La battaglia del Made in Italy

Grande confusione in materia di Made in Italy. Il Corriere della sera di sabato scorso riporta la notizia di un decreto legge che avrebbe dovuto ridefinire i termini della legge 99 del 23 luglio 2009 su cui si dibatte accanitamente in questi giorni. Ma del decreto non c’è ancora traccia. Non c’è accordo fra grandi imprese e artigiani su come ordinare la materia e il conflitto si inasprisce.
Provo a sintetizzare le posizioni. La legge finanziaria 350 del 2003, all’articolo 49, ha regolato come utilizzare il marchio Made in Italy per quelle aziende che producono al di fuori dei confini nazionali. Dice la legge che non si può ingannare il cliente utilizzando “segni, figure, o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana”. Geox è una azienda italiana, questo è certo. Se le sue scarpe sono prodotte in Romania, tuttavia, è giusto che sull’etichetta non compaia “made in Italy”. Fin qui tutto molto ragionevole.
Che novità impone la nuova legge 99? Impone alle aziende che commercializzano prodotti che non sono Made in Italy di segnalare “con caratteri evidenti” anche il luogo di produzione. Insomma, se Geox vuole vendere le sue scarpe non può limitarsi a non scrivere Made in Italy. Deve scrivere Made in Romania.
A chi giova tutto questo? Di certo non alla Geox e a tutte quelle medie imprese che in questi anni hanno avviato un percorso di internazionalizzazione sia commerciale che produttiva. Queste imprese hanno imposto marchi italiani proponendo sui mercati internazionali prodotti progettati e sviluppati in Italia e, in molti casi, prodotti in serie in paesi emergenti. Giova, qualcuno crede, ai “piccoli”, ovvero agli artigiani che dovrebbero diventare i nuovi alfieri di un Made in Italy al 100%.

Lettura politica della legge (non troppo complicata): dietro il nuovo articolo della legge 99 si intravede il focoloaio di una guerra fra piccola e media impresa, fra artigiani e imprese industriali. Come se i due modelli fossero antagonisti e non complementari. Ha davvero un senso fomentare l’opposizione fra piccola e media impresa? No. Immaginare che Ducati debba essere considerata in opposizione ai suoi fornitori locali (artigiani qualificati) è sbagliato. Immaginare che le nostre aziende di moda siano in contrapposizione con gli artigiani che mettono a punto campionari e prime serie è sbagliato. Il problema di fondo è che, ancora oggi, nonostante dieci anni abbondanti di produzione scientifica a riguardo, il legislatore non riesce a pensare in termini di catene del valore.
I prodotti italiani, come quelli di americani, francesi, tedeschi, sono il risultato di processi manifatturieri e logistici distribuiti a scala internazionale. Si tratta di capire come ci posizioniamo all’interno di queste filiere. Presidiare la parte a valore aggiunto delle filiere del made in Italy richiede certamente capacità di design e di comunicazione (che le medie aziende hanno sviluppato), ma anche quei mestieri d’arte (tipicamente artigianali) senza i quali è impossibile pensare il futuro della specializzazione flessibile. Le medie imprese hanno bisogno di artigiani all’altezza della tradizione italiana. Gli artigiani guadagnano dal confronto con la media impresa (che poi da qualche parte nel mondo qualcuno produca in scala le nostre scarpe più banali conviene a tutti).
Oggi il vero problema è favorire l’integrazione di queste filiere. Questo sì è il tema del legislatore. Davvero non abbiamo bisogno di una guerra di religione.

Stefano

ps. si possono leggere qui le motivazioni di confartigianato

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18 Responses to La battaglia del Made in Italy

  1. marco dicono:

