomigliano, prima o poi accadrà anche a voi. Se non riusciremo più a giustificare la nostra superiorità industriale nei confronti dei paesi emergenti, saremo destinati inevitabilmente al declino economico e di conseguenza anche sociale, fintantoché non raggiungeremo i loro standard.

    Il principio dei vasi comunicanti vi dice niente?? Ecco, i paesi emergenti stanno drenanda tutta la nostra ricchezza fino a quando non raggiungeremo un equilibrio, e questo è diventato ormai un processo irreversibile. Non ci sono soluzioni definitive a quanto sta accaendo nel processo economico-evolutivo in corso ormai da tempo, ma ci sono sistemi che possono attenuare gli effetti negativi che questo fatto sta procurando ai così detti paesi economicamente moderni ed avanzati: aumentare la nostra ricchezza di quanto sia possibile. C’è un solo modo per aumentare la nostra ricchezza: sviluppare e immettere sul mercato prodotti innovativi e cioè che siano nuovi e soprattutto utili nei mercati occidentali. Diversamente andremmo ad aumentare la ricchezza dei paesi in via di sviluppo, lasciando sguarniti e privi di produzioni i settori industriali localizzati in occidente…

    INNOVAZIONE DI PRODOTTO!! Questa è la sola strada per rallentare il drenaggio della nostra ricchizza da parte dei paesi emmergenti.

    Basta chiacchiere, abbiamo di fatti concreti!!!

  8. Solo una domanda: siamo sicuri della nostra superiorità? Mi spaventa questa autarchica occidentalizzazione. E se provassimo a riflettere sulle possibilità per le nostre imprese nei mercati emergenti e nelle nuove catene del valore?

  9. Ivano URBAN dicono:

    Giorgio, la “superiorità” non è un qualcosa di divino bensì un atributo che qualcuno o qualcosa si è quadagnato in entrambi i casi quale frutto o risultato di impegno e volontà.

    Al secondo quesito puoi benissimo risponderti da solo: prova a chiederti cosa si colloca al vertice della catena del valore e poi da quello che esce tira fuori, ovviamente in chiave utilitaristica, quello che più può servire per creare lavoro in loco per tutti, ovviamente giovani compresi…

  10. Giancarlo dicono:

    Giorgio, hai perfettamente ragione. L’idea di una superiorità tecnologica come condizione di sviluppo in economie aperte è una stupidaggine. L’Italia ha avuto una supremazia nelle tecniche navali e nell’industria tessile nel 1300, ma una volta che tale vantaggio è stato perduto (a favore della Spagna prima, dei Paesi Bassi poi) siamo comunque cresciuti senza tanti patemi, e c’è poi stato anche il Rinascimento. La Cina aveva una netta superiorità scientifica e tecnologica nel 1400. Poi si è chiusa al commercio perché credeva che la supremazia tecnologica fosse tutto. Abbiamo visto com’è andata a finire. Lo stesso si potrebbe dire dell’Inghilterra e più in generale dell’Europa nell’800. In un mondo sempre più aperto e interdipendente ognuno deve trovare i propri vantaggi comparati. Questo significa specializzarsi in alcuni settori, ma anche in alcune funzioni specifiche all’interno di catene globali del valore. Ad esempio, io credo che la moda sia un settore nel quale l’Italia possa mantenere un proprio vantaggio, specializzandosi nelle fasi a monte e a valle delle catene del valore. Cosa che, di fatto, l’industria della moda sta facendo, con risultati apprezzabili anche oltre il valore dell’export. D’altro canto, questo sistema di interdipendenze orizzontali e verticali porta a rendere vantaggioso l’acquisto di beni, servizi e funzioni produttive da altri paesi. Il risparmio ottenuto da questo sistema di scambi accresce le risorse per acquistare servizi di prossimità (non soggetti a concorrenza internazionale). Anche questo sta avvenendo: salute, cultura, leisure, casa, ambiente, sono aree dell’economia in crescita promettente, su cui vale la pena scommettere.

