Perchè conviene evitare la guerra sul made in Italy

Report, la trasmissione di Raitre, è tornata sul tema del made in Italy con due inchieste che sono andate in onda nella puntata di domenica primo novembre. La prima inchiesta in negativo sui grandi brand italiani del lusso che giocano un po’ troppo con la dicitura made in Italy producendo in realtà in Cina oppure in Italia ma impegnando subfornitori che utilizzano manodopera (cinese o italiana) in nero. La seconda, invece, in positivo sui GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) che dall’acquisto di ortofrutta a KM zero passano ai prodotti industriali, nel caso specifico calzature, realizzati da artigiani locali: dal produttore al consumatore saltando la distribuzione. Lo parabola è chiara: da un lato i brutti e cattivi che fanno i soldi sulla pelle delle maestranze, dall’altro i piccoli laboratori artigianali che si auto-organizzano e trovano il modo di sopravvivere.
Sembra tutto chiaro, ma non è così. In realtà il risultato di queste inchieste è solo una grande confusione che non aiuta a far progredire il dibattito sulla valorizzazione del made in Italy e anzi rischia di aumentare le prese di posizione ideologiche. Il made in Italy non è solo manifattura. Come non è solo brand di facciata. Ma è invece una simbiosi molto particolare tra valore materiale (qualità delle lavorazioni) e valori immateriali (significati e simboli associati al prodotto) che vengono rappresentati dal brand. Tra le mani dell’artigiano e la matita del designer/stilista. E’ questo incontro che ha reso il prodotto italiano così ricercato a livello internazionale. La produzione di valore immateriale ha permesso di dare senso a pratiche artigianali altrimenti destinate a scomparire per effetto della modernizzazione. Così come l’artigianalità ha trasformato i significati (astratti e immateriali) in prodotti tangibili capaci di regalare sensazioni ed esperienze uniche al consumatore. Separare questi due aspetti è il peggior torto che si possa fare al made in Italy.
Tornando a Report: siamo d’accordo con il filmato critico sui brand del lusso perché una gestione troppo superficiale delle catena di fornitura rischia di impoverire quel legame tra materiale ed immateriale così importante per il made in Italy; lo siamo meno sul secondo quando si vedono artigiani italiani che realizzano modelli a basso prezzo di scarpe di brand affermati (nel video sono facilmente riconoscibili le copie del desert boot di Clarks e dei sandali Birkenstock), copiando, senza tanti fronzoli, design ed identità visiva creati da terzi. Questo secondo video più che un passo in avanti mi sembra un passo indietro. La grande qualità artigianale e manifatturiera italiana diventa un’arma spuntata se ci limitiamo a pensarla in contrapposizione con la produzione di valore immateriale (brand). Al contrario può restare un punto di forza solo se diventa parte di un processo di innovazione più ampio nel quale il brand gioca un ruolo chiave.

Marco

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4 Responses to Perchè conviene evitare la guerra sul made in Italy

  1. Arianna Rossi dicono:

    Grazie per il link a Report (trovo molto interessante il primo servizio). Sono d’accordo sulle tue osservazioni riguardo alla separazione fittizia di manifattura e brand, il cui legame costituisce la forza del Made in Italy. Ma trovo che il primo servizio sui brand di lusso non sia solo utile per sottolineare il rischio di divisione tra componenti di produzione materiali e immateriali, ma anche per portare l’attenzione sull’aspetto etico e sociale della produzione di lusso. Credo che molti consumatori assumano (come Santo Versace) che ci sia un « codice etico » sicuramente rispettato dai brand di lusso e che il prezzo pagato per i prodotti rifletta anche la conformità a standard lavorativi e sociali. Cosa che molte volte non corrisponde a realtà, né in Italia né all’estero – come mostrato da Report e come posso confermarti per esperienza personale in Marocco.

  2. marco dicono:

    Arianna hai ragione ad evidenziare la centralità della dimensione etica. I consumatori, giustamente, dimostrano una crescente attenzione a questi aspetti: il caso nike insegna. Sfruttamento e violazione delle libertà individuali sono cose da combattere che ci sia dietro (o meno) un prodotto industriale. Non vorrei che però questo dibattito scivolasse verso una direzione a mio avviso molto pericolosa che legittima implicitamente la possibilità di copiare il prodotto come arma di ritorsione nei confronti di alcuni brand che non si curano di controllare le proprie catene di fornitura. La dimensione etica è rilevante in entrambi i casi.

    Marco

  3. Michele dicono:

    Mi piacerebbe andassimo verso il design in Italy d’ispirazione Apple che in bella mostra mette su ogni I-Phone “Design in California, made in China”.

    La visione ideologica che tu indichi rivela una poca conoscenza della realtà che è ben più complessa.

    Produrre in Italia e subappaltare in nero o delocalizzazare?
    Credo ci siano altre vie.

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