    Mi trovo solo parzialmente d’accordo con la lettura che Stefano offre della nuova legge sul made in Italy. La legge era necessaria: l’Italia era, infatti, l’unico paese europeo ad esserne sprovvisto (in questo senso, la legge recepisce una direttiva dell’unione europea). La legge precedente era piuttosto permissiva e per questo di fatto inutile in tempi di globalizzazione spinta: bastava localizzare una fase del processo produttivo (anche la semplice etichettatura) per poter legittimamente utilizzare il marchio made in Italy. Se queste “maglie larghe” hanno inizialmente agevolato le nostre medie imprese nel delicato processo di riorganizzazione dei propri processi industriali su scala internazionale senza perdere in termini di valore percepito sui mercati finali, non sono più oggi necessarie. Anzi dirò di più poteva essere molto pericoloso non avere una legge più restrittiva. Provo a spiegarmi. Proprio le medie imprese hanno, infatti, imparato nel tempo a proteggere la propria “italianità” con il brand, con la comunicazione e con l’organizzazione delle reti distributive (franchising). Prendiamo il caso Geox che Stefano cita. E’ l’innovazione di prodotto (la scarpa che respira), il marchio di qualità geox e solo in misura inferiore il made in Italy che giustificano il valore del prodotto. Se domani il consumatore trova la dicitura made in Romania nelle scarpe che acquista in un punto vendita Geox, può forse restare un po’ spaesato inizialmente. Sicuramente però, alla fine, non potrà non apprezzare il prodotto (visto che la qualità percepita complessiva dipende molto da altre variabili) e a termine anche la “trasparenza” dell’azienda che non ha paura di dichiarare con sincerità dove sono state fatte le scarpe. Questo vale anche per brand più legati alla tradizione italiana come Tod’s che già da tempo hanno adottato questa politica senza tracolli nelle vendite. Direi che per i brand italiani consolidati questa nuova legge avrà più vantaggi che svantaggi permettendo anzi di recuperare in termini di reputazione del marchio e di social corporate responsability. Paradossalmente è proprio il mondo artigianale e della piccola impresa (oggi grandi sostenitore del provvedimento normativo) quello che ha più da perdere da questa legge. Le imprese no-brand dei distretti o quelle del medio di gamma che hanno giocato sull’effetto trascinamento del brand ombrello made in Italy (magari delocalizzando per recuperare sui margini) si trovano oggi a metà del guado, avendo armi spuntate per affrontare la globalizzazione. Gli artigiani da soli, se non sono inseriti (su questo concordo con Stefano) in percorso di innovazione industriale rischiano di scivolare verso il folklore, magari supercertificato made in Italy, ma sempre folklore. Con la possibilità di creare a termine una grande confusione agli occhi del consumatore e per certi versi di avvantaggiare anche i nostri competitor: come a Venezia dove per prime le vetrerie vendono “prodotti cinesi” a prezzo maggiorato sapendo che il turista associa naturalmente il fatto che comprandolo a Murano il prodotto sia stato fatto a Murano.
    In sostanza questa nuova legge ci costringe ad “anticipare” un dibattito che quella precedente a maglie larghe ha solo rimandato. Un dibattito che è cruciale in un’epoca di globalizzazione e che riguarda la capacità di valorizzare l’originalità italiana nel processo di innovazione e più generale l’approccio alla modernità della società italiana. E’ proprio questa diversità che ci ha reso interessanti a livello internazionale: la capacità di sapere coniugare saperi artigianali con processi industriali moderni, puntando su variabili (estetica , qualità, stile) che fino a pochi anni fa erano considerate soluzioni decadenti per il capitalismo globale. In realtà sappiamo oggi, che erano e che sono sulla frontiera della nuova modernità. Insomma come salvare il bambino dall’acqua sporca, valorizzando in modo più attento la specificità del processo di innovazione italiano che fa ancora in larga parte affidamento alla rete di partner qualificati sul territorio? In questo caso il made in è inutile perché ci dice solo
    dove è stato “fatto” e non dove, come è perchè stato “pensato”, cosa che è di gran lunga più interessante per il consumatore attento oggi alla dimensione immateriale del prodotto più che a quella materiale (che viene data per scontata). Qualche soluzione la possiamo trovare osservando cosa accade per aziende/territori che pur non operando sui nostri settori industriali hanno di fatto puntato molto su qualità ed estica. Ad esempio, Apple su ogni prodotto scrive molto chiaramente che è stato designed by Apple in California e Assembled in China. Può sembrare un’etichettatura scontata ma non lo è. Scompare il “made in” e compare il designed (la testa) e l’assembled (le braccia). E’ chiaro chi ha pensato e chi ha realizzato. Con una non piccola particolarità: il design è stato fatto da Apple in California, reso possibile naturalmente dalla grande capacità dell’azienda stessa ma anche di quella rete di innovatori che sono presenti sul territorio (la silicon valley). Forse proprio da queste esperienze potremmo partire per aprire un dibattito sul made in Italy. Credo infatti molto di più in operazioni di comunicazione e di trasparenza che siano in grado di coinvolgere il consumatore, facendogli conoscere il significato dell’italianità e dell’innovazione italiana più che in operazioni di solo controllo doganale ed etichettatura restrittiva.

