Se Glaxo chiude la ricerca a Verona

La notizia non ha avuto il rilievo che si merita. Quindi rilancio: Glaxo, leader mondiale nella farmaceutica con un fatturato di 28,3 miliardi di sterline, ha annunciato un piano di ristrutturazione che prevede la  chiusura di 6 centri di ricerca, tra i quali anche quelli di neuroscienze di Verona e della casa madre di Londra. A livello globale, il piano dovrebbe portare nelle casse di Glaxo 500 milioni di sterline: di questi risparmi il 70% destinato a consolidare i profitti,  mentre il 30% è destinato agli investimenti (acquisizioni e/o esternalizzazione).

Andrew Witty, amministratore delegato della multinazionale farmaceutica, ha esplicitato la strategia di fondo di Glaxo: “Abbiamo esternalizzato circa il 30% della ricerca di base e stiamo già conducendo la ricerca di base con 47 partner esterni e il nostro obiettivo è aumentare questo livello di esternalizzazione: così abbassiamo il rischio del nostro capitale investito e otteniamo un profitto più soddisfacente».

Glaxo scommette su un nuovo modo di fare ricerca, quello che oggi chiamiamo “open innovation“. Perché investire in centri di ricerca proprietari quando esistono là fuori strutture dedicate in grado di promuovere l’innovazione evitando molti dei rischi che la ricerca e sviluppo comportano? Henry Chesbrough ci ha spiegato che, ormai, sono molti i paesi che hanno investito in formazione avanzata: in nazioni come Cina, India e Corea è possibile trovare strutture autonome di ricerca capaci di promuovere progetti che, quando hanno successo, possono essere fatti propri da chi ha capacità finanziaria e distributiva.

Rimane da capire che fare nel nostro paese. Dopo aver discusso con accanimento sulla chiusura di Termini Imerese e dopo aver solidarizzato con i lavoratori dell’Alcoa, scopriamo che anche i nostri laureati/ricercatori sono a rischio. La crisi di questi due anni ci mostra oggi tutte le sue implicazioni reali.

Si poteva prevedere? Sì. Qualcuno lo aveva anche fatto. Consiglio di rileggere l’analisi di Alan Blinder (Princeton) a proposito della “delocalizzazione” di lavori manuali e lavori intellettuali (offshoring). Già nel 2005, Blinder ci metteva in guardia sull’impatto delle nuove tecnologie in termini di divisione del lavoro internazionale. A lungo abbiamo pensato in termini tradizionali alla differenza fra beni tradable (cose che si possono mettere in una scatola e che possono essere spedite) e non tradable, immaginando che solo la produzione dei primi potesse essere delocalizzata. Diceva Blinder: “molti servizi stanno diventando tradable e in futuro molti altri lo saranno”. Per capire cosa faremo noi (in Italia) e cosa faranno gli altri (economie emergenti) bisogna usare catergorie diverse. I mestieri intellettuali non sono necessariamente al riparo dalla concorrenza di Cina e India. Per contro, agenti immobiliari e baby sitter sono decisamente più al sicuro.

La vicenda Glaxo ci ricorda che anche le politiche per la formazione vanno ripensate. Il mantra educazione, educazione, educazione non basta più. In un numero di Wired i qualche anno fa, Daniel Pink, fautore di una nuova idea di intelligenza e di creatività, l’aveva messa in termini un po’ brutali: “Want to get ahead today? Forget what your parents told you. Instead, do something foreigners can’t do cheaper. Something computers can’t do faster.”

