Se anche Apple inciampa nel made in ….

Negli Iphone che Apple vende in Cina è omessa la dicitura “Assembled in China” e compare solo il “Designed by Apple in California”. La fonte della notizia, Bruce Nussbaum di Businessweek, è più che attendibile.  Le ragioni di questa omissione non sono chiare ma è legittimo credere che si tratti di una precisa manovra di marketing. Se il consumatore cinese vuole comprarsi il sogno che il mondo Apple gli propone difficilmente lo riterrà credibile se legge che il prodotto è stato “assemblato” da un suo concittadino.

Da questa prospettiva, il dibattito che si è sviluppato in Italia sul tema del “made in …” sembra tutt’altro che una discussione provinciale. Se anche nel settore high-tech quella separazione tra testa (design) e braccia (assemblaggio/manifattura) sembra di difficile comunicazione al consumatore internazionale, che dire dei settori tradizionali del made in Italy?

Insomma il tema è quanto mai di attualità e diventa sempre più necessario far decollare il dibattito depurandolo dalle posizioni ideologiche  in un verso (100% made in Italy) o nell’altro (basta il marchio italiano) che oggi sembrano dominare la scena. Non possiamo, infatti, far finta che la globalizzazione non esista e che il made in Italy sia quello del secolo scorso. Così come dobbiamo stare molto attenti a non disperdere il patrimonio che abbiamo costruito. In sostanza dobbiamo essere in grado di rinnovare il senso profondo del made in Italy provando ad identificare valori comuni capaci di proiettare il prodotto italiano nel nuovo millennio. Non è un compito facile. Dove partire? Una proposta: oltre all’estetica e alla qualità del prodotto perché non pensare alla sostenibilità ambientale (e sociale) quale nuovo valore fondativo? Credo che in Italia non manchino aziende con la volontà di impegnarsi a fondo in questa direzione, ben oltre le certificazioni ambientali e il rispetto dei vincoli normativi. Per farle emergere dobbiamo però costruire una visione condivisa di queste priorità.

Marco

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