Ricerca Low Cost

Come si può fare ricerca in Italia in un periodo di crisi economica, quando mancano anche le risorse per l’ordinaria amministrazione (sia nell’impresa che nell’univesità)? Puntando su una risorsa che l’Università offre con buona qualità ed in abbondanza: la didattica. Avete letto bene, non strabuzzate gli occhi. L’idea è semplice: trasformare i corsi universitari in laboratori nei quali facilitare l’incontro tra università e impresa. Invece di pensare al corso come ad un’attività di trasferimento di conoscenze, e di ricezione passiva, farlo diventare un momento nel quale gli studenti (a partire da una opportuna base teorica e seguiti dal docente) possono confrontarsi con il mondo aziendale proponendo idee creative e nuove soluzioni. Può suonare un po’ sospetto ma è quello che abbiamo fatto all’Università di Padova con i corsi di Marketing e di Marketing Avanzato del corso di Laurea di Scienze della Comunicazione. L’azienda in questione è stata Despar, che incuriosita dalla proposta, si è resa disponibile a confrontarsi con le idee promosse dagli studenti. I risultati hanno superato le nostre aspettative: gli studenti hanno risposto con entusiasmo e hanno prodotto 24 progetti che hanno toccato diverse tematiche riguardanti l’azienda: dai concept per il supermercato del futuro, a progetti più mirati per la comunicazione sui social network, per arrivare allo storytelling. Impegnandosi, in più, nella realizzazione di video, spot, trasmissioni radiofoniche, ecc. Insomma ben di più delle solite slide. I manager di Despar sono rimasti sorpresi dalla qualità delle proposte e dal livello di approfondimento, tanto che hanno deciso di selezionare 10 proposte ed invitare gli studenti in azienda per continuare il lavoro. Proprio per realizzare i loro progetti gli studenti hanno approfondito temi che normalmente non si riesce (per ragioni di tempo) ad effettuare in aula studiando ben più di quanto previsto dal programma.

Naturalmente nessuna pretesa di trasformare i risultati di questi laboratori in ricerca da pubblicare, nel breve termine, in riviste internazionali di Fascia A. Ma un modo per avvicinare università ed impresa (società) e per costruire un nuovo linguaggio comune. Con risultati positivi. Per l’università e la ricerca, che possono vedersi maggiormente riconosciuto il proprio ruolo e possono confrontarsi con punti di vista esterni. Per gli studenti, che hanno l’occasione di applicare quello che hanno studiato e di dimostrare la propria creatività, segnalandosi al mondo imprenditoriale. Per le imprese, che hanno la possibilità di accedere (a basso costo) a nuove idee e proposte.

Sembra tutto facile: perché non accade più spesso? La sensazione è che in realtà questo “metodo di lavoro” è molto più diffuso di quanto sia possibile sospettare. Parlando con i nostri colleghi ci siamo accorti che queste esperienze esistono ma stentano ad emergere ed ad essere riconosciute come tali. Crediamo che la sfida sia quella di rendere più sistematico e maggiormente visibile questo processo di incontro. Siamo consapevoli che questo modello non rientra in quelle che sono le metodologie più accreditate a livello internazionale per l’incontro tra università ed impresa; pensiamo sia almeno un punto di partenza. Siamo convinti, infatti, che le collaborazioni università-impresa non si esauriscano nei laboratori ad alta tecnologia, ma anche nelle aule normalmente adibite alla didattica frontale, dove idee e creatività possono divenire motore di crescita per le nostre piccole e medie imprese low-tech.

Marco e Silvia

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9 Responses to Ricerca Low Cost

  1. Nico dicono:

    Mi sembra un’ottima idea.
    Qui a Milano si tratta di una pratica comune, nella formula dei workshop con le imprese, in atenei pubblici come il Politecnico di Milano oppure in istituzioni private come Domus Academy e similari.
    Il binomio sembra funzionare piuttosto bene per corsi universitari di tipo tecnico oppure di “applied sciences”. Forse potrebbe essere ancora più interessante trovare un modo per avvicinare università e impresa anche in quei tipi di corsi umanistici (lettere, filosofia ecc.) che oggi producono un grandissimo numero di laureati, ma che sono completamente scollegati dalla pratica lavorativa.
    In bocca al lupo.

  2. fulvio fortezza dicono:

    Buongiorno e complimenti per il post.

    Mi trovo completamente d’accordo. Sono convintissimo che la strada sia questa, almeno nelle magistrali. Sono i ragazzi che ce lo chiedono, ma anche le imprese, come avete giustamente evidenziato voi, anche se è chiaro che per fare bene la parte applicativa bisogna padroneggiare in modo impeccabile strumenti e concetti di una valida “cassetta degli attrezzi”.