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15 Responses to Se Glaxo chiude la ricerca a Verona

  1. Ricercatore Glaxo dicono:

    Grazie per aver rilanciato la notizia. E’ vero. La notizia non fa notizia. Sembra non si percepisca quanto simbolica e importante sia questa decisione della multinazionale GSK di abbandonare definitivamente l’Italia. E’ un segno chiaro di questo tempo , insieme al fatto che se non c’è di mezzo un pò di gossip, di sesso o di droghe , sembra che la notizia non abbia abbastanza appeal da apparire sulle testate nazionali. Ho lavorato 7 anni nel centro ricerche , insieme a persone con una preparazione eccellente, pedalando tutti i giorni nel tentativo di scongiurare una decisione come questa. Abbiamo fatto il massimo e il massimo non è bastato. E’ il sistema economico che ha fallito, non noi. GSK chiude a Verona registrando un utile molto positivo nel 2009…spero che gli interventi statali adesso non facciano ancora peggio. Siamo in balia di un mare di cacca e della nostra preparazione scientifica non ce ne facciamo niente. Altro che fuga di cervelli dall’Italia, il mio cervello vuole fuggire dal mio corpo.

  2. Stefano dicono:

    @Ricercatore
    Mi colpisce che tu dica che per 7 anni avete provato “a scongiurare una decisione come questa”. Come se tutto fosse già scritto da un pezzo.
    Quali sono secondo voi i motivi di questo abbandono? Credo che sia utile riflettere su questo punto per mettere in moto un ragionamento sul futuro del paese e della regione.
    s.

  3. Ricercatore Glaxo dicono:

    Dunque, fare ricerca ad alti livelli ottenendo risultati e’ condizione (probabilmente) necessaria ma (sicuramente) non sufficiente per mantenere il proprio posto di lavoro. La motivazioni che portano alla chiusura di questo centro non hanno niente a che fare con l’aspetto scientifico, ma con dinamiche economiche e di borsa scollegate dalla qualita’ di quello che fai. Tutto era gia’ scritto da un pezzo, nel senso che l’economia di questo settore si sta spostando verso la Cina e chi lavora in questo ambito ha visto negli anni chiudere i maggiori centri di eccellenza europei di drug discovery. Riflettere su questo punto ti fara’ capire che il “made in Italy” fra breve non avra’ senso neanche per il parmigiano reggiano.

  4. Giancarlo dicono:

    E’ vero, la notizia sulla GSK è rimasta confinata entro circuiti informativi locali. Come se il problema non interessasse l’Italia, alle prese con problemi ben più gravi. In realtà, la decisione della GSK dovrebbe preoccupare più di quella presa dalla Fiat di chiudere Termini Imerese, o dell’Alcoa relativa agli stabilimenti di Marghera e Porto Vesme. In questi casi le conseguenze per l’occupazione diretta sono più consistenti, ma rientrano in un processo di cambiamento dell’economia italiana che, bene o male, è avviato da tempo. Anche se capita in una fase poco propizia, questo processo di ristrutturazione industriale rientra, comunque, nella prospettiva di riposizionamento strategico del sistema paese. Ma quando la GSK decide di chiudere uno dei maggiori centri di ricerca farmaceutica del Paese, è l’orizzonte strategico che, all’improvviso, scompare. Ecco perché dobbiamo riflettere a fondo su questa vicenda. Le mie prime osservazioni riguardano il rapporto fra politica e economia da un lato, e quello fra ricerca e imprenditorialità dall’altro. Con la crisi finanziaria ci è sembrato assistere ad una rivincita dello Stato sul mercato, che in Italia ha assunto toni paradossali nel “revanscismo” ideologico di Tremonti, ma anche nel verboso protezionismo di personaggi minori come Zaia. Ebbene, la risposta delle multinazionali non si è fatta attendere. In Italia siamo contro l’economia globale e riteniamo che la politica deve decidere su tutto? Bene. Accomodatevi pure, e tanti auguri per i posti di lavoro che potrà assicurare uno Stato con 1800 miliardi di debiti, una pressione fiscale reale che si avvicina al 50%, e un deficit infrastrutturale che rende energia e trasporti più costosi che in qualsiasi altro paese industriale. La seconda osservazione è relativa a quanto dice Stefano a proposito delle politiche per l’education e la ricerca. Queste politiche sono fondamentali, ma non bastano. In un’economia mondiale in cui, grazie alla tecnologia e alla straordinaria spinta sociale delle aree emergenti, si sta profondamente modificando la geografia dei vantaggi competitivi, la conoscenza può diventare valore utile – dunque, anche occupazione sostenibile – solo attraverso l’imprenditorialità. Lo si è capito quindici anni fa a Torino, quando la Fiat cedeva sotto i colpi della concorrenza, e la company town piemontese ha lasciato spazio ad un distretto dell’automotive, che oggi appare più solido di Detroit. Anche per Termini Imerese si inizia, finalmente, a pensare in questa prospettiva. Perché non potrebbe essere così anche a Verona?
    gc