    Marco

    P.s. Chi pensa che questa nuova legge possa essere un bastione contro la gloabalizzazione mi sembra un po’ naif. Se alla globalizzazione chiudi la porta rientra dalla finestra. Basta leggere la cronaca locale dei giornali per sapere di laboratori aperti (per lo più da cinesi) nel cuore dei nostri distretti per lavorare per conto dei nostri brand. Sembra paradossale ma la nuova legge potrebbe ottenere l’effetto contrario: più immigrazione e sempre meno made in Italy.

  2. -.-' dicono:

    Se perfino la lega non se ne è uscita con le sue solite perle di saggezza del tipo “via i prodotti stranieri che rubano il lavoro ai prodotti italiani” vuol dire che il tema non interessa più di tanto al cittadino medio. Come con gli inviti delle aziende al “buy american” gli effetti sarebbero così limitati che da soli non basterebbero neanche a tirare avanti, però meglio di niente.

  3. Eleonora dicono:

    Concordo con la lettura proposta da Marco in merito alla necessità di riempire di significato il Made in Italy, o meglio di valorizzare il significato che si porta dietro in termini di innovazione e valore connesso all’immateriale (non solamente quindi in chiave di processo produttivo). Se l’impresa in modo trasparente dimostra – anche attraverso l’etichetta – che vi è un’attenzione alla qualità ed al controllo certificato e all’uso del proprio know-how (come l’azienda Trudi, che dichiara i propri pelouche come Made in China, ma realizzati sotto lo stretto controllo dell’impresa in chiave di know-how, materiali e processi), allora il consumatore può capire meglio dove sta il valore di ciò che acquista.
    Il dibattito sul valore connesso al “country of origin” (che relazione c’è tra brand aziendali e territoriali? come si costruisce un’immagine positiva di un territorio che poi ha ricadute sulle imprese – o viceversa- ?) ha trovato ampio spazio nella letteratura, una lettura introduttiva può essere il volume Made in…

  4. marco dicono:

    Il corriere economia parla della nuova legge sul made in Italy. Ci sono alcuni articoli interessanti e le prime reazioni a caldo di alcuni importanti imprenditori italiani.

    http://www.corriere.it/edicola/economia.jsp?path=TUTTI_GLI_ARTICOLI&doc=GERLA

    http://www.corriere.it/edicola/economia.jsp?path=TUTTI_GLI_ARTICOLI&doc=SERA

    http://www.corriere.it/edicola/economia.jsp?path=TUTTI_GLI_ARTICOLI&doc=DADO

  5. Giancarlo dicono:

    Il tema sollevato da Stefano è di quelli importanti, perché mette in gioco la strategia industriale di fondo del paese. Le tensioni fra piccoli e grandi produttori – e le rispettive rappresentanze di interesse – sono l’espressione di modi molto diversi di interpretare il proprio ruolo nella divisione internazionale del lavoro. L’equilibrio che emergerà dal conflitto in atto – “100% Italia” vs. “made by Italy” – ci dirà da che parte il sistema politico intende orientare il posizionamento dell’industria. Non è detto che questa spinta sarà efficace, in quanto le forze economiche in atto sono in gran parte al di fuori del controllo politico nazionale. L’esperienza del “made in Usa” – c’è ancora un prodotto con questa etichetta? – ci dice che certe politiche hanno effetti controintuitivi. Ma la questione è importante perché, al fondo, ci dice cosa intendiamo in Italia per “lavoro industriale”: solo un’attività di trasformazione manifatturiera o anche lo sviluppo di conoscenze per accrescere la qualità e il valore utile dei prodotti? Mi sono sempre chiesto perché con “made in” ci si riferisca esclusivamente a qualche manipolazione materiale, e non all’insieme di elaborazioni cognitive e immateriali – ricerca, progettazione, design, tecnologia, marchio, organizzazione, distribuzione, ecc. – che apportano al prodotto la parte maggiore del valore di mercato, e senza le quali non c’è industria. A ben vedere, il “made in Italy” è essenzialmente un marchio che assicura valori immateriali: qualità, stile, etica. Perché non porsi il problema di estendere nel mondo questi valori, ricavandone il dividendo attraverso un’organizzazione transnazionale della produzione e le economie di replicazione collegate, invece che limitarne la diffusione ai soli prodotti “fatti” in Italia?