  11. Ivano URBAN dicono:

    Giancarlo credo tu abbia portato in campo un ottimo esempio, anzi, probabilmente un esempio che dovrebbe servire da indirizzo per molti altri comparti manifatturieri. Quello che però non mi torna è la tua considerazione su quella che definisci una stupidaggine la supremazia tecnologica come condizione di sviluppo in economie aperte. Quest’ultima questione merita sicuramente una riflessione più approfondita, perché come concetto si pone in netta controtendenza con quanto predicato negli ultimi dieci anni relativamente alla necessità di aumentare la nostra competitività mediante l’utilizzo degli strumenti messi a disposizione dalla Proprietà Intellettuale e Industriale.

    La moda è sostanzialmente un settore manifatturiero che sviluppa una serie vastissima di produzioni in vari ambiti come abbigliamento, pelletterie, calzature a quali si aggiungono la nutrita schiera di accessori… Questi prodotti, oltre a collocarsi al vertice della catena del valore nel settore di riferimento, si distinguono per il continuo processo di innovazione che subiscono nell’arco di un solo anno, basti citare le collezioni primavera-estate e autunno-inverno, quindi, per l’appunto, un comparto interessato da innovazione di prodotto a getto continuo. La filiera produttiva genera un considerevole fatturato “diretto”, fra l’altro con un alto valore aggiunto, stimato in circa 60 mld anno al quale si aggiunge quello parallelo fatto dalle imitazioni che probabilmente raddoppia il volume d’affari. Insomma un settore industriale con un alto valore aggiunto in cui però non condivido che l’importante fetta delle confezioni, proprio per il fatto che è un settore ricco, finisca ad alimentare il lavoro nero e lo sfruttamento minorile come ampiamente documentato dalle varie inchieste della Gabanelli…

    Questa continua innovazione di prodotto è resa possibile dalla spiccata creatività generata dai nostri designers, i quali non fanno altro che coniugare una serie di informazioni per ottenere qualcosa di nuovo e anche per certi versi utile. Dunque, e qui ci troviamo proprio a monte della filiera e la domanda è: che cosa alimenta la notevole capacità di espressione creativa dei nostri designers?? In questo contesto credo che il contributo tecnologico si estremamente importante se non fondamentale affinché ci possa essere una efficace espressione di creatività. Mi vengono in mente le cerniere lampo o il Velcro (brevetti), per non parlare delle tecniche di serigrafia che si sono potute sviluppare e perfezionare nel corso degli anni (decine di brevetti), e poi i materiali e tessuti sintetici realizzati con nuovi polimeri studiati per il caso o quelli distinti come tecnologici come il GoreTex (anche qui decine di brevetti). E per ultimo i processi industriali per la tessitura e per le tinte anche questi in continua evoluzione tecnologica (e qui nel corso del tempo si sono sviluppate centinaia di tecniche brevettate).

    E poi, volendo andare indietro nel tempo, penso agli ottocento anni dell’Impero Romano che grazie proprio alla propria supremazia tecnologica è riuscita a perdurare così tanto tempo e a conquistare e portare la civiltà in molte parti del mondo. Alcuni esempi molto significativi sono il perfezionamento dell’arco architettonico tramite il quale si sono potute sopraelevare le costruzioni che gli anno permesso di realizzare, oltre a tutto il resto, mastodontici acquedotti impensabili per l’epoca; ideato efficaci tecniche per la realizzazione di ponti e vie di comunicazione ancora presenti in tutta Europa e non solo; pensato e realizzato le fognature tutt’ora ancora operative; sviluppato macchine da guerra mai viste all’epoca, come la balista conosciuta oggi come balestra ma anche la catapulto e le torri mobili che gli permettevano di penetrare con facilità negli accampamenti nemici. Si potrebbe continuare con molto altro…