  5. Paolo dicono:

    Il punto è che se non c’è la FIAT di mezzo i mezzi d’informazione nazionali (controllati dai soliti noti) se ne fregano. sembrerà superficiale e populista come ragionamento ma non vedo altre spiegazioni.

    La cosa preoccupante è che c’è stato sempre detto che bisognava puntare su produzioni ad alto valore aggiunto per non farci travolgere dalla “Cindia”, mi pare invece che anche su questo tipo di produzioni non siamo sufficientemente competitivi. E ora che si fa? Cosa sarà dell”Italia tra 10-20 anni? qualcuno dei nostri leader (non solo politici) riesce a guardare oltre alla mera quotidianità?

  6. Paolo dicono:

    A questo proposito suggerisco a First Draft, magari in partnership con il mensile Nordesteuropa.it, di organizzare un incontro/confronto pre-elettorale con i candidati alla presidenza della Regione Veneto ove affrontare questi temi oltre ad altri di cui questo blog si è sempre occupato (Veneto Città Metropolitana tra i tanti)

  7. Ricercatore Glaxo dicono:

    Non so cosa dire. Non sono un gran esperto di economia,ma mi sembra che in questo caso specifico il discorso sia ancora più ampio rispetto al desolante orizzonte italiano.
    Contemporaneamente a Verona , si chiudono 2 centri ricerche ancora più grandi in Inghilterra, uno a Zagabria e in Polonia. Mi sembra che la discussione debba essere a questo punto a livello europeo.
    Il vecchio continente, con il suo patrimonio di civiltà, fatto di regole, garanzie per i lavoratori, norme sull’ambiente, doveri sociali, non garantisce l’immediatezza del profitto come può invece la Cina , in cui , invece, le speculazioni trovano terreno fertile e vergine. Penso che se adesso è il turno di Fiat, presto lo sarà per Volswagen, poi Renault e via andare. Se pensiamo che l’anno scorso il governo ha promesso (e a quanto dice Monceuf Sloui (capo di R&D GSK) mai stanziato) 24 milioni di euro per sostenere GSK Verona, non si può dire neanche che lo stato non abbia provato a far niente. E’ che la lotta è diventata impari e l’Ovest del mondo sta generando un mostro che presto li fagociterà.

  8. marco dicono:

    @ricercatore glaxo la vostra situazione fa davvero riflettere. Soprattutto perchè stiamo parlando di attività ad alto valore aggiunto (come la ricerca e sviluppo) che in teoria avrebbero dovuto essere appannaggio dei paesi occidentali. Invece scopriamo che la concorrenza, anche in questo ambito, è feroce e si gioca in modo asimmetrico. Se capisco correttamente cosa vuole dirci il ricercatore glaxo, in Cina le regole bioetiche, i protocolli di sperimentazione sono molto meno stringenti (si può in sostanza avere mani molto più libere nella sperimentazione) e gli stipendi dei ricercatori sono molto bassi. Con un livello scientifico se non proprio identico ma quanto meno paragonabili. Da qui la convenienza ad investire nei paesi emergenti.

    Mi pongo due domande allora: la prima di policy e la seconda riguardo il business della ricerca e sviluppo.
    Il settore farmaceutico è fortemente regolato, gran parte degli acquisti di farmaci viene effettuato (sussidiato) attraverso i sistemi sanitari nazionali (almeno in Europa). Se le case farmaceutiche riducono i costi ed il rischio connesso allo sviluppo dei farmaci è fattibile/legittimo per lo Stato chiedere una riduzione dei prezzi dei farmaci acquistati, visto che questi (almeno in teoria) tengono conto dei grandi investimenti sostenuti per la messa a punto di un nuovo principio attivo?
    La seconda questione riguarda la ricerca e sviluppo. E’ ancora possibile fare ricerca in Europa in questi ambiti? Ci sono ancora delle aree sulle quali ha senso investire e che i paesi emergenti non possono raggiungere, almeno nel breve/medio termine?