  6. gruppo stefano matteo andrea michele dicono:

    buon giorno a tutti siamo un gruppo di studenti dell’università di pordenone frequentanti il corso di Economia Gestione delle imprese. (stefano, matteo, andrea, michele.

    Internazionalità, un problema?

    L’internazionalità, intesa come trasferimento di capitali all’estero, per molti aspetti può essere considerata una cosa positiva ma per le nostre piccole medie imprese no.
    Il 93% delle aziende di artigiani e piccoli imprenditori producono in Italia contribuendo a generare ricchezza interna, il restante 7% per ridurre il costo della manodopera e delle materie prime trasferisce capitale e produzione all’estero influendo negativamente sul nostro prodotto interno lordo.
    Il cuore ed il pensiero principale di queste aziende Made in Italy, che generano economia reale, reddito, occupazione, benessere e sviluppo per tutti i cittadini italiani permette di avere una maggiore stabilità economica e sociale interna frenando possibili squilibri del mercato.
    Dobbiamo sottolineare che il nostro “Made in Italy” va protetto perché offre sempre numerosi vantaggi sulla qualità infatti non a caso i prodotti italiani godono di un grande apprezzamento a livello mondiale.
    Ne sono una prova le blasonate aziende della moda italiana e per quanto riguarda la nostra zona il settore del mobile, nel Manzanese, e la produzione di coltelli nel maniaghese.
    Un’altra prerogativa del nostro sistema produttivo è quella di rispettare rigorose norme a tutela dell’ambiente e dell’incolumità dei lavoratori che contribuiscono a migliorare la qualità del prodotto ma lo portano ad essere poco competitivo con gli altri beni prodotti all’estero sui quali non gravano questi costi.
    Dobbiamo tutti noi capire che il problema non è il 4% del prezzo del prodotto sul mercato riferito ai suoi costi di produzione ma l’altro 96% del brand che è formato dalla qualità del nostro saper “far bene”, dobbiamo proteggere i nostri marchi, i nostri artigiani che hanno reso il nostro mercato per anni tra i primi posti al mondo.
    Noi condividiamo il pensiero di Stefano sulla legge 99 del 23 luglio 2009 perchè questo permette di tutelare i consumatori finali in un periodo dove il libero mercato e la globalizzazione hanno consentito a paesi, caratterizzati da bassi costi di produzione, come la Cina o l’India di immettersi nel mercato in una posizione vantaggiosa per via del bassissimo prezzo con il quale il bene si presenta sul mercato a scapito di una qualità a sua volta nettamente inferiore.
    Pensiamo anche che sarebbe opportuno tutelare maggiormente il mercato europeo, salvaguardando la nostra economia, tutelando di più le nostre imprese e imponendo ai paesi asiatici un maggior rispetto delle norme etico-ambientali.

  7. "Happy Group" - Del corso di EGI - Udine dicono:

