Quale etica per gli imprenditori del terzo millennio?

Mercoledì 28 aprile all’Isola di San Servolo si sono aperte le Viu-Lectures 2010 con un incontro sul tema Ethics and Globalization tra il filosofo Wilhelm Vossenkuhl, della Università di Monaco, e l’economista Stefano Zamagni, della Università di Bologna.

Quasi a volersi scambiare i ruoli, mentre il professor Vossenkuhl (qui trovate il link ai video) ha illustrato nei dettagli le cause della recente crisi finanziaria e le nuove regole necessarie a evitarne una nuova, il professor Zamagni (qui trovate il link ai video) ha spiegato i motivi per cui l’Etica non può essere esclusa da una riflessione economica sulla globalizzazione.

Secondo Zamagni  la difficoltà a perseguire contemporaneamente democrazia, globalizzazione e identità nazionali comporta un vero e proprio scontro di valori. Non quindi un “semplice” scontro di interessi, ma una tensione tra diverse visioni ed “etiche” del mondo.

La globalizzazione ha contribuito a diminuire la povertà globale ed ha creato nuove opportunità imprenditoriali, ma allo stesso tempo ha aumentato le disuguaglianze sia all’interno dei confini nazionali che tra nazioni e regioni del mondo. Dato che “l’appetito” per i soldi è potenzialmente illimitato, una azione esclusivamente centrata su valori di efficienza può portarci a risultati paradossali e socialmente “inefficienti”.

Per Zamagni, solo un forte ritorno all’Etica, non solo a livello individuale, ma anche nelle istituzioni e associazioni, può permetterci di gestire le inevi

tabili esternalità negative prodotte dalla globalizzazione.

L’inevitabile domanda a questo punto diventa: a quale Etica appoggiarsi? Zamagni suggerisce quattro possibili “alternative” – etica utilitarista, contrattualista, etica deontologica ed etica della virtù. L’ “utilitarismo”, ovvero il perseguimento dell’utilità individuale, è per Zamagni una concezione antropologica non sufficiente ed esaustiva, mentre il “contrattualismo”, pur importante, presuppone una inesistente parità di potere contrattuale. Il kantiano “imperativo categorico”, ovvero l’osservanza deontologica di doveri e obblighi verso gli altri è sì un fondamento non rinunciabile di moralità, ma per Zamagni è l’etica della virtù a cui bisogna guardare (non solo individuale ma pubblica, sociale, comunitaria), in quanto l’unica in grado di garantire il perseguimento del “bene comune”.

Vossenkuhl, dal canto suo, pur concordando sul fallimento dell'utilitarismo come fondamento delle regole dell'economia, ha sottolineato il rischio di confidare nelle “virtù” dei singoli, preferendo piuttosto una profonda riforma delle regole del gioco e l’affermazione di una rinnovata deontologia pubblica. Una visione antropologica apparentemente meno “ottimista” di quella di Zamagni, e centrata nella correzione del sistema prima che delle persone.

Il dibattito che è seguito ha ribadito l’importanza della questione etica, ma ha aperto anche una serie di questioni irrisolte. Se l’economia ha bisogno di etica, a chi il compito di insegnarla? E in quale sede? All’interno dei programmi universitari, nelle scuole, o in famiglia? E ancora, per evitare incomprensioni e possibili “scontri di civiltà”, a chi affidare il compito di trovare una sintesi etica tra le diverse tradizioni culturali?

Gli sviluppi recenti stanno evidenziando che la libera creatività imprenditoriale ha comunque bisogno di un fondamento etico profondo, sia come moralità individuale che come risultato di un processo collettivo. Nonostante il progresso tecnologico delle nostre società, siamo ancora alla disperata ricerca di luoghi ed istituzioni in grado di formare un’etica imprenditoriale per il terzo millennio.

Lorenzo Gui

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6 Responses to Quale etica per gli imprenditori del terzo millennio?

  1. Vladi dicono:

    Lorenzo,
    sulla questione dell’insegnamento dell’etica, diversi anni fa Ghoshal scrisse un bellissimo pezzo, provocatorio e molto denso. Ghoshal scriveva dopo che lo scandalo Enron aveva alimentato un dibattito pubblico serrato sul recupero dell’etica negli affari. Come creare una nuova generazione di imprenditori e manager responsabili ed attenti all’etica? Alla domanda, Ghoshal rispose che aggiungere un corso o due su etica e corporate social responsibility non sarebbe servito granché.
    Piuttosto che fare qualche cosa in più, scrisse, le scuole di management dovrebbero smettere di fare alcune delle cose che hanno fatto sino ad ora. In particolare Ghoshal mette in discussione(i) gli assunti “negativi” sull’essere umano propri di molta teoria del management, (ii) l’enfasi esasperata sulla scientificazione a scapito della buon senso (common sense) e dell’immaginazione disciplinata nella ricerca e nella formazione manageriali, (iii) un modello di insegnamento votato alla validazione di schemi concettuali esistenti piuttosto che alla valorizzazione del pensiero critico e creativo.
    Te (ve) lo linko: mi piacque moltissimo, lo trovo di grande attualità, potrebbe essere utile nel trovare alcune risposte alle domande sollevate da Zamagni e Vossenkhul.