    Marco

  9. Stefano dicono:

    @paolo
    non credo che riusciremo a organizzare eventi pubblici per discutere i temi che di solito discutiamo in questo blog. però ci siamo ripromessi di lanciare un incontro internazionale sul tema della città metropolitana dove speriamo di coinvolgere proprio Nordesteuropa. Quanto alle vicende di Glaxo, ci stiamo dando da fare affinché il caso venga riproposto dai media con l’attenzione che merita.

  10. andrea casadei dicono:

    il problema del paese non è la dinamica economica ma quella del lavoro… in qualsiasi altro posto al mondo ci sarebbero degli imprenditori disponibili a ragionare… magari con gli stessi dipendenti come partner… alla glaxo a verona sono bravi, bravissimi… e questo vale per un sacco di altre aziende, ma se non si risolve l’equazione flessibilità=precarietà non si troverà mai un metodo per rilanciare e diversificare le aziende e i lavoratori che ne fanno parte… forse sono OT, ma forse tutto sommato anche no…

  11. Asa dicono:

    A mio parere ci sono molti temi che si intersecano:
    – primo tra tutti, come scrive Stefano, il processo di esternalizzazione della ricerca. E’ generale nelle Big pharma, semmai Glaxo era in ritardo.
    – i differenziali di costo del lavoro. Dipendono da tanti fattori, alcuni legati alle garanzie sociali, ma non tutti. Molto dipende anche dal costo di sistema (infrastrutture, agevolazioni, burocrazia). Non si può essere in coda a molte classifiche internazionali sui vari aspetti, e non pagarne le conseguenze anche nelle eccellenze. In ogni caso, forse che il miracolo italiano negli anni ’50 si basava su presupposti diversi?
    – capacità di fare marketing territoriale del Paese. Se dismettessimo la boria che guarda la passato, e ci guardassimo intorno, scopriremmo che la rendita del Made in Italy viene erosa di continuo. Quanto pesa poi ospitare le tre organizzazioni criminali più aggressive in Europa?
    Questo solo per citare alcuni fattori che vanno ben la di là dell’eccellenza dei ricercatori Glaxo.
    Chiuso con una considerazione: il governo ha appena assegnato 26 Mni € a Glaxo (tramite Aifa) per la ricerca. E’ possibile pensare che vengano investiti in uno spin-off italiano che faccia ricerca anche per Glaxo e occupi una quota di licenziati, invece di rimpinguare gli utili della multinazionale?

  12. Stefano dicono:

    Segnalo qualche articolo uscito oggi sul caso Glaxo:
    http://www.unita.it/news/pietro_greco/94867/il_caso_glaxo_e_la_ricerca_usa_e_getta
    http://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/economia/2010/10-febbraio-2010/caso-galxo-sistema-italia–1602436880303.shtml

    Segnalo anche un pezzo di Dario Di Vico, pubblicato sul Corriere del 10/2:
    http://generazionepropro.corriere.it/2010/02/la_ricerca_che_insegue_i_merca.html

    Mi pare che ci sia una certa unanimità nel mettere in evidenza i limiti del nostro sistema paese. l’Italia, con i suoi inciampi burocratici e le sue inadeguatezze amministrative, non è una meta favorita dalle multinazionali.
    Mi pare che si provi, ancora un po’ troppo timidamente, a riflettere su cosa potrà fare il nostro paese per trovare una propria collocazione rispetto a una nuova divisione del lavoro internazionale. Fa piacere vedere che, proprio su questo punto, Di Vico citi our personal guru Enzo Rullani.

  13. Pingback: DestraLab » Se Glaxo chiude

  14. Fizz dicono:

    Oscar Giannino ne parla oggi in un’editoriale in prima pagina sul Gazzettino.

    http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=90993&sez=NORDEST

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