Piccoli, ovvero la pancia del paese

Piccoli è un libro interessante, che si legge d’un fiato. Parla di partite iva, artigiani, piccoli imprenditori, professionisti di cui la politica si è dimenticata. Dario Di Vico raccoglie i suoi tanti articoli sul Corriere e ne fa un saggio che ripercorre la tappe del suo viaggio alla scoperta della crisi che i media hanno messo in secondo piano. Gli “invisibili” sono tanti: sono i piccoli imprenditori dei distretti in difficoltà, gli artigiani per vocazione o per necessità, i professionisti senza tutele, tutti accomunati da un deficit strutturale di rappresentanza. Non aspettatevi un’analisi economica. Di Vico ragiona sul legame incerto fra micro-imprenditorialità, lavoro e politica, per suggerire a più riprese l’ipotesi di un sindacato che organizzi le sorti del lavoro autonomo.

Per parte mia ho un’unica osservazione critica. Il sottotitolo del libro è “La pancia del paese”. Perché la pancia? C’è la pancia di Roma, secondo l’apologo di Menenio Agrippa. C’è il ventre di Parigi, i mercati di les Halles raccontati da Zola. Magari troviamo qualche altro riferimento letterario. Ma per quanto ci si possa sforzare, la pancia è la pancia. Perché non la testa? I piccoli imprenditori, si dirà, non hanno troppa dimestichezza con la razionalità manageriale e il discorso politico (la testa della società, appunto). Hanno altre qualità. Hanno “naso” per gli affari. Hanno “gusto” e sensibilità nella moda e nel design. Hanno “mano” per capire la qualità dei tessuti. Hanno “fegato” quando si tratta di andare all’estero senza reti di protezione. Insomma hanno un sacco di talenti che sono qualcosa in più rispetto a ciò che siamo soliti associare alle pulsioni della trippa di un paese.

Se si parla di “pancia” è perché si immagina, come dice Mannheimer, che i sentimenti veri di una certa parte del paese siano “neri”, “l’antitesi dello spirito civico” (p.15), un luogo oscuro di pulsioni viscerali di cui avere (soprattutto) timore. Un po’ riduttivo, per quella che è la mia esperienza sull’argomento.

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2 Responses to Piccoli, ovvero la pancia del paese

  1. Elly dicono:

    Magari la pancia è semplicemente intesa come il centro, spesso poco considerata ma senza cui non esisteremmo ^.^, ma questa è solo una mia ipotesi, naturalmente.

  2. Ivano dicono:

    I “Piccoli” sono la pancia del Paese. Bhe, sembra che questa costatazione non sia una novità dopo aver letto di Menenio Agrippa grazie a Stefano che lo ha riportato. I “Piccoli”, per quanto riguarda l’Italia, più che la pancia del Paese io penso che ne sono stati il “sotto panza” e non solo dell’Italia ma anche della Germania, visto che la maggior parte delle nostre esportazioni manifatturiere va o andava in quella direzione. Esperti in distretti industriali credo che in questo blog non manchino quindi non serve aggiungere altro…

    I nostri “Piccoli”, oltre ad annoverare storicamente una redditività tra le più basse d’Europa, sono stati da sempre messi sotto scacco dal sistema del credito. Pagamenti lunghi? C’è la Banca che te li anticipa. Devi acquistare nuove attrezzature o l’autovettura? C’è la Banca che ti fa il leasing. Hai bisogno del capannone? C’è la Banca che ti fa il mutuo e così via… Questo è il sistema capitalistico che ci ha permesso di raggiungere i nostri livelli industriali e di benessere, e anche qui non c’è nulla di nuovo visto che anche i “Piccoli” in qualche misura ne hanno usufruito.

