Globalizzazione in casa: distretti e decent work

La puntata di domenica sera di Report “Una poltrona per due”, raccontando la crisi del distretto dell’imbottito di Forlì (“stiamo facendo la fine di Prato”) ha riportato alla ribalta il tema della concorrenza sleale dentro i confini italiani e le conseguenze negative per le nostre imprese. In breve: i cinesi, arrivati nel nostro paese ed imparato il mestiere (di tappezziere in questo caso) alle dipendenze o come terzisti di fornitori distrettuali, diventano ben presto imprenditori a tutto tondo e, a prezzi “stracciati”, riescono a diventare subfornitori delle imprese di divani, mettendo fuori mercato i fornitori locali in regola che avevano fino a poco tempo prima girato loro commesse e conoscenze
Si tratta di un tema certo non nuovo, ripreso anche dalla stampa (articolo del corriere), ma che possiamo collocare dentro un dibattito più generale che si interroga sul legame tra organizzazione del lavoro, forme della competizione e qualità della vita. Riprendendo l’idea di decent work dell’ILO, assicurare condizioni di lavoro qualitative (es. ambienti di lavoro dignitosi, attenzione alle competenze) e quantitative (es. no ad orari massacranti) adeguate non consente solamente ai lavoratori di vivere meglio, alle imprese di beneficiare del potenziale di capitale umano che possiedono al proprio intero, ma più in generale al sistema economico di crescere in modo virtuoso. Non si tratta di un problema solo dei paesi in via di sviluppo o di nuova industrializzazione. Come dimostra il caso del distretto dell’imbottito, è un fenomeno che ci riguarda da vicino, come paese manifatturiero per eccellenza.
A Forlì le uniche imprese che tengono sono i fustai, che hanno continuato a crescere nonostante la crisi perché dispongono ancora di conoscenze e tecnologie più difficilmente imitabili. E’ questa la strada che le nostre imprese devono percorrere? Focalizzarsi solo sulle attività più difficilmente appropriabili dai nuovi imprenditori immigrati? Oppure opporsi e rivendicare un maggiore impegno anche istituzionale per fronteggiare il declino altrimenti inevitabile?

Eleonora Di Maria

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2 Responses to Globalizzazione in casa: distretti e decent work

  1. Ivano dicono:

    Sti poveri cinesi… essere sfruttati dai terzisti era tollerato e per certi versi anche legittimo, e invece da chi promuove e gestisce la distribuzione invece è fuori legge e immorale.

    Cari terzisti -mi vien da dire- datevi na svegliata che la globalizzazione è iniziata da un pezzo…

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