    Secondo il gruppo la parola “Made in Italy” non è semplicemente “fatto in Italia”, ma è qualcosa di più profondo e pensato. A parte la qualita dei prodotti, è riconoscibile il suo design perché comprando un prodotto italiano si nota che esso possiede un pezzo della cultura e del modo di essere italiano. Però siamo arrivati alla conclusione che le imprese italiane producono nei paesi con costo basso (paesi emergenti) per aumentare il loro profitto sapendo che la mano d’opera costa molto di meno rispetto a quella italiana. Dal altro lato tutte le aziende italiane hanno le loro sedi principali in Italia dove svolgono le attività di ricerca e di sviluppo; quindi a maggior ragione queste aziende vogliono chiamare il loro prodotto “Made in Italy”. Crediamo che al consumatore non cambi tanto il fatto che un prodotto sia fatto in Italia o meno. Poiché esso crede di possedere un pezzo italiano. In conclusione “Made in Italy” è un modo per le imprese italiane di diffondere la loro cultura, tradizione, stile italiano.
    Dall’altra parte siamo d’accordo sulla novità che la nuova legge del ’99 impone alle aziende che commercializzano prodotti che non sono Made in Italy perché la legge dice che queste aziende devono segnalare con caratteri evidenti anche il luogo di produzione. Prima di tutto siamo d’accordo su questo fatto perchè sarà un modo per lo stato per capire quante aziende italiane producono fuori dall’Italia, e quindi capire come mai producono in quel determinato paese e non in Italia; insomma sarà un modo soprattutto capire come fare per far si che le aziende vengano a produrre in Italia. Capendo il motivo per il quale queste aziende producono fuori d’Italia e risolvendoli, vuol dire aumentare il patrimonio dello stato e quindi ampliare la produzione Made in Italy. Secondo, scrivere il nome del luogo dove un prodotto viene creato, vuol dire essere in armonia con il posto di produzione.

  8. AG&GC - EGI - Uniud dicono:

    Abbiamo cercato di sviluppare il nostro commento su due piani; uno legislativo-commerciale e uno più “tecnico-industriale” senza pretese di fornire deus ex machina una soluzione. Nel mercato globale e globalizzato è pienamente concepibile che un’impresa delocalizzi per trovare convenienza nei costi, soprattutto nella manodopera (anche se si sta verificando un ripensamento dell’ internazionalizzazione basato su qualità, elementi immateriali -brand e marketing- e servizi collegati alla produzione; peculiarità tipiche del Made in Italy) . Ma per “replicare” tutto quello che sta dietro all’ideale del Made in Italy si dovrebbe formarla su come questo si traduce a livello produttivo. Il che significa comunque un costo ulteriore e il rischio che l’insegnamento impartito sia così efficace che ci “rubino il mestiere” e con esso redditi e quote di mercato. A livello legislativo bisorrebbe definire significati e limiti del marchio Made In Italy, soprattutto nei suoi valori connessi all’immateriale. Abbiamo l’impressione che ci sia una percezione diversa del marchio Made in Italy: nell’ambito nazionale-locale assume un significato letterale, “fatto in Italia”, con riferimento alla fase di trasformazione fisico-tecnica o manifatturiera, un insieme di valori materiali e immateriali. A livello internazionale è sinonimo di garanzia di qualità, stile ed etica lavorativa. A ben pensarci infatti nel mercato globalizzato l’indicazione del luogo effettivo di produzione forse perde di significato. Come dice Giancarlo, quanti prodotti con il marchio Made in Usa troviamo sul mercato? Forse la soluzione migliore è quella adottata dall’Apple ( designed in.. assembled in..) per non perdere legami con le identità locali e per non essere potenzialmente ingannevoli verso i consumatori. Probabilmente nel caso italiano non è una soluzione facilmente applicabile, dato che il prodotto non è solamente visto dal punto di vista fisico-meccanico ma nell’insieme dei rapporti creativi-“artistici” che lo portano alla realizzazione (per quanto siano accurati tecnologicamente e accattivanti dal punto di vista del design gli iPod sono pur sempre lettori mp3). Si potrebbe quindi optare per l’uso di denominazioni diverse (“100% Italia” “Made by Italy”). Al di là del dibattito sul marchio una via effettiva per evitare potenziali contrasti tra piccola e media impresa, tra artigiani e imprese industriali potrebbe essere quella, come afferma Stefano nel suo post, di integrare le filiere produttive; la tipicità dell’industria italiana sta proprio nella complementarità fra tutti questi settori e la loro integrazione è necessaria per il mantenimento di tutti quei significati che stanno dietro alla denominazione Made in Italy. Se c’è una continuità condivisa, un progetto industriale comune secondo quei principi di ideazione del prodotto mediante criteri creativi e innovativi (qualità, design, funzionalità, comunicazione) alla base del Made in Italy non si creeranno posizioni discordi sull’utilizzo del marchio. E’una scelta importante, che delinea la tattica economica del nostro paese, per uscire dalla crisi ma che abbia una sua durata anche nell’economia post-crisi. Nell’ XI Forum Piccola Industria tenutosi a Mantova in questi giorni sono emersi senza mezzi termini i vincoli che ostacolano la piccola impresa italiana: burocrazia, fisco, credito, energia. Troppe complicazioni inutili che zavorrano la ripresa delle imprese.