    Il dibattito negli USA è ripreso, vigoroso, in occasione della crisi recente: qui Kurana, di Harvard Business School (istituzione sotto tiro negli ultimi tempi, considerata come l’epitome dell’insegnamento “irresponsabile”), offre alcuni altri spunti interessanti.

  2. Giancarlo dicono:

    Faccio un po’ fatica a vedere nell’etica delle virtù un possibile quadro di regole condivise ed efficaci a livello planetario. Quali virtù possono reggere in un mondo così diviso dalla disparità dei livelli dello sviluppo, dalla divisione di culture e stili di vita? Se c’è un’etica a cui appellarsi è, invece, quella della responsabilità, e cioè della consapevolezza delle conseguenze sociali e ambientali delle proprie azioni sugli altri e sulle generazioni future. Un’etica della responsabilità comporta l’allargamento dell’orizzonte sul quale misurare i propri interessi (dunque, oltre l’utilitarismo) e conduce alla definizione di regole e istituzioni capaci di governare i beni comuni. L’interessante lavoro di ricerca di Elinor Ostrom, l’ultimo Nobel dell’Economia, porta proprio a questo risultato: nei modelli più riusciti di regolazione efficace dei beni collettivi, le virtù non sono la premessa dell’accordo, bensì il prodotto di istituzioni ben costruite per governare gli interessi di lungo periodo di una comunità. Etica fa dunque rima anche con sostenibilità.

  3. Lorenzo G. dicono:

    Giancarlo, quanto dici è ineccepibile. Tuttavia, anche i modelli più riusciti di regolazione falliranno se amministrati da decisori “immorali”.
    Educare classi dirigenti “virtuose”, per quanto difficle e problematico (quali virtù?), mi sembra una questione difficilmente eludibile.
    Certo, su chi debba essere l’educatore, il dibattito è aperto.

  4. Stefano dicono:

    @gian

    la tua osservazione è stata la stessa osservazione che ha fatto vossenkhul dopo un primo giro di tavolo.
    come possiamo puntare su un’etica delle virtù in un mondo così differenziato e potenzialmente conflittuale? come conciliare visioni profondamente diverse di ciò che è giusto?
    per questo – secondo vossenkhul – è necessario ritornare a posizioni “contrattualiste” o neokantiane, le sole su cui è possibile fondare un’etica economica che accetti la sfida della globalizzazione.

    quello che tu sottolinei come passaggio ad un’etica della responsabilità mi sembra rilevante anche dal nostro punto di vista scientifico. l’etica della responsabilità fa propri i limiti dell’azione collettiva: è un’etica riflessiva perché non poggia solo sulla morale individuale ma pensa alle dinamiche virtuose e viziose tipiche dei sistemi sociali complessi. queste dinamiche devono essere oggetto di studio per essere capite e condivise.
    anche di questo si è fatto cenno nella discussione finale.

    s.

  5. marco dicono:

    Condivido l’impostazione di Gian e di Stefano che fanno riferimento al tema della responsabilità e della riflessività. Vi/mi pongo delle domande ? Come possiamo definire la responsabilità? E secondo, è sempre possibile anticipare il risultato delle azioni che intendiamo fare, tanto da bloccarle? Faccio un esempio, quando i gas CFC furono introdotti negli anni 50, furono annunciati come un passo importante verso la sicurezza e la qualità della refrigerazione (gas inerti, non tossici, con grande potere refrigerante). 40 anni dopo si è scoperto che hanno creato il buco nell’ozono. Di chi è la responsabilità? Degli scienziati, delle case di produzione dei frigoriferi, dei pubblicitari? E come applicare il principio della riflessività se nessuno poteva anticipare all’epoca le conseguenze che quei gas avrebbero avuto molti anno dopo? Beck dice che siamo nella società del rischio, complicata dal fatto che non abbiamo nessun nuovo paradigma solido a cui fare riferimento per affrontare e gestire questi rischi (come Gian ha ben spiegato sul tema delle virtù). Dobbiamo forse abituarci a pensare non ad un’etica unificata ma accettare l’idea dell’esistenza di molteplici etiche anche in conflitto tra loro?

    Marco

  6. Ivano dicono:

    Quale etica per gli imprenditori del terzo millennio?

    Quella del profitto, ovviamente. Quale altra semmai…

    il nostro grosso e attuale problema è un altro, e mi sembra impossibile che il filosofo economissta e l’economista che vuole fare il filosofo non se ne siano ancora accorti: in occidente non c’è più ciccia per imprenditori onesti e neppure per quelli disonesti, e tantomeno per speculatori e corruttori. Dunque, giunti a questo punto, l’etica e la morale di cui state parlando non trova più nessuna applicazione comprensibile nel mondo degli affari.

    E’ come provare ad ammaestrare dei leoni a pancia vuota: te-se-ma-gna-no

    La creazione di “valore” vi dice niente?? E per valore non intendo quello fittizzio bensì quello creato con il la-vo-ro, sempre che qualcuno conservi memoria di cosa sia il la-vo-ro.

    Di incantakukki il mondo è pieno e fintantoché trovano dei kukki che gli vanno dietro, il prodotto è equivalente a dell’ARIAFRITTA di ottima, ma che dico, straordinaria qualità…

    Ivano Urban

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