    Peraltro, esperienze di questo tipo arricchiscono il “prodotto formativo” (sarebbe meglio dire, l’ “esperienza”), generano passaparola positivo fra i ragazzi, riducono le fratture (grosse) che al momento ci sono fra le imprese e l’Università, percepita dalle prime come fumosa e “troppo teorica”.

    E’ un tracciato vincente, che di certo può aprire la strada a percorsi professionalizzanti dei ragazzi in azienda (oltre che a possibilità di placement), ma anche a percorsi di specializzazione delle aziende in Università, con corsi mirati. Alla fine, è evidentemente tutto un problema di fiducia e di “segnali di valore”.

    Quindi, non posso che quotare e, se vi va, rimandarvi a questo nostro post: http://www.experyentya.it/my_weblog/2010/05/gli-atenei-affinano-gli-artigli.html

    Buon lavoro!

    fulvio fortezza

  3. Enzo dicono:

    Bravi, non c’è che dire.
    In questo caso si è sperimentato il passaggio dal teaching al learning, che è la transizione fondamentale da realizzare per uscire dalla concezione fordista del sapere (deterministica, gerarchica) e arrivare all’esperienza postfordista del mondo, in cui la complessità da capire e padroneggiare non può essere insegnata dalla cattedra, ma deve essere sperimentata nella vita o nel lavoro di ciascuno. Che cosa deve fare la scuola deve fare, oltre che creare le occasioni per fare queste esperienze (e quella con la Despar mi sembra un’ottima occasione)? Due cose importantissime senza le quali il learning by doing si avvita su se stesso e non rende in termini formativi, di apprendimento (magari fornisce soluzioni pratiche a questo o quel problema, ma non crea capacità intellettuali, progettuali, immaginative): a) fornire alcuni modelli mentali di tipo generale con cui non solo interpretare quello che si ha davanti, ma collegarlo alle persone e al contesto specifico in cui si inserisce; b) elaborare e far vivere i linguaggi che trasferiscono l’esperienza da un caso all’altro, da una persona all’altra, e che funzionano solo se hanno un vocabolario e una grammatica comune, pur essendo ogni volta re-inventati per una certa parte dall’uso che se ne fa e dalla fantasia dell’user.
    Dunque ci vuole insieme piu’ sapere generale e piu’ sapere focalizzato sull’esperienza particolare, in modo che il learning possa assumere caratteristiche astrattive nascendo da basso (dai casi di esperienza vissuta) invece che dall’altro (dal teaching ex cathedra).
    E’ una transizione che possiamo considerare pensando all’Universita’ ma che prima di tutto riguarda la scuola essendo la forma con cui il sapere prende corpo (e forma mentis) nell’esperienza vivente dei nostri ragazzi e adolescenti.
    Domanda: quanto di quello che stiamo facendo nel campo dell’istruzione e della ricerca converge verso un obiettivo del genere?
    Poco, anche perche’ manca la consapevolezza che questi sono i termini della questione, a partire dalla scuola elementare per arrivare a cio’ che si sperimenta nei grandi laboratori della ricerca. In tutto questo – prima che nelle aziende – il fordismo ha lasciato solide radici, per cui ancora seguiamo inconsapevolmente un modello di apprendimento che la complessita’ del reale, la produzione di conoscenza in rete e le Internet communities hanno superato. Anzi, la norma (obsoleta) e’ cosi’ forte e cosi’ poco sfidata da alternative credibili che chi se ne discosta oggi appare alla ricerca di esperienze esotiche, fuori dall’utile e dal possibile …. enzo

  4. Giancarlo dicono:

    Marco e Silvia avete fatto un ottimo lavoro (e scritto un bel post). Condivido quanto dice Enzo a proposito del passaggio necessario dal teaching al learning. La complessità delle esperienze attuali e la rapidità dei processi di innovazione non sono più catturabili all’interno di rigidi schemi teorici impartiti ex cathedra. Promuovere la creatività degli studenti è un modo per produrre conoscenza e rendere più efficace l’apprendimento. Rimane tuttavia una questione, allo stesso tempo concettuale e pratica, che anche Enzo solleva: bisogna evitare che la partecipazione attiva degli studenti alla processo di apprendimento avvenga in modo occasionale e improvvisato, facendo l’errore di scambiare l’empirismo con una strategia di ricerca. Teoria e metodo sono invece importanti, soprattutto se vengono appresi con spirito critico. Una prima conclusione è che esperienze come quella creata da Marco e Silvia hanno senso se vengono collocate nelle lauree magistrali, più che nelle triennali. La seconda conclusione è che, tuttavia, non può esserci un eccessivo scollamento fra sapere teorico e ricerca applicata. Perciò, anche nei corsi di base di economia e management bisognerebbe “storicizzare” teorie e modelli che altrimenti vengono presentati come assoluti, con la conseguenza di essere poi gettati come il bambino con l’acqua sporca non appena vediamo incrinare qualche ferrea certezza del paradigma. Bisogna invece imparare a mettere alla prova i modelli. Ma per farlo è necessario conoscere almeno la loro struttura generale.