    I problemi per i giovani sono ben altri, e mi fermo qui…

  12. Leggo con interesse i vostri commenti, di certo fonte di sapere già di per sé interessanti. La discussione è inoltre un valore aggiunto, ma su alcuni punti continuo a non essere convinto. In particolare anche quando Mark Zuckerberg (fondatore di facebook) dice testualmente “per la mia generazione la privacy non è un valore” intende probabilmente che nella condivisione e nello scambio risiedono opportunità di creazione del valore assolutamente non vincolabili perché proprio l’inserimento di vincoli ne bloccherebbe l’ossigeno vitale. Tutti i nuovi mondi che molti giovani presidiano vengono quindi esclusi dal ragionamento di Ivano, che mi sembra comunque convinto e motivato. Andando sui prodotti ciò che non mi convince è la tenuta potenziale del nostro sistema. I cinesi, ad esempio, sono più complessi di quello che sembrano, probabilmente è possibile che accettino in questa fase di emulare l’occidente (in parte finanziandolo) con il solo scopo di carpirne i segreti, considerando questa uscita di denaro fisiologica al pari delle morti in fabbrica nell’attuazione del nuovo “marxismo capitalizzato” ad oggi in corso. Un domani in cui la Cina vivrà nel benessere e probabilmente laureerà ed apprezzerà in patria bravi designer potrebbe non essere cosi lontano. Questo domani farebbe crollare il nostro protezionismo rendendo ridicola la nostra ritirata nelle riserve indiane. E’ probabilmente nostro compito quello di convincere “gli altri” a lasciarci fare quello che da anni facciamo bene, proponendogli il nostro sapere senza negargli la condivisione dello stesso, solo cosi potremmo ritagliarci un posto nel carro del vincitore in un futuro in cui verranno al pettine i nodi del capitale occidentale ormai controllato dalla Cina e di una superiorità che è sempre più teorica e sempre meno reale. Come dire, se non puoi batterlo..

  13. Giancarlo dicono:

    I meccanismi dello sviluppo si sono profondamente modificati negli ultimi 30 anni in conseguenza della diffusione delle tecnologie di rete e del ruolo sempre più importante e pervasivo della conoscenza nella produzione. I brevetti, il copyright, i marchi e gli altri strumenti di tutela della proprietà industriale sono importanti, ma rischiano sempre più di assomigliare a chi usa le mani per fermare un fiume in piena. Anche per questo il concetto di superiorità tecnologica perde di senso: diversamente dal passato, quanto la conoscenza viaggiava per lo più incorporata nei prodotti, oggi le informazioni circolano velocemente in tutto il globo. Inoltre, la crescita della capacità di assorbimento tecnico anche nei paesi in via di sviluppo (dovuta all’innalzamento dei livelli di istruzione), tende ad accelerare i processi di catching up. Ma questa non è necessariamente una condanna per i paesi ricchi. Anzi, può diventare un interessante prospettiva di sviluppo, sia per la crescita della domanda nelle economie emergenti, sia perché aumenta il potenziale di soluzioni tecnologiche a disposizioni di tutti. Certo, bisogna abituarsi al processo di allineamento, che può dare fastidio a chi ritiene che il gioco è bello solo se a vincere sono sempre i soliti (non è più così nemmeno nel calcio). In ogni caso, il modo migliore per difendere l’innovazione è l’innovazione stessa, cioè spostando continuamente la frontiera. Ma per rendere sostenibile questo vantaggio, il dominio produttivo non può essere generale, ma specifico. Gli imperi sono caduti quando non riuscivano più a governare frontiere troppo vaste. Evitiamo di cadere nella stessa trappola.

  14. Giancarlo dicono:

    Piccola precisazione: cosa c’entra quanto detto sopra con i giovani e il lavoro che manca? Per uscire dalla crisi e dare ai giovani una prospettiva diversa alla jobless recovery, è necessario tornare a immaginare un futuro possibile. Lo deve fare la politica, certo, ma non solo, specie in Italia dove la politica è dominata da una generazione che ha come obiettivo conservare se stessi e i propri privilegi. Devono perciò muoversi le imprese esistenti, e bisogna creare nuove imprese in settori promettenti nel contesto della nuova divisione internazionale del lavoro. Gli spazi di mercato sono molti, sia per servire – grazie al dinamismo delle economie emergenti – una domanda mondiale in crescita (dove una nuova idea di “made in Italy” ha molte carte da giocare), sia per rispondere ai nuovi bisogni nei mercati di prossimità dei paesi ricchi: salute, cultura, casa, città, energia, ambiente. Ma se gli spazi per crescere non mancano, il problema è se ci sono idee e coraggio imprenditoriale per occupare questi spazi. Il problema dell’occupazione giovanile in Italia è, oggi, anche questo.

