Irrazionalità e politica della paura

La funesta contabilità dei morti negli attacchi alle Twin Towers va aggiornata. Nei dodici mesi successivi agli attentati terroristici centinaia di migliaia di americani preferirono l’auto all’aereo. Il risultato: un incremento massiccio di decessi in incidenti stradali rispetto alla media dei 5 anni precedenti. Anche se i terroristi dirottassero e schiantassero un aereo a settimana negli USA, una persona che mediamente prende un aereo al mese per un anno avrebbe solo 1 probabilità su 135 mila di morire. In auto questa probabilità è pari a 1 su 6000.

Da questi numeri parte l’interessante libro di Dan Gardner “Risk: the science and politics of fear”. Il giornalista canadese passa in rassegna i risultati più importanti delle scienze cognitive degli ultimi anni per dimostrarne le implicazioni nella vita di ogni giorno. Il problema della nostra specie, sostiene Gardner, è che siamo uomini dell’età della pietra che vivono in un mondo troppo complesso. Crediamo di prendere scelte razionali, tuttavia la nostra mente ed il nostro istinto giocano brutti scherzi e ci rendono incapaci di valutare correttamente i rischi.

Il ragionamento di Gardner intende svelare i meccanismi della paura e metterci in guardia. Non siamo in grado di gestire correttamente il rischio, non ne comprendiamo correttamente l’entità. Le polizze assicurative sui terremoti tipicamente raggiungono un picco immediatamente dopo una scossa tellurica, mentre sarebbe più razionale stipularle proprio in periodi caratterizzati da una lunga tranquillità. Chiudiamo i nostri figli in casa per paura di rapitori, pedofili, stupratori, incidenti vari, nonostante il rischio di queste evenienze sia molto modesto. Così facendo li condanniamo a sedentarietà, rimbambimento e diabete infantile, che mietono molte più vittime delle presunte orde di “orchi”. L’umanità occidentale di oggi è la più ricca, in salute, longeva specie della storia, dice Gardner. Eppure siamo maledettamente spaventati.

Quando vediamo immagini di panico e distruzione, di fronte ad un evento drammatico, media e politica ne approfittano: i primi per fare audience, i secondi per fare leggi, non supportate dai numeri e dall’effettiva entità del rischio. Diversi i temi scottanti sui quali Gardner, numeri alla mano, alza il sipario. Ad esempio la paura del terrorismo e della criminalità, che è stata grimaldello per politiche restrittive ed intolleranza in gran parte del mondo occidentale; l’insensatezza (economica e sociale) della “guerra alla droga” degli ultimi 30 anni; l’allarmismo ingiustificato sul nucleare; il cinismo dell’industria farmaceutica (che’ in tempi di influenza A è argomento interessante).

Consigliato per un buon allenamento al pensiero critico.

Vladi

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4 Responses to Irrazionalità e politica della paura

  1. Scila dicono:

    Suggerisco anche “Assalto alla ragione”, di Al Gore

  2. Interessantissimo Vladi, aggiungo solo che il tema sembra avere grandi prospettive cosi come l’economia comportamentale, per un approccio più light segnalo anche “la passeggiata dell’ubriaco” http://www.ibs.it/code/9788817034081/mlodinow-leonard/passeggiata-dell-ubriaco-le-leggi.html

  3. Giancarlo dicono:

    Ottima segnalazione. Il tema della percezione sociale del rischio è indubbiamente interessante. Un libro fondativo sull’argomento è stato quello di Mary Douglas e Aaron Wildavsky, “Risk and Culture”, scritto ancora all’inizio degli anni ’80 (lettura di gioventù, ma straordinariamente attuale). L’idea sostenuta è che la percezione del rischio non è un fenomeno naturale, bensì culturale. Ed essendoci culture diverse che convivono nella stessa società, sono fatalmente diverse, e potenzialmente in conflitto, le percezioni del rischio. I movimenti ambientalisti sono la manifestazione di una cultura particolarmente avversa al rischio, mentre vale il contrario per gli imprenditori. A proposito di riferimenti sulle culture del rischio, è imperdibile il capolavoro di Roy Lewis, “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”, Adelphi. Una lettura spassosa e molto istruttiva sul conflitto perenne fra progresso e principio di precauzione.

  4. Matteo dicono:

    Mi pare che due motivazioni alla base dell’incapacità di valutazione del rischio siano scarsa consapevolezza e mancanza di informazioni, che poi sono collegate. E permettetemi una battuta, movimenti ambientalisti avversi al rischio? E i volontari di Greenpeace? E quei pazzi di SeaSheperd? (http://www.seashepherd.org/)

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