Lo Stato imprenditore e i limiti della politica

In un recente post, Robert Reich afferma che, per superare la recessione, lo Stato deve oggi fare come Roosevelt negli anni ’30: prendere in mano con convinzione le redini dell’economia, e spendere a man bassa con l’obiettivo di rilanciare la domanda e sostenere l’occupazione.

Reich è senza dubbio un economista liberal, ma tutt’altro che uno statalista. Ancora all’inizio degli anni ’90 aveva fornito un contributo originale all’analisi dei cambiamenti del lavoro indotti dalla creazione di network globali di produzione. Magistrale la sua ricostruzione del contenuto di lavoro americano nei prodotti giapponesi, e di lavoro straniero nei prodotti “made in Usa”, che ha anticipato temi di ricerca sviluppati molto più tardi dalla letteratura sulle global value chains. La conclusione a cui allora Reich era arrivato escludeva ogni forma di protezionismo – una politica ritenuta più inutile che dannosa – per proporre, invece, un uso selettivo delle risorse pubbliche, da concentrare per lo più nelle infrastrutture per l’innovazione. E’ stata sua l’idea – maturata durante l’esperienza di segretario al lavoro nell’amministrazione Clinton – di fare delle “autostrade dell’informazione” l’asse strategico della politica economica americana.

Oggi le preoccupazioni di Reich sono altre. In particolare, Reich teme la disoccupazione crescente, che negli Usa marcia verso il 10%, record storico dal dopoguerra! Il pericolo di alti tassi di disoccupazione non è solo rallentare la ripresa economica – meno occupazione, meno reddito, meno consumi, meno investimenti – ma anche quello di abbassare la qualità della politica e della democrazia. Reich sostiene che il 10% di disoccupazione negli Usa significa, in realtà, il 20% di sottoccupazione o di anxious employment. Una massa di oltre 10 milioni di persone in condizioni di insicurezza, può creare anche nella più grande democrazia del mondo un terreno fertile per avventurieri politici senza scrupoli. Non si tratta di una preoccupazione campata in aria: anche Benjamin M. Friedman in un libro scritto qualche anno prima della crisi attuale, aveva analizzato la stretta relazione fra etica e crescita economica, mettendo in luce come nelle recessioni si allentino i valori morali delle società, con conseguenze che possono diventare drammatiche. Perciò, sostenere l’occupazione non risponde solo ad obiettivi economici.

Tuttavia, nemmeno la scelta di consegnare alla politica un grande e tendenzialmente illimitato potere economico è priva di pericoli. Quello più evidente è scaricare sulle generazioni future, a causa dell’indebitamento crescente, i costi della spesa pubblica. Ma il rischio più insidioso è un altro: la politica tende, per forza di cose, ad aderire all’opinione corrente e a premiare gli interessi costituiti – in particolare quelli che hanno più voce e si sanno meglio organizzare – a scapito degli innovatori. Se, però, siamo convinti che da questa crisi si uscirà davvero solo con nuovi progetti di sviluppo che superino gli errori del passato, non possiamo rimanere bloccati sugli interessi costituiti. Bisogna dare, invece, più spazio all’esplorazione imprenditoriale e favorire, attraverso il mercato, la diffusione delle innovazioni nel campo delle energie rinnovabili, della mobilità sostenibile, delle tecnologie per la salute e la sicurezza, della formazione, della cultura, dell’abitare, ecc. Nessuna organizzazione burocratica è in grado di fare avanzare queste frontiere. Molto più facile che ne freni lo sviluppo. E anche l’occupazione, alla fine, ne sarebbe penalizzata. Perciò, l’appello di Reich va preso con cautela. Rilanciare la domanda attraverso lo Stato può andare bene a condizione che la politica abbia consapevolezza dei propri limiti. Perché la politica rischia di diventare cattiva (come dice Reich: ugly politics) quando c’è n’è troppa.

Giancarlo

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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