La volpe e l’uva: l’Italia vista dall’Inghilterra

Hanno fatto molto discutere in Gran Bretagna gli ultimi dati resi noti dall’equivalente inglese dell’ISTAT. Dopo oltre un anno di crisi mondiale la Gran Bretagna si scopre un’economia più piccola di quella Italiana. Un sorpasso al ribasso visto che anche l’Italia è in difficoltà ma comunque significativo se si pensa che nel 2000 l’economia inglese era più grande del 35% rispetto a quella Italiana. Secondo gli analisti inglesi le ragioni di questa difficoltà sono due: il deprezzamento della sterlina rispetto all’euro e la struttura del sistema economico inglese troppo sbilanciato finanziariamente. Un’economia a credito simile di fatto a quella americana che sta trovando difficoltà a risollevarsi dalla crisi. Difficoltà maggiori di quelli di un paese “complicato” (secondo le metriche inglesi) come l’Italia che con la propria struttura industriale basata sull’export dimostra un’insospettata plasticità (resilience) soffrendo meno e iniziando a dare qualche segnale di recupero.
Ma esattamente a quale qualità industriale gli inglesi fanno riferimento? Su questo forse le idee sono meno chiare. L’Economist ha pubblicato un interessante articolo su tre distretti Italiani (Biella, Matera e Prato) messi sotto pressione dalla globalizzazione. L’articolo in sostanza mette in discussione la capacità di tenuta del modello distrettuale inteso come sistema autocontenuto, dove la produzione si svolge integralmente sul territorio. Difficile dargli torto. Effettivamente l’attuale recessione economica ha reso più evidenti le difficoltà strutturali che distretti di tipo tradizionale stanno affrontato dall’intensificarsi dei processi di globalizzazione. Quello che l’Economist non dice è che in questi anni una parte dei distretti ha subito una profonda trasformazione. Da sistemi autocontenuti, i distretti si sono aperti e hanno saputo sfruttare a proprio vantaggio le opportunità della globalizzazione. Sono diventati meno spazi manifatturieri e più luoghi dell’innovazione, terreno di cultura di quelle medie imprese che hanno trainato l’export italiano. E’ proprio questa plasticità che oggi gli inglesi ci invidiano e che forse dovremmo anche noi riconoscere maggiormente.

Marco

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5 Responses to La volpe e l’uva: l’Italia vista dall’Inghilterra

  1. Giancarlo dicono:

    Ciò che fa la differenza, alla fine, non è la specializzazione settoriale (industria o servizi), né l’esistenza o meno dei distretti, ma la diffusione di capacità imprenditoriali nella popolazione. Se si manifestano queste capacità, le crisi diventano occasioni di apprendimento e spingono più velocemente verso il cambiamento, l’innovazione e il riposizionamento competitivo. Il problema è dove nascano e si mantengano in vita queste capacità: più nella finanza o nell’industria? nelle economie di grande o di piccola impresa? in economie protette o aperte?
    Probabilmente è nel giusto mix di queste componenti. E anche se nessuno conosce la formula corretta, abbiamo imparato qual’è quella sbagliata: troppa finanza, banche grandi troppo e intrecci patologici fra politica e affari!

  2. Paolo dicono:

    Il PIL americano visto da Marco Fortis: http://www.ilfoglio.it/duepiudue/183

  3. Paolo dicono:

    Da un rapporto di Bankitalia: da marzo 2008 la redditività operativa delle imprese finanziarie quotate italiane “è risultata più elevata della media europea”. http://www.ilfoglio.it/duepiudue/181

  4. marco dicono:

    @Paolo grazie per le ottime segnalazioni che confermano finalmente l’inizio di una riflessione seria sulla reale competitività dell’economia italiana.

  5. Paolo dicono:

    Grazie a te per gli ottimi post!
    Pur non essendo del settore, visto che anche nelle università italiane si sta iniziando (sottolineo iniziando) a ragionare come in molti altri Paesi cercando di attirare i migliori cervelli, stavo pensando che non sarebbe male se si riuscisse a convincere Marco Fortis a venire ad insegnare a Nordest, magari come Visting Professor al TeDIS Centre della VIU! Tu cosa ne pensi?

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