Galassia pro-pro

Seguiamo con vivo interesse l’eccellente lavoro di Dario Di Vico, un racconto quasi quotidiano delle difficoltà della galassia dei pro-pro, produttori e professionisti, piccoli imprenditori ed artigiani. Di Vico racconta l’assenza di rappresentanza del pulviscolo di capitalisti personali privi di tutele e sferzati dai colpi della crisi più di altre categorie.

Due dati interessanti. Il primo: i piccoli si sono incazzati, finalmente e per davvero. Stanno facendo sentire la loro voce con tutti i mezzi: assemblee, auto-organizzazione, blog, incontri gladiatorii con banchieri e politici. Reclamano riconoscimento e tutele in virtù del loro ruolo cruciale nell’economia italiana. Pochi paesi al mondo dispongono di un capitale imprenditoriale come il nostro: al netto di quelle inattive, il nostro paese conta più di 6 milioni di partite Iva e si è sempre caratterizzato per l’elevata propensione a fare impresa. La politica (da destra a sinistra) non se ne occupa: li tratta come carne da campagna elettorale quando va bene, da evasori incorreggibili quando va male.

Il secondo dato ci tocca da vicino. Di Vico afferma che gli economisti, i giuslavoristi, i sociologi hanno sempre snobbato il lavoro autonomo per quello dipendente, il fenomeno imprenditoriale a favore dell’impresa più “pesante” e strutturata. Vero. Se l’insegnamento universitario riflette minimamente l’attività di ricerca nel nostro paese, l’imprenditorialità, il self-employment non hanno praticamente cittadinanza. Tutt’al più si trova qualche accenno a Schumpeter in qualche corso di storia del pensiero economico. E’ efficace Ranci, citato da Di Vico: «dei professionisti e delle partite IVA non si conosce tutto quello di cui ci sarebbe bisogno per formulare ipotesi di riforma e corrette policy». La rappresentazione dei pro-pro nella ricerca e nelle policy, dice Ranci, «sa di cartolina ingiallita […]. E’ necessaria una nuova lettura del fenomeno che isoli le componenti di imprenditorialità, competenza ed indipendenza».

Condividamo: la ricerca economica ascolti i piccoli, per prima e senza snobismi. E’ necessario però necessario che i pro-pro prendano parte ad un dialogo con quella ricerca che li può meglio rappresentare. E’ vero che questo dialogo non è stato tra i più facili anche per una certa circospezione dei pro-pro e delle loro associazioni, non sempre disposti a farsi studiare e a dar credito alla ricerca.

Grazie a Di Vico oggi i pro-pro vedono rappresentata la protesta. Per evitare che diventino come i panda (se ne parla solo quando le cose buttano male) è utile che pensino a costruire una rappresentazione in positivo, una leggibilità chiara di chi sono, che cosa fanno, quanto contano aprendosi a chi per mestiere ha gli strumenti, le parole e le capacità necessarie per sostituire la cartolina ingiallita. Noi ci stiamo, ci piacerebbe utilizzare firstdraft per raccogliere in modo agile indicazioni e commenti, spunti, ecc. da parte della generazione Pro-Pro con i quali continuare l’attività di ricerca che stiamo conducendo sul tema.

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5 Responses to Galassia pro-pro

  1. stefano dicono:

    Forse è vero che manca una fotografia aggiornata del fenomeno. Ma non credo che il problema sia solo studiare e analizzare meglio come stanno le cose.
    Ho la netta impressione, piuttosto, che il problema sia nel campo della politica. Sono i politici che, per ragioni diverse, non trovano collegamenti stabili con questo mondo. Non lo riconoscono come interlocutore dotato di consistenza. A loro, alla politica, bisogna indirizzare le domande di Di Vico.

  2. vladi dicono:

    Questione di prospettive, aspettative e fiducia. Credo che finchè la politica li considera un’anomalia e fa salotto con altri giri, sia difficile che si muova di sua iniziativa. In altre parole: non è che anche alla politica serve una rappresentazione chiara di un mondo che ignora perchè non lo conosce/capisce?

