Le multinazionali del sud del mondo

Una nuova generazione di multinazionali si sta affacciando sul mercato internazionale. Non sono più multinazionali “yankee” a caccia di mercati da colonizzare; sono i nuovi campioni delle economie emergenti che stanno rapidamente occupando spazi di mercato globale a cui Europa e Stati Uniti hanno dato poca importanza. Andrea Goldstein, senior economist dell’OCSE, ha proposto a Venezia un quadro generale del fenomeno, aggiornando i dati di una sua ricerca già pubblicata un paio di anni fa.

Qualche numero per cominciare. La quota percentuale degli investimenti diretti all’estero provenienti dalle economie emergenti è in crescita costante: nel 2007 su un totale di 2000 mld di investimenti fuori dai confini nazionali, 600 hanno avuto origine in economie emergenti. La gran parte di questi investimenti proviene dall’Asia (60% circa); una parte importante proviene dall’America Latina (25% circa), soprattutto dal Brasile. Nella Top-100 delle multinazionali dei paesi emergenti troviamo, come era lecito immaginare, 78 aziende cinesi (includendo Hong Kong e Taiwan).

Quello che colpisce è la quota crescente di investimenti che sono operati secondo la logica South-South: a metà degli anni ’90 questi investimenti contavano per il 15% del ammontare complessivo dei flussi di investimento all’estero. La percentuale è salita in maniera sensibile nel corso degli ultimi decenni attestandosi molto sopra il 30%. A livello settoriale, il fenomeno è stato particolarmente visibile nel comparto delle telecomunicazioni (in particolare nella telefonia mobile) e in quello delle risorse petrolifere e minerarie.

In quanto a strategie queste nuove multinazionali emergenti hanno poco a che fare con l’ortodossia di certi manuali di management: prima di tutto perché le ragioni alla base della loro espansione oltre i confini domestici sono

diverse da quelle che hanno determinato la crescita geografica delle multinazionali classiche. Non si tratta più di far valere all’estero competenze e know how maturati a scala nazionale. L’obiettivo – dice Goldstein – è quello di “asset augmenting”, ovvero di acquisire marchi e capacità già consolidati su cui far leva in termini di reputazione e di apprendimento. E’ il caso di Geely che compra Volvo per accreditarsi in Cina contro il competitor Audi (così come Lenovo ha acquisito parte dei processi IBM per accreditarsi sul mercato globale).

Quanto ad assetto proprietario e a governance, si tratta di aziende difficili da inquadrare nell’ambito delle categorie classiche delle public company anglosassoni: in alcuni casi si tratta di aziende sostenute da stati sovrani, in altri da famiglie particolarmente potenti in patria. Goldstein enfatizza il ruolo di gruppi etnici radicati in altri paesi come elemento chiave per favorire le dinamiche di crescita all’estero: la diaspora cinese e indiana costituiscono il presupposto per dinamiche di crescita che fanno leva su network sociali molto collaudati.

Nonostante il fenomeno delle multinazionali dei paesi emergenti sia esploso da una decina d’anni, rimane sostanzialmente poco conosciuto. Sul versante italiano, è comunque possibile trarre alcune conclusioni a partire da ciò che abbiamo a disposizione. Siamo chiamati, prima di tutto, ad allargare i nostri confini e a scoprire collettivamente una nuova geografia del mondo. Un assaggio di queste nuove realtà lo abbiamo in casa (la Tre dei cinesi di Hutchinson Wampoa e la Wind di Orascom) ma non ne siamo particolarmente consapevoli. Lato imprese, questo revival delle nuove multinazionali del sud del mondo tende a mettere in discussione la forza del modello italiano nella competitività internazionale. Siamo stati “the second industrial devide”, l’alternativa al capitalismo delle grandi corporation; adesso, apparentemente, suona un’altra musica. Uno stimolo in più per capire il ruolo della nostra economia nella divisione internazionale del lavoro.

Stefano

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