Acqua pubblica, acqua chiara?

Per quale motivo si è scatenato in Italia questo putiferio sulla “privatizzazione dell’acqua”? L’acqua, si dirà, è una risorsa fondamentale per la vita e per ogni forma di sviluppo. Perciò, non può che essere sottoposta ad un rigoroso controllo pubblico. Tuttavia, non è il controllo pubblico che il famigerato Decreto Ronchi mette in discussione, quanto il fatto che l’organizzazione dei “servizi idrici” debba rimanere appannaggio indisturbato di aziende pubbliche locali. Le quali, è bene ricordarlo, non sempre sono campioni di efficienza e, in ogni caso, sono già oggi controllate dai privati, in quanto l’elevato indebitamento le ha messe, di fatto, in mano alle banche, a cui vengono pagati oneri finanziari sempre più pesanti. Ma andiamo con ordine. I servizi idrici sono quell’insieme di attività che rendono possibile l’impiego dell’acqua per usi civili e produttivi: captazione dalle falde, potabilizzazione (specie quando viene dai fiumi e dai laghi), distribuzione negli acquedotti, raccolta in reti fognarie dopo l’uso, depurazione. Dunque, una riflessione seria e responsabile sulla riforma dei servizi idrici dovrebbe partire da questa ineliminabile ambivalenza: da un lato l’acqua è una risorsa ambientale di natura collettiva, che non può essere lasciata in mano a pochi; dall’altro, tuttavia, è un bene che, per diventare concretamente disponibile alla società, ha bisogno di lavoro, capitale e tecnologia, cioè di una complessa organizzazione industriale, che ha in Italia elevati potenziali di recupero di efficienza e innovazione.

L’Italia è un paese fortunato in quanto a disponibilità naturale d’acqua, sia al Nord come al Sud. Per i servizi idrici la situazione è diversa. Per allineare l’Italia agli altri paesi europei in termini di estensione e qualità delle reti acquedottistiche e, soprattutto, per realizzare impianti di fognatura e depurazione necessari a garantire adeguati standard ambientali e sanitari, servono investimenti per almeno 80 miliardi di euro. Con il debito pubblico che l’Italia ha accumulato è impensabile che queste risorse siano trovate nei bilanci dello Stato e degli Enti locali. Chi paga allora? Da una decina d’anni vige in Italia il principio del full cost recovery: in pratica, le società che gestiscono il servizio idrico si finanziano con le tariffe pagate dai cittadini in base ai consumi. Tuttavia, una famiglia italiana spende per acquedotto e fognatura circa 20 euro al mese, mentre un cittadino francese paga il doppio, un tedesco addirittura quattro volte tanto. Ovviamente, con tariffe così basse, non mancano gli sprechi. C’è, dunque, un punto da mettere in chiaro: se all’acqua attribuiamo un alto valore, bisogna allora essere disponibili a pagarla.

Ma perché i privati dovrebbero fare meglio delle aziende pubbliche? Il Decreto Ronchi – che riprende, di fatto, le linee di riforma dei governi di centro-sinistra – dice che le modalità di affidamento del servizio saranno di due tipi: la gara per il servizio e la società mista. In questo secondo caso il socio industriale potrà rimanere sotto il 50%, ma verrà scelto tramite evidenza pubblica. Dunque, la “privatizzazione” si riduce, in realtà, ad un’ipotesi remota poiché, anche nel caso delle gare, gli incumbents, quasi tutti pubblici, avranno un vantaggio indiscutibile sui concorrenti. Tuttavia, la riforma offre una prospettiva interessante. Da un lato, quella di rafforzare le attuali aziende di gestione del servizio idrico con incentivi concorrenziali e con la partecipazione di capitale e competenze tecniche provenienti dal mondo dell’industria e della finanza. Dall’altro, di costringere il pubblico a fare fino in fondo la sua parte, fissando obiettivi di interesse generale – come la tutela delle falde e della qualità dei fiumi, nonché chiari limiti nei rincari tariffari – e assicurare regole di massima trasparenza gestionale. Se l’acqua non va privatizzata, questo non significa che i servizi idrici non hanno bisogno di più imprenditorialità e più innovazione.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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9 Responses to Acqua pubblica, acqua chiara?