  3. vladi dicono:

    Giusto una segnalazione: Di Vico e Preti a Varese, insieme ai pro-pro, per capire chi sono e dove vanno. Devo dire che il movimentismo dei pro-pro (che ora contano nelle proprie fila anche Casarini) mi sta piacendo.

  4. Ivano dicono:

    Miseeereereeee, misEEEREEEREEEEEE, miiiisero me, eppur brindo alla VIIIIIITAAAAAA… 😉
    Forte il Verdi e il suo “Il Trovatore”.
    Caro Vladi, ho letto anch’io della brillante iniziativa di Dario Di Vico e aderisco volentieri al tuo invito portandoti le mie esperienze/confidenze professionali di “Pro Pro”, e cioè di individuo molto PROpedeutico, forse un po’ troppo PROpulsivo, ma sicuramente anche PROpensivo allo sviluppo di nuove ed innovative idee di business. Spero vivamente che tu ci possa trovare qualcosa di utile per le tue ricerche, ma anche altrettanto utile per una buona approssimazione dei risultati auspicati. Già, Einstein diceva che non basta individuare con esattezza i parametri e i fattori su cui costruire una equazione, bisogna anche saper collocare i valori giusti altrimenti otterremmo un ottimo risultato sotto il profilo logico ma del tutto forviante sotto l’aspetto qualitativo.
    Allora, non considerando le poche settimane passate da dipendente quand’ero giovanotto nella raccolta delle mele/pere e nella vendemmia dell’uva –fra l’altro ne conservo ancora un bellissimo ricordo-, il mio curriculum lavorativo, iniziato nell’edilizia industrializzata con il terremoto del Friuli del 76, è sempre stato contrassegnato da una partita IVA. Quindi, già dall’inizio, sono stato educato alla pratica manuale, allo spirito d’indipendenza e alla doverosa buona qualità del servizio/prodotto svolto sul mercato. Diversamente c’era la certezza di non venir pagato per l’opera svolta, quindi, con livelli di attenzione altissimi sul prodotto del proprio “fare”. Poi, proprio per quell’innato desiderio di miglioramento che credo appartenga a tutti noi, sono passato dall’edilizia industrializzata al restauro e progettazione d’interni, alla produzione e commercializzazione di complementi d’arredo per poi fare un enorme salto di qualità, solo da poco me ne sono reso conto, prendendo in considerazione la professione dell’Industrial Design che svolgo a tempo pieno da circa otto anni a questa parte. Nel mio percorso lavorativo credo di essermi comunque sempre distinto, da prima con encomi da parte dell’Arch. Renzo Piano per l’organizzazione e per le innovative attrezzature impiegate in un suo cantiere (Corte Lambruschini Genova), e poi per alcune pubblicazioni (gratuite) su riviste specializzate nell’arredamento d’interni come “Business Hotel” e “Suite”, ma anche una menzione sulla “Guida Michelin” Austria per aver arredato un ristorante italiano (l’ultimo mio lavoro nel settore dell’interior) classificatosi nel 1998 nella top ten di categoria. Anche la prestigiosa rivista “Costruire” mi ha dedicato le sue attenzioni pubblicando una collezione di decori in gesso da me ideata e prodotta, considerata innovativa sia dal punto di vista della proposta estetica nonché per aver ideato una nuova tecnica che ne facilitava la composizione e l’istallazione. Ci sarebbe ancora da dire ma mi fermo qui…
    Mettermi a fare l’Industrial Designer, come dicevo prima, non è stata una cosa semplice aggravata poi dal fatto che avevo ormai quarant’anni e senza uno storico che mi confermasse in questo altrettanto difficile settore. Più che un’impresa difficile, la mia, si prospettava più come una mission impossibol. Dopo attente riflessioni, decisi di impegnarmi più sull’indirizzo dell’innovazione tecnica piuttosto che sullo style per evitare quello che poteva essere un facile confronto e giudizio con i lavori di altri designer. L’idea era quella di proporre un design distintivo in cui le proporzioni dell’oggetto/strumento preso in considerazione, sarebbero state la diretta conseguenza