Il Nordest prepara il suo futuro hi-tech

Affari e Finanza ha pubblicato oggi un lungo articolo sull’innovazione a Nordest. Dopo aver letto di imprenditori suicidi e di subfornitori strozzati dalla concorrenza cinese, tiriamo il fiato. Alessandra Carini riporta qualche numero della Fondazione Nordest e, soprattutto, qualche indicazione su come guardare al futuro.

Qualcosa sta accadendo al di fuori del perimetro del made in Italy tradizionale. Secondo le statistiche, tra il 2004 e il 2007 nel settore della sanità, gli addetti sono cresciuti in Veneto di quasi 10.000 unità. Nella sola provincia di Treviso sono il 30% in più in pochi anni. La Ismerian (Istituto di medicina rigenerativa e antietà) è un esempio di questa tendenza. Finanziata da un industriale manifatturiero, Zorzi, attraverso una fondazione, è il primo Istituto europeo privato dedicato interamente alla medicina rigenerativa. Secondo Filippo Ongaro che la dirige è necessario sviluppare una medicina che guarda l’uomo nel suo complesso con gli strumenti più avanzati che vanno fino alla genetica ed ha un carattere ‘sartoriale’, tagliato ad hoc sulla persona. Su questa linea sono esempi di innovazione anche G&Life e Ananas.

Anche in altri settori ci sono iniziative interessanti (nella sensoristica, nelle tecnologie verdi, nell’alimentare). Oggi le università hanno avviato progetti per incubatori d’impresa, gli atenei sostengono spinoff commerciali, si moltiplicano i premi. Basta questo per uscire dalla crisi? Forse, ma è difficile.

Per mettere in moto l’innovazione, bisogna spingersi oltre e, soprattutto, in fretta. Una possibilità è  valorizzare tutta l’innovazione che abbiamo nei grandi cantieri, spesso contestati, del nostro paese. Un esempio? Il MOSE una delle più grandi opere pubbliche mai realizzate per la salvaguardia dell’ambiente. Dopo molti anni e molte polemiche entriamo nella fase conclusiva di un’opera costata 10 miliardi di euro. Iniziamo a “spacchettare” lo sforzo che abbiamo fatto in questi anni e puntiamo valorizzare le tecnologie idrauliche, i materiali usati per la costruzione, le vernici, i rivestimenti utilizzati nel progetto. Rischiamo di scoprire che dentro a questi cantieri (oltre al Mose, le bonifiche di Marghera, i grandi restauri di Venezia) c’è più innovazione di quella che immaginiamo. Magari milioni di cinesi che vivono sull’acqua potrebbero essere interessati a quanto abbiamo fatto finora.

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6 Responses to Il Nordest prepara il suo futuro hi-tech

  1. Ivano dicono:

    Ho letto con immenso piacere quanto riportato nell’articola di Alessandra Carini unitamente al post, ovviamente.

    Bene! Mi sembra che stiamo andando per il giusto verso. E poi, le fonti mi sembrano autorevoli e le aziende citate e gli spin off di successo sono li sotto gli occhi di tutti. Che dire, ne concludo che il Nord Est è relativamente tranquillo per il proprio futuro economico-produttivo; è in una BOTTE DI FERRO, come si suol dire…

    A parte l’esempio pertinente del “Mose” citato da Stefano, paratie funzionanti o no se non altro abbiamo rifatto le rive e le bocche di porto che ne avevano un super bisogno, agli altri esperti vorrei chiedere alcune cose: scrivete per sentito dire? L’articolo della Carini rientra in una operazione di marketing pianificata ad arte per infondere ottimismo? O, come ultima istanza e mia curiosità personale, credete veramente a quello che dite e scrivete??

    I’m waiting the your courteous answers…

  2. Vladi dicono:

    Ottime domande, Ivano, le stesse che mi son fatto io.
    Mi permetto di sollevare due punti per rinforzare l’esortazione di Ivano.

    Primo: i numeri. Si sa, possono dire di tutto ed il contrario di tutto. Mi sembra mal riposta l’enfasi sui numeri della ricerca della fondazione nord-est in assenza di numeri analoghi relativi ad altre regioni d’Italia o del mondo. Sarebbe poi interessante collegare i numeri dell’innovazione ad un qualche indicatore di performance. Mi spiego, con un’ipotesi (balenga, forse): e se ad esempio quel 65% di aziende che non fanno R&S andassero benissimo e avessero passato la crisi indenni?

    Secondo: le indicazioni per il futuro. Mi fa piacere che il Nord-Est metta il naso nei settori più avanzati delle nano e bio tecnologie, ma mi sembrano scommesse che vedremo maturare, forse, tra molti anni (e in comparti ad altissimo rischio, su cui altri paesi investono con molta più decisione). Condivido il pensiero di Stefano: bisogna fare in fretta e c’è qui un’innovazione che, adeguatamente declinata e promossa, potrebbe trovare grandi mercati in tempi piuttosto brevi. Partiamo con quella.

    @gian: dove si possono trovare le statistiche sulla sanità che citi nelle tue dichiarazioni alla Carini?