    I nostri “Piccoli”, nonostante i due influenti soci occulti che si ritrovavano (Stato e Banche) e che gli rosicchiavano buona parte dei propri margini, grazie all’ingegno italico che ci contraddistingue dagli altri paesi hanno saputo comunque guadagnarsi posizioni di altissimo livello nello scenario economico internazionale. Basti pensare al mitico “Made in Italy”. Tanti piccoli sono diventati grandi e per la maggior parte di quelli che sono rimasti ancora “Piccoli”, possiamo costatare che vantano delle organizzazioni di tutto rispetto. Insomma, un modello industriale che non a caso è stato studiato in tutto il mondo per la sua efficienza tantoché ne è stato il riferimento per l’attuale sistema manifatturiero cinese, ovviamente con dimensioni diverse.

    Verso la fine del 2008 con il tonfo delle borse internazionali è arrivata la crisi finanziaria. Quella economica per i “Piccoli” era iniziata oltre dieci anni fa, anni nei quali si cominciava già a parlare a chiare lettere di innovazione industriale come parola d’ordine e indirizzo da seguire soprattutto in funzione della prossima entrata in vigore dell’euro e della Cina nel WTO. Il problema che da li a poco si sarebbe concretizzato era lampante e super conosciuto dai così detti “Poteri Forti” (economico-finanziari grandi gruppi industriali e sistema finanziario): molti delle decine di migliaia dei prodotti contenuti nel catalogo dell’Azienda Italia sarebbero stati in qualche modo surclassati dalle produzioni dei paesi in via di sviluppo. E così è stato.

    Nonostante che i nostri “Piccoli” abbiano dimostrato in passato di sapersela cavare bene nei momenti di difficoltà dovuti alle precedenti crisi economiche, questa volta purtroppo non è stato così benché siano noti e storicamente documentati i grandi sacrifici e il sapersi continuamente reinventare che questo ceto economico-produttivo ha saputo fare sin dall’epoca del boom industriale a ieri. Forse qualcuno ha sottovalutato gli effetti della crisi o, nello stesso tempo, sopravvalutato la capacità dei nostri “Piccoli” di sapersi rigenerare anche in questo frangente economico.

    Per conto mio non saprei dare una risposta esaustiva sulla complessità del problema che si è andato a creare, ma di una cosa sono certo: una forte e inequivocabile responsabilità per tutto quanto sta succedendo è da attribuire ai così detto Poteri Forti, aggravata dal fatto che c’era tutto il tempo necessario per porvi degli efficaci rimedi. Da una parte il sistema italiano della grande industria (unico riferimento diretto e/o indiretto per i “Piccoli”) che non ha saputo mettere in atto politiche industriali strutturate in funzione a quello che da li a poco sarebbe inevitabilmente accaduto. E dall’altra il nostro sistema finanziario, per quanto se ne dica e ce lo vendano in bene, perché si è dimostrato incapace di interpretare, valutare e finanziare politiche industriali incentrate sull’innovazione. Inutile che ci giriamo intorno. C’è poco da fare e dire, i fatti ci dimostrano che siamo e saremo anche nel prossimo futuro dei perdenti nell’economia globale. Sempre che non avvenga un miracolo, e questo miracolo lo potranno fare i nostri “Piccoli” solo se i Poteri Forti sapranno dare i giusti input.

    Per sdrammatizzare vi racconto una barzelletta, tutta veneta, che casca a fagiolo con il contesto appena descritto.

    Bepi e Tony, come capitava ogni Domenica, si trovano all’osteria e l’uno fa all’altro: Bepi cosa ti sta succedendo, hai una faccia che sembra quella di uno che ha appena saputo che la moglie gli fa le corna. Peggio Tony, magari fosse come dici tu. Bepi dai raccontami, non farmi stare in pena. Tony sono rovinato, ieri mi è morto Brusera e non so proprio come fare. Dai non mi dire, ti è morto Brusera il più bel mulo di tutta la nostra zona, come è successo. Bepi ho voluto fare un esperimento provando ad abituare il mulo a stare senza mangiare, e quando pensavo di esserci riuscito il mulo è morto di fame.

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