  15. stefano dicono:

    Mi aggrego volentieri alla discussione (molto interessante) riportando un piccolo aneddoto rivelatore di quanto riporta Giancarlo nel post.

    Martedì scorso sono stati assegnati i diplomi di dottore di ricerca ai phD Cafoscarini. Una bella cerimonia al teatro Toniolo.

    Mi ha molto colpito il tono del rappresentante degli studenti veneziani, il portavoce dei phD che prendevano il diploma di dottore. L’intervento, circa un quarto d’ora, ha puntato su due questioni: la prima è che i phD non hanno lavoro (o meglio: non trovano un lavoro che rifletta le loro aspettative), la seconda è che all’estero si vive meglio. A ogni lamentela, uno scroscio di applausi.

    Non entro sul contenuto (avrei molto da argomentare su entrambi i punti). Mi interessa mettere in evidenza un altro aspetto della vicenda. Dopo aver finanziato i nostri giovani ricercatori, il mio rettore non si aspettava una requisitoria di carattere sindacale, ma tant’è. Che dire? Credo che abbia ragione Giancarlo: costruire dei parcheggi di lusso per giovani, magari di talento, è pericolosissimo. Si creano frustrazioni e rabbia.

    La mia proposta? AUMENTARE IMMEDIATAMENTE la PROPENSIONE IMPRENDITORIALE dei phD. I nostri studenti di dottorato hanno delle buone idee? non aspettino nemmeno un minuto l’assunzione di multinazionali che non ci sono. Trovino un finanziamento in banca, aprano la loro società e si lancino sul mercato globale. Rischiano di divertirsi di più, di guadagnare meglio, e di rendere la nostra esistenza molto più interessante.

    Stefano

  16. Ivano URBAN dicono:

    Si è vero, la discussione di per se è già un valore aggiunto meritevole di alimentare se non altro lo sviluppo di nuove idee. Però non credo esista l’”idea perfetta” nella quale vi siano contemplate tutte quelle certezze di cui abbiamo bisogno. Credo invece che ogni idea, come in tutti i sistemi economici e non, contenga una parte di buono e una parte di cattivo quindi si tratta solo di applicarci per fare un bilancio e capire le rispettive qualità sottoforma di vantaggi o svantaggi contemplati in quella determinata idea. Come accade nella termodinamica: se spendo dieci e ricavo otto il bilancio energetico sarà negativo, viceversa sarà positivo. In economia, invece, il pareggio è contemplato comunque come vantaggioso, se non altro fa PIL e già questo fatto è di per se positivo per il sistema.

    Come la stiamo mettendo giù noi nella nostra discussione, però, sembra proprio che stiamo scadendo nella trappola della conflittualità in cui ognuno tende a individuare ed esaltare gli errori delle altre idee –anche se potenzialmente marginali- trascurando di mettere in evidenza i potenziali pregi dell’idea presa in considerazione. Non è facile fare della critica costruttiva e il pensiero negativo ritengo sia, oltre che estremamente deleterio per lo sviluppo economico, un cattivo esempio per i nostri giovani. Se così fosse, tutto questo alimenterebbe ulteriormente quella dannata cultura all’individualismo e alla prevaricazione che dalle nostre parti sembra essere molto radicata. Peraltro non credo sia una buona idea, come dice Stefano, di consigliare ai giovani di intraprendere la carriera imprenditoriale per superare le problematiche legate al lavoro. Il rischio d’impresa oggi è troppo alto proprio per l’insieme di complessità e motivi che abbiamo elencato in precedenza, quindi rischiamo di consigliare ai nostri giovano tecnici di fare i Kamikaze: uno su mille ce la potrebbe fare e ritengo che questo non sia un risultato positivo.