  1. stefano frac dicono:

    Paradossalmente il vizio maggiore del decreto Ronchi non è l’entrata di soggetti privati nella gestione del servizio idrico, quanto la mancata previsione di compiti chiari e forti di regolazione pubblica. Regolazione pubblica significa che le Autorità Territoriali d’Ambito (ATO) dovrebbero essere non solo espressione politica e amministrativa del territorio ma anche attrezzate tecnicamente per fissare investimenti, tariffa, sorveglianza e controllo del servizio. Il rischio è quello di una liberalizzazione senza regolazione. Alla liberalizzazione delle gestioni si risponde rafforzando le ATO, mettendole in grado di non subire le scelte dei gestori che mediamente dispongono di più informazioni di quelle in possesso dei loro regolatori. La riforma del servizio idrico parte da qui.

  2. Giancarlo dicono:

    @stefano frac: sono perfettamente d’accordo. Il punto politico vero è proprio questo, ma nessuno se ne occupa. Nè a destra, né a sinistra. Anzi, si sta indebolendo quel poco di regolazione del settore che c’era: il Comitato di vigilanza sulle risorse idriche (Coviri) è stato di fatto smantellato, mentre sulle Autorità d’ambito (Ato) pende la scure di Calderoli, che ritiene siano enti inutili. Invece, senza regolazione non c’è liberalizzazione. Non solo, in assenza di autorità indipendenti di regolazione anche le banche si tireranno indietro, perché non vorranno più finanziare piani di investimento che possono cambiare con il colore delle giunte o con gli umori dell’assessore di turno. Tutto questo caos ha un costo – in termini di maggiori oneri finanziari causati dal rischio più elevato – che graverà sulla bolletta.

  3. Matteo dicono:

    Purtroppo oramai la politica è arrivata ad ogni livello della società italiana, in ogni singola terminazione periferica (ne ho avuto l’ennesima conferma nel rinnovo del CDA di una scuola di musica classica storica qui a Portogruaro).
    Giancarlo, ma è sempre vero che se una cosa vale bisogna essere disposti a pagarla? Anche l’aria vale molto.

  4. Giancarlo dicono:

    @Matteo: hai ragione, certe cose non hanno prezzo (lo dice anche la famosa pubblicità di una carta di credito). Il problema è se il prezzo può contribuire all’impiego più rispettoso di una risorsa cui attribuiamo valore. Il “valore” della risorsa è solitamente collegato a quello di “scarsità” attuale oppure anche solo potenziale (quando si compromette l’uso per le generazioni future). C’è da chiedersi: l’acqua è una risorsa scarsa? In realtà, per quanto riguarda gran parte dell’Italia e dell’Europa, non ha senso parlare di scarsità della risorsa idrica. Dunque, è sbagliato fare pagare l’acqua? No, perché ciò che deve essere fatto pagare non è l’acqua in sé, bensì due aspetti relativi al “servizio idrico”: la costruzione di infrastrutture per portare l’acqua nelle case in buone condizioni (sostenibilità igienica e sanitaria), e l’attività di depurazione per restituire l’acqua usata ai fiumi senza compromettere l’equilibrio ambientale (sostenibilità ambientale). Tanto meglio si fanno queste attività, tanto maggiore è il loro costo. Tale costo può essere pagato in diversi modi: con le tariffe (dunque, in base ai consumi), oppure con la fiscalità generale (in base al reddito), oppure ancora con il debito pubblico (qui i criteri redistributivi sono più complessi). Se non vogliamo pagare le tariffe dell’acqua abbiamo due possibilità: non fare le opere idrauliche, oppure farle ma caricarne il costo sulla fiscalità o sul debito. In entrambi i casi, c’è solo l’illusione di non pagare, ma non è affatto così. I problemi ambientali e sanitari presentano subito il conto. E anche il fisco non aspetta molto. Il debito è un costo più subdolo, ma prima o dopo – magari con i nostri figli – anche qui il conto arriva. Ultima considerazione: tanto più l’acqua costa, tanto più ci attiviamo per risparmiarla (o non sprecarla). Se l’acqua non costa nulla possiamo sprecarla. Se costa qualcosa, cercheremo di risparmiarla. Se costa molto, mi attrezzerò per usarne di meno, ad esempio investendo in impianti di irrigazione più efficienti o per il riutilizzo di quella piovana. Il ragionamento vale anche per l’aria: per avere quella buona siamo disposti a pagare un soggiorno in montagna.

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