Modernità sostenibile: come uscire dalla crisi

In che modo usciremo dalla crisi? Diversi da prima, è ovvio, lo dicono tutti. Ma diversi come? C’è chi pensa che tutto possa continuare come prima, una volta passata “la nottata”. C’è chi pensa che l’Italia vada rivoltata come un calzino per porre termine al male oscuro che la divora (il declino).

C’è una terza possibilità, a cui è dedicato il libro Modernità sostenibile: che si scopra l’importanza di un atteggiamento riflessivo, capace di rendere sostenibile lo sviluppo perché si preoccupa, passo per passo, di rigenerarne le premesse. Tutte le premesse: quelle ambientali, ma anche quelle motivazionali, infrastrutturali, culturali. Insomma tutto quello che è relativo alla galassia di ciò che gli economisti chiamano – con pudore – economie e diseconomie esterne.

Alla Venice International University, da più di un anno, un gruppo di lavoro sta chiarendo i contorni di quelle che abbiamo chiamato “filiere della sostenibilità”: reti di produttori, consumatori, distributori, centri di ricerca che possono mettere le loro capacità insieme per presidiare e ricostituire le premesse dei processi da cui dipende il nostro sviluppo. E’ ormai chiaro che questo compito non può essere assolto dal libero mercato (a cui sfuggono appunto le economie e diseconomie esterne), né può essere demandato – in sostituzione – allo Stato regolatore, che dall’alto prescrive che cosa fare e non fare a milioni di persone disposte (forse) ad obbedire. Fa ormai parte del passato un’immagine del problema della sostenibilità che vedeva una cesura netta tra interessi economici (dissipativi) e tutela (regolazione) dell’ambiente, assegnata alla politica.

Un ambiente difeso dalla pubblica amministrazione contro la vis dissipativa delle imprese convince sempre meno. Per due ragioni: presuppone una razionalità politica lungimirante e credibile, due cose lontane dal vero – almeno nell’Italia dei nostri giorni e immagina una soluzione regolatoria o redistributiva (del reddito) che non passa per l’innovazione.

Come è stato detto al Convegno sulla globalizzazione che si è tenuto il 25 febbraio alla Viu, la ricerca della sostenibilità sta diventando un significato che i consumatori accettano sempre di più come distintivo di una buona qualità del lavorare e del vivere. Non solo accettano di pagarne il costo, sotto forma di un “premio” di prezzo a prodotti che hanno un rapporto garantito, riconoscibile, con metodi sostenibili o “biologici” (naturali) di produzione, ma costruiscono comunità in cui queste idee si propagano e diventano fattore competitivo per i produttori.

In particolare – si dice nel libro – per i produttori del made in Italy. Che hanno un drammatico bisogno di riscoprire la qualità, in modo da difendersi dalla concorrenza di costo dei paesi emergenti. Ma che non possono farlo soltanto scalando la piramide dei consumo, verso l’”alto di gamma”. La qualità nel mondo di oggi, non è elitaria. O si lega al possesso di tecnologie originali, che forniscono un vantaggio competitivo non imitabile (ma questo vale solo per i paesi che hanno fatto un fortissimo investimento in ricerca, cosa che per adesso esclude l’Italia). Oppure – come accade in Italia – si lega ad una specializzazione nelle innovazioni d’uso, che applicano in modo innovativo tecnologie note  a campi abituali della nostra vita di lavoro e di consumo.
Parte rilevante delle innovazioni d’uso avviene attraverso la costruzione e propagazione di significati, esperienze, identità, servizi forniti agli utilizzatori e da questi, attraverso la filiera, elaborati fino al consumo finale. Certo, bisogna in grado di “leggere” e di “assorbire” la tecnologia che si sviluppa ormai in tutto il mondo, ma bisogna ancora di più saper presidiare gli usi, ossia la domanda insoddisfatta che altri trascurano e i desideri latenti che nascono continuamente nel mondo.

La sostenibilità è uno dei significati critici che la crisi ci ha insegnato a desiderare e amare. Essa significa apprezzamento per ciò che è condiviso, impegnativo e degno di cura, tanto da durare nel tempo entrando a far parte della nostra vita e della nostra rappresentazione di essa. Nel momento in cui la sostenibilità entra nel modello di business delle aziende, come fonte di valore capace di ripagare i costi e i rischi del suo sviluppo, possiamo dire che la modernità ha piantato i semi del suo ripensamento in senso riflessivo. All’inizio sarà coinvolta una minoranza di imprese, di lavoratori e di consumatori. Ma tutte le grandi innovazioni nascono per gradi: se riescono ad affermarsi e propagarsi possono poi divenire un’onda.

Il made in Italy degli oggetti sta cambiando pelle, e comincia a diventare made in Italy dei significati. Tra questi, un posto importante occupa la sostenibilità. Come fonte di valore, non solo di costi; e soprattutto come fonte di legami con tutti coloro che vogliono, nel proprio mondo, una migliore qualità del vivere e del lavorare.

Enzo Rullani

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