    Sono estremamente convinto, ma che dico, SUPER CONVINTO che nel nostro tessuto socio-economico vi siano tutte le risorse e le competenze per creare dei casi di eccellenza che potrebbero ribaltare completamente le nostre sorti economiche, che di conseguenza offrirebbe maggiori opportunità di lavoro anche ai nostri giovani. Purtroppo, e questo credo sia il nostro uno dei nostri difetti da correggere se non l’unico, a tutt’oggi non abbiamo ancora trovato il modo per costruire delle efficaci ed efficienti sinergie propedeutiche per l’avvio di quel rinnovamento di cui abbiamo bisogno e le cause non risiedono certo nella mancanza di mezzi, anche se nel tempo questi ultimi tendono a ridursi sempre di più, bensì nella nostra spiccata tendenza culturale alla conflittualità e all’individualismo che applichiamo, forse inconsciamente, nella risoluzione dei nostri problemi in generale.

    Io rimango dell’idea che nel contesto economico Italiano, soprattutto di fronte al progressivo aumento del nostro debito pubblico, si debba puntare maggiormente su politiche industriali in cui prevalga una filosofia mercantilistica che a sua volta può essere attuata solo ed esclusivamente attivando processi di innovazione industriale a getto continuo. In un simile contesto, tra l’altro, le peculiarità intrinseche alla giovane età ne diventerebbero il propellente a cui deve seguire una adeguata organizzazione affinché il tutto possa essere portato a compimento nel modo più efficiente ed efficace possibile. Purtroppo, come accade per le derrate alimentari del fresco, anche l’INNOVAZIONE INDUSTRIALE ha dei tempi di scadenza relativamente ristretti quindi è da ritenere un “PRODOTTO” da consumarsi entro certi limiti di tempo altrimenti scade e di conseguenza se ne perdono tutti i vantaggi offerti dalla sua potenziale freschezza… In questo contesto, IL FATTORE TEMPO E’ DETERMINANTE!!

    Non vorrei sembrarvi presuntuoso, ma, dopo otto anni di esperienza nel settore dell’innovazione industriale, io qualche idea sul come superare le onerose questioni e potenziali problematiche che rallentano o impediscono l’implementazione e un efficace sviluppo dell’innovazione industriale. Se a qualcuno interessa non ho nessun problema ad esporvela…

  17. noname dicono:

    @stefano: con che soldi uno dovrebbe iniziare una nuova azienda, elemosinando dai genitori?

  18. stefano dicono:

    caro noname

    esistono un oggi un sacco di modi per farsi finanziare una buona idea. so benissimo che non siamo la california, ma non è che dalle nostre parti manchino del tutto le opportunità (siamo pur sempre nel nord est). e poi stiamo parlando di giovani dottorandi, persone di 28-30 anni che sanno leggere e scrivere e che, di solito hanno viaggiato il mondo. se hanno fatto buona impressione a un professore di università, riusciranno a convincere qualche direttore di banca o qualche business angel sulla piazza. non sono i soldi a fare gli imprenditori, diceva schumpeter, ma le idee.
    e se guardiamo alla crescente capacità imprenditoriale dei nostri immigrati, attivi in settori maturi e poco attraenti, ci dobbiamo chiedere a chi li chiedono loro i soldi…

    l’imprenditorialità non si impara da grandi? direi che alcuni studenti di dottorato probabilmente non hanno il piglio, ma molti potrebbero scoprire qualità che non hanno immaginato di avere.
    soprattutto con l’età, piace l’idea di intervenire nel mondo che ci circonda. qualche larry page lo troviamo anche a venezia. secondo me, dovrebbero essere proprio gli studenti a reclamare un corso di imprenditorialità prima di diplomarsi.
    s.

  19. Proprio da noname potrebbe nascere una “noagency”, i tool:

    – ufficio condiviso
    – car sharing
    – dropbox per i file
    – mediatemple per l’hosting
    – skype per la connettività
    – un buon mac
    – wordpress come cms

    un pò di idee, e magari un personal branding come questo

    http://vimeo.com/10986127

    oggi si fa impresa con 1.000 euro, nella comunicazione. Serve solo un pò di voglia.. sono tornato sull’argomento

    http://marketingarena.it/2010/07/09/formazione-parcheggio-completo/

  20. stefano dicono:

    @giorgio
    perché non chiedi a qualche tuo amico dottorando o dottorato se l’idea di una noagency gli interessa? vorrei capire se questo tema dell’imprenditorialità post doc è sentito oppure no.
    s.