dell’apporto di una innovazione tecnica riscontrata essere utile, nuova ed originale. Era il 2002 quando ho iniziato, e già all’epoca l’innovazione tecnologica era indicata come il nuovo paradigma economico da seguire per poter competere con autorevolezza nel mercato globale. Bene, a questo punto quello che contata si sarebbe concretizzato con il saper studiare e sviluppare dei progetti in chiave Made in Italy con un alto profilo qualitativo in cui, secondo la mia personale interpretazione, l’aspetto qualitativo doveva parametrizzarsi nel giusto compromesso tra un alto livello di utilità strumentale raggiunto con l’applicazione di innovazioni tecniche riscontrate essere nuove ed originali.
    Di per se mi sembrava che un simile servizio fosse utile e vantaggioso per le industrie, si sarebbero trovate di fronte a delle innovazioni di prodotto, fra l’altro brevettate, senza aver dovuto conferire degli incarichi preventivi. In più, gli eventuali compensi che l’industria avrebbe dovuto pagare sarebbero stati calcolati sui ricavi con delle royalties. Un servizio onesto e nobile direi, nonché estremamente vantaggioso perché le stesse industrie avrebbero potuto commercializzare un prodotto esclusivo e sappiamo tutti quanto importante sia un simile fatto per la competitività industriale intesa su scala globale.
    Bene. Anzi, male! Nonostante mi sia prodigato nell’indagare varie segmentazioni industriali in cui l’Italia primeggia e aver sviluppato e proposto a destra e a manca progetti in linea con le nostre specializzazioni manifatturiere, a tutt’oggi non sono riuscito a trovare un’Industria intenzionata ad investire in nessuno dei miei progetti. Si si lo so che tutto questo porta a pensare che i miei siano dei progetti patacca. Piano piano me ne sto convincendo anch’io. Nonostante tutto ciò, però, rimane il fatto che di innovazione marcata con il brevetto non ve ne sia molta in giro, e questo, secondo me, la dice lunga…
    È da un po’ che scrivo su questo blog che ritengo frequentato da esperti nel settore economico, quindi credo che qualcuno di voi abbia già avuto modo di capire il lavoro che faccio e se ha visitato il mio sito web anche di valutare i progetti di innovazione industriale sviluppati, dunque, probabilmente si sarà anche fatto una opinione del loro livello qualitativo. Non vorrei sembrare troppo presuntuoso, ma io un’idea in merito me la sono fatta e continuo a chiedermi:
    il nostro tessuto industriale manifatturiero di quale tipo di innovazione ha bisogno o sta cercando per poter competere nei mercati globali?
    Io una bozza di risposta di risposta me la sono data, e il suo contenuto risiede tutto nel significato di un termine, e cioè: IGNAVIA

  5. Associazione Torino Internazionale dicono:

    Prima di tutto, complimenti per il blog. Vi segnaliamo che anche il nostro http://www.torinonordovest.it/ sta trattando in questi giorni le stesse tematiche sollevate dal blog del Corriere. In particolare delle difficoltà che stanno attraversando i lavoratori della cosidetta “zona grigia della crisi”, una popolazione eterogenea, con soggetti forti e deboli, precari e imprenditori di sé stessi, knowledge worker e lavoratori dequalificati, creativi e colf – più o meno 300.000 lavoratori su 957.000 della provincia di Torino- di lavoratori che non accedono a nessuna tutela.
    La “zona grigia” della crisi, effettiva e potenziale, è particolarmente concentrata nei terziari legati alla consulenza, alla comunicazione, alle attività culturali e creative, alle professioni tecniche. L’impressione è che proprio in queste zone sia in corso una ristrutturazione strisciante, che potrebbe preludere a una riconfigurazione complessiva del sistema dei compensi nei servizi qualificati e nel lavoro professionale.

    Ci piacerebbe se anche voi partecipaste alla discussione

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