  3. stefano dicono:

    @ivano
    condivido le perplessità. mi chiedo di nuovo: basta davvero un incubatore e due startup nano per uscire dalla crisi? forse, ma è difficile.

    credo che in questa fase il rischio più grande che corre il partito dell’innovazione (se ce n’è uno) sia quello di continuare a pensare che “la vita è altrove”.
    i numeri della crisi industriale di questi due anni ci dicono che un nuovo volano di sviluppo è necessario, ma, visti i vincoli di bilancio, non possiamo permetterci di finanziare a casaccio.
    meglio concentrarsi, è la mia opinione, su ciò che abbiamo in casa (il mose, le bonifiche). o ciò che, in ogni caso, rischia di generare ricadute positive (tecnologie per la valorizzazione dei flussi turistici, tecnologie per la mobilità, per il risparmio energetico).
    credo che la crisi ci costringa a mettere da parte un certo amore del nuovo per il nuovo e a guardare con più attenzione alle ricadute (con numeri allegati) delle spese per l’innovazione.
    s.

  4. Giancarlo dicono:

    @vladi: i dati sulla dinamica dell’occupazione per settori 2004-2007 citati nell’articolo sono ricavati dall’archivio ASIA dell’Istat e da Infocamere.

  5. Ivano dicono:

    Attenzione, non vorrei che ci fossero dei malintisi creati da presupposte prese di posizioni del tipo “innovazione in” e “innovazione out”. Quindi ben vengano le spin off sulle nanotecnologie e quant’altro riguardi la ricerca e l’innovazione in generale. A mio vedere la questione è un’altra. L’Italia appartiene a tutti gli effetti alla complessa macchina economica globale paragonabile, tanto per fare un esempio, a un soffisticato motore 12 cilindri capace di erogare una enorme potenza ma che attualmente sta funzionando a 4. Magari borbottando, riesce girare lo stesso ma senza erogare la sufficiente potenza che ci permette di superare la salita (crisi) che ci troviamo di fronte.

    Ben venga il Mose e altre grandi opere pubbliche (escluso il ponte dell’idiozia), ma se a monte poi non si innesca un meccanismo macro economico ad effetto catena, come può essere raggiunto implementando innovazione in tutti i settori industriali, rischiamo di ingenerare solo ed esclusivamente altro debito pubblico infruttifero.

    L’innovazione di serie A presenta sempre delle incognite, delle zone d’ombra che possono essere messe in luce lavorandoci sopra. Il nuovo, in quanto tale, vuol dire che non esisteva prima quindi da scoprire assumendoci tutti i rischi che questo comporta. Pretendere di conoscere e di ottenere anticipatamente tutte le risposte alle incognite che i processi d’innovazione, oltre a peccare di presunzione, significa che non stiamo facendo innovazione bensì semplice restyling che non è, almeno in parte, quello di cui abbiamo bisogno in questo momento per portare il nostro “motore” a piena potenza.

    E’ vero Stefano che i nostri “vincoli di bilancio” mettono paura e ci impongono delle serie riflessioni su come dobbiamo spendere al meglio i nostri soldi. Non vorrei che, un pò per panico e un pò per avidità, ci trovassimo nelle condizioni (mentali) di quel cacciatore che è morto di fame perchè non ha sparato a una delle cento lepri che gli sono passate di fronte per aspettare il cervo. Quindi, considerando l’uomo nella qualità di essere dotato di ragione, se abbiamo investito a “casaccio” lo potremmo sapere solo dopo e non prima.

    “Nessuno è più esposto all’errore di chi agisce per riflessione”. (Luc de Clapiers)

    E’ da qualche settimana che mi gira per la testa un questito del quale vorrei rendervi partecipi: ma, secondo voi, per l’ccidente è iniziata la fine dell’era dell’illuminismo?

  6. Giancarlo dicono:

    L’articolo della Carini non proponeva solo l’ennesima rassegna di casi di “eccellenza tecnologica”, che poi sono spesso “eccezioni”. Non considerava nemmeno i soliti pionieri che esplorano mercati sempre più lontani. L’idea interessante è che l’industria del Nord Est comincia a guardare con più fiducia alle “frontiere interne” dello sviluppo e dell’innovazione utile. La Ismerian produce “salute” innanzitutto per il mercato interno, così come il Mose è costruito per risolvere un problema locale. Ma le conoscenze create e le tecnologie sviluppate con queste iniziative possono diventare leva di un processo molto più ampio di innovazione e crescita imprenditoriale. Salute, benessere, bio-edilizia, infrastrutture ambientali e per la sicurezza idraulica, rappresentano nuove industrie che nel Nord Est possono contare su promettenti fattori di domanda e di offerta. La domanda è alimentata da una ricchezza diffusa, che la crisi ha intaccato ma non certo dissolto. Pensiamo alla salute: l’incidenza nel Pil è in Italia del 7%, negli Usa del 15%. Oppure all’efficienza energetica delle nostre case, che è una delle più basse in Europa. Per non dire dei sistemi di mobilità e trasporti, che presentano rilevanti deficit di modernizzazione. C’è, dunque, un ampio spazio per consumi di qualità, che possono attirare investimenti, nuove imprese e professionalità. D’altro canto, le difficoltà che l’industria incontra sui “tradizionali” mercati dell’export, incentiva il riposizionamento sui mercati interni, alla ricerca di aree di business più difficilmente attaccabili da produttori low cost. Tutto questo potrebbe assomigliare ad una ritirata, ma non necessariamente lo è. Perché se i mercati interni vengono serviti bene, si sviluppano attività interessanti che possono creare spill-over tecnologici anche per altre industrie. Se vogliamo, anche nel Nord Est stiamo entrando in una economia post-distrettuale.

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