  21. Volentieri Stefano, nel frattempo vi riporto una storia raccontatami due giorni fa da un ingegnere di uno studio di Mestre. Testuali parole “Mi fa piacere che tu sia nel giro dell’università, mio figlio faceva il ricercatore poi ho capito che all’università sono tutti bravi e li ci vogliono passione e i genitori coi soldi, che ti mantengono, mio figlio ha capito che non poteva vivere cosi ed è tornato in studio da me”. Il secondo caso è un amico dottorato in chimica farmaceutica che dopo anni di assegni di ricerca ora lavora, felicemente, al banco di una farmacia. Di certo va allargato l’universo statistico ma non vorrei essere pessimista quando dico che il dottorato è visto come un limbo-rifugio per studiare cose interessanti mettendosi al riparo dai temporali dell’imprenditorialità per 3 anni o più, non certo come un periodo di specializzazione in preparazione di future grandi avventure (phd?). Secondo me se confrontiamo i dati sui dottorati ultimati in Italia e negli Stati Uniti troviamo un tasso di completamento molto più elevato in Italia perchè in USA Larry Page e Sergey Brin sono all’ordine del giorno, stavo guardando la classifica dei fondi per i vari servizi di “social networking geolocalizzato” come foursquare che cosi recita

    – 1.35 milioni $ foursquare
    – 1.42 milioni $ brightkite
    – 3.5 milioni $ geodetic
    – 10.4 milioni $ gowalla
    – 18.5 milioni $ where.com
    – 29.5 milioni $ mytown

    abbiamo parlato altre volte della cultura del fallimento ma di fronte a questi numeri mi viene da pensare.. in Italia è impossibile produrre idee che abbiano una portata di larga scala perchè l’accesso ai fondi è complesso, e culturamente manca la spinta a fare impresa, la definirei passività, i ragazzi escono dall’università e aspettano “la chiamata”. Forse trasformare i nostri dottorati in scuole di impresa potrebbe essere già un ottimo risultato, la dicotomia “i tuoi genitori hanno un’impresa –> vai da loro , sei figlio di dipendenti –> prova ad entrare in banca” comincia a stare stretta ai più..

  22. Giulio dicono:

    Mi aggiungo a questo corposo ed ampio dibattito con una breve riflessione circa la competitività aziendale ed il difficile placement di giovani qualificati. Parto da una considerazione: la maggior parte dei PhD americani e tedeschi trova oggi lavoro nel campo privato (Audretsch). Tale dato mi viene confermato da un collega di Bonn, il quale mi racconta della crescente propensione delle aziende tedesche ad assumere giovani PhD, anche se non dotati di pregresse esperienze lavorative. Il valore della formazione sembra in qualche modo essere riconosciuto. Poi penso a diverse PMI italiane di mia conoscenza, alla loro struttura proprietaria e gestionale e mi chiedo quante di queste conosca almeno il significato dell’acronimo PhD. Forse poche, probabilmente nessuna. Credo che questa considerazione, pur aperta a qualsiasi critica e controprova, esemplifichi in qualche modo il livello medio della cultura manageriale oggi caratterizzante le nostre aziende. Dico questo perchè sono convinto che se la competitività internazionale delle imprese italiane si giocherà sul presidio e sulla valorizzazione di funzioni ad alto valore aggiunto (le quali spesso non coincidono con attività manifatturiere) un processo di skills upgrading sarà prima o poi indispensabile. Penso a funzioni interne come il design, il marketing, ma anche alla menzionata innovazione di prodotto o alla gestione di network internazionali. Quali e quante sono oggi le PMI capaci di attivare e gestire internamente (catturandone dunque il valore) tali funzioni? Ma soprattutto, quante aziende, o meglio quanti ‘paroni’, colgono oggi questa necessità? E quanti di questi sono disposti ad investire attivamente in risorse umane in grado di veicolare un prossimo salto di qualità? La realtà che ho in mente non lascia grandi speranze, almeno nel breve-medio termine. E’ un problema di cultura imprenditoriale allora? Probabilmente si. Saper produrre è stato e rimane importante ma non basterà più. Passerà forse come un messaggio retorico ma di certo è ancora distante dall’essere correttamente compreso.

    Giulio

I commenti sono stati chiusi.