  5. marco dicono:

    Abbiamo provato contemporaneamente sia con il corso alla triennale (marketing) sia con quello alla specialistica (marketing avanzato). Naturalmente il livello e l’ambito di intervento erano diversi: più limitati e focalizzati per gli studenti della triennale, più ampi ed approfonditi per quelli della specialistica (che hanno dovuto sviluppare un vero e proprio concept). I risultati sono stati positivi in entrambi gli ambiti. Non credo quindi che ci siano problemi in merito alla tipologia di laurea. Credo piuttosto che la questione centrale sia quella che avete posto nei commenti (in particolare Enzo e Giancarlo) relativa alla necessità di trovare un nuovo bilanciamento tra sapere generale (teoria) e sapere legato all’esperienza (pratica). La cosa paradossale (che poi non è così paradossale) che abbiamo notato è che la domanda di teoria, da parte degli studenti, aumenta drasticamente quanto si trovano ad affrontare situazione complesse. Improvvisamente sentono la necessità di utilizzare schemi interpretativi e corsi di azione percorribili per poter identificare soluzioni e proposte.

    Sono d’accordo che ora lo sforzo è quello di strutturare maggiormente questo tipo di metodologia per renderla più stabile e diffusa. Penso che per riuscire in un’operazione di questo tipo abbiamo bisogno di una community di docenti universitari (ma anche delle scuole inferiori) disponibili a condividere le loro esperienze di didattica innovativa e a confrontarsi per la costruzione di un approccio comune. Dobbiamo uscire dall’esotismo (e anche un po’ dall’improvvisazione) per diventare più solidi e riconosciuti.

    Noi ci mettiamo a disposizione.

    Marco

  6. stefano dicono:

    Personalmente concordo con Gian che questo tipo di attività pagano di più nelle lauree magistrali, ma anche nella lauree triennali i risultati possono essere più che soddisfacenti.
    Nel mio corso di ebusiness (laurea triennale) ho coinvolto un imprenditore nel campo dell’ecommerce perché presentasse il suo caso e ottenesse un feedback per la riorganizzazione del suo sito attraverso presentazioni messe a punto dagli studenti del corso. I risultati sono stati interessanti e utili (credo) anche per chi lavora sul campo.
    http://ebusiness1.wordpress.com/2010/03/11/terza-esercitazione-sospensione-lezione/

    In generale credo che il prossimo passo sia ora quello di passare da diverse forme di sperimentazione a un riconoscimento ufficiale di queste forme di didattica innovativa. In ambiti come quello del design e dell’architettura queste interazioni con il mondo esterno sono ormai consolidate. Si tratta, insomma, di sviluppare una didattica da “laboratorio” anche nel management e in generale nelle scienze sociali.
    Per questo serve certamente una metodologia robusta e applicabile in contesti diversi, ma serve soprattutto che questi esperimenti vengano fatti emergere come un fatto positivo per l’università.

    s.

  7. Thomas dicono:

    Cari Marco e Silvia, secondo me avete centrato il problema, ma sbagliato l’ambito. L’esperienza che avete citato non andava sperimentata né con le lauree triennali, né con quelle magistrali, ma con i corsi di dottorato.
    Dati alla mano, a Padova solo il 25% dei dottorandi trova sbocco verso enti o aziende, rispetto al 52% che manifesta, invece, aspettative di questo tipo (Nucleo Valutazione Dottorati di Ricerca, 2009). In Italia le cose vanno ancora peggio visto che solo un dottore di Ricerca su sette (circa il 15%) viene assunto dal mondo delle imprese. Azioni come la vostra in un corso di dottotorato potrebbero forse aiutare gli imprenditori a capire il valore aggiunto che i dottori di Ricerca possono apportare all’azienda e a quest’ultimi che si può trovare un ambiente innovativo e favorevole alla Ricerca anche nel mondo dell’imprese, vincendo lo snobbismo reciproco che in Italia allontana i due mondi.

    P.S.
    Il titolo del post è fuorviante!

  8. marco dicono:

    @ Thomas da qualche parte bisogna pure cominciare. Sicuramente il dottorato è il prossimo step.il titolo era volutamente provocatorio 😉

  9. Eleonora dicono:

    Ecco un altro esempio fruttuoso di “ricerca low cost”, con il supporto del web 2.0

    http://www.repubblica.it/speciali/mondiali/sudafrica2010/squadre/germania/2010/07/07/news/loew_squadra_segreta-5444648/?ref=HRER3-1

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