I Nobel per l’economia: premiata la Terra di Mezzo tra Stato e Mercato

Il Nobel per l’economia è stato dato quest’anno, a pari merito, a Elinor Ostrom e a Oliver E. Williamson. Due economisti americani che sono stati premiati per i loro contributi in tema di “governance economica”. Con due specificazioni importanti: per la Ostrom la governance segnalata dal premio è quella che riguarda i “beni comuni” (commons”), come il territorio, l’ambiente, la cultura, la conoscenza condivisa da una certa società; per Williamson, invece, la motivazione si riferisce alla questione dei “confini dell’impresa”, ossia delle reti che estendono o restringono lo spazio di azione delle imprese.
E’ una buona notizia, che conferma l’inversione di tendenza inaugurata da poco con il premio dato a Paul Krugman l’anno scorso. In passato l’Accademia svedese aveva manifestato una netta preferenza per la main stream economica che dissolve il problema della governance, delegando la questione a due automatismi che lavorano al di sopra dei soggetti direttamente interessati: il mercato e lo Stato. Due semplificazioni che – con i loro annessi e connessi – possono essere comode dal punto di vista teorico, perché rendono calcolabili i comportamenti, ma che sono lontane dall’economia reale, specialmente in un mondo postfordista dove sono le forme organizzative nascono dalle idee e dalle capacità di relazione dei soggetti in campo, e solo in parte sono delegate a meccanismi esterni, lontani dal punto di vista dei protagonisti.
In effetti, nella diarchia mercato/Stato i soggetti finiscono per scomparire o per essere schiacciati su un modello che ne sopprime la reale differenzazione e complessità. Nel caso del mercato, diventano individui razionali ed egoisti, “condannati” ad agire nel campo di battaglia della concorrenza che non ammette legami, comunicazioni, condivisione tra competitors. Nel caso dello Stato si delega le scelte dal fare al comando che discende da una razionalità esogena, legittimata dal voto, e posta a presidio di interessi pubblici, rivolti all’universo di tutti i soggetti possibili. La singola comunità o la singola rete di attori possono scomparire nell’irrilevanza, sia nell’uno o nell’altro caso. E comunque non hanno spazi per auto-organizzare ed auto-regolare il loro comportamento collettivo.
Il tema della governance, proposto dal Nobel del 2009, è di per sé interessante, perché va oltre questi due archetipi tradizionali di organizzazione delle scelte economiche. Si parte infatti dall’assunto che il governo della mano invisibile del mercato, che seleziona le convenienze individuali attraverso il prezzo, non sia in certi casi (commons e reti) una soluzione efficiente. E che la sua alternativa classica, la mano visibile della gerarchia (privata o pubblica) lo sia ancor meno, nel momento in cui delega il governo di questi rapporti ad un piano che discende dal comando, esercitato dall’alto, invece che dalla volontà intelligente delle parti in causa.
La governance riguarda appunto la Terra di Mezzo che sta tra mercato e piano. Non un caso anomalo, eccezionale, ma un continente grande e inesplorato, ricco di situazioni intermedie. Uno spazio in cui sia l’automatismo di mercato che il comando del piano dall’alto sono inefficienti e insufficienti, richiedendo così soluzioni differenti e in qualche misura sperimentali, diverse da caso a caso.

Enzo Rullani

P.s. L’articolo integrale di Enzo Rullani da cui è stato estratto questo post è disponibile qui i-nobel-e-la-riscoperta-della-terra-di-mezzo-cor

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