  9. Gruppo Yahoo, uniud dicono:

    Storicamente la piccola media impresa e l’artigianato locale sono sempre andati avanti “a braccetto”.
    In passato le economie emergenti hanno invaso il mercato italiano con prodotti di grande competitività, per quanto riguarda i prezzi di vendita. La reazione italiana è stata il “made in Italy”: prodotti più costosi, ma di qualità nettamente superiore.
    Il legame tra PMI e artigiani è quindi continuato, fino ad oggi. Il “made in Italy è troppo costoso e le imprese delocalizzano.
    È giusto lasciare il marchio a chi produce o compra all’estero?
    Ovviamente no, è un vantaggio per l’imprenditore che va a danno dell’artigiano italiano.
    Però vediamo il problema anche da un altro punto di vista: le nostre PMI con la crisi in corso sono costrette a esternalizzare la produzione per sopravvivere; è giusto penalizzarle?
    La risposta è altrettanto negativa.
    In questa fase di stallo bisogna guardare oltre alla singola contesa tra artigiani e imprenditori, per capire che ci sono dei gravi assenti, che cercano di defilarsi:
    Le banche, che non finanziano le imprese, e lo Stato, che non interviene ne economicamente, tramite gli istituti (vedi Friulia, molto criticata per la sua inattività nel finanziamento delle imprese del FVG), ne legislativamente con riforme per salvare le nostre imprese sane.
    Se, ad esempio, il costo di produzione all’estero è 100 mentre in Italia è 120, allora all’impresa conviene delocalizzare. Per colmare questo gap c’è la necessità di rendere nuovamente vantaggioso il rapporto tra artigianato e imprese.
    Non si può quindi essere semplicemente favorevoli o contrari a ciò che dice Stefano, ma propositivi: un’idea potrebbe essere la creazione di nuove forme di finanziamento, che vincolino l’imprenditore agli artigiani italiani.

  10. corinna sollini dicono:

    MADE IN ITALY-A.A.A. CERCASI VERE SOLUZIONI E NON FATUE DISCUSSIONI DI “ETICHETTA”Share
    Today at 00:58 | Edit note | Delete
    Made in italy significa fatto in italia. Anche se il verbo fare com termine sembra afferire alla sfera produttiva in realtà questo termine è stato interpretato in modo più ampio.
    Le medio grandi aziende scrivono made in italy ma in realtà il prodotto è fatto all’estero e poi solamente assemblato in italia ; talvolta il prodotto è solo pensato in italia e realizzato totalmente all’estero.
    Ma pensare è una cosa e fare è un’altra. Quindi se si interpreta il fare solo con il pensare si trascura tutta una competenza maniatturiera che è la ns principale competenza in italia. In questo modo quindi la si sminuisce di valore. (la stessa cosa per inciso accade anche a
    nelle università: c’è chi prende 110 e lode partendo da 105 e chi lo prende partendo da 110.. è chiaro che il lavoro fatto da chi parte da 110 viene sminuito e parificato a quello che in alcuni esami magari ha peso anche un 19…)
    Anche ammesso che il “fare italiano” abbia lo stesso valore di un “fare cinese” ,come ormai di fatto è, a mio avviso scrivere made in italy anche se nn tutte le fasi sono fatte in italia rappresenta comunque dichiarare il falso. In questo senso sono daccordo con gli artigiani italiani che hanno promosso la legge 99 del 23 luglio 2009 che impone di segnalare il luogo di prduzione.

    Allo stesso tempo io credo che chi dice che non è giusto pagare 10 euro una borsa e poi rivenderla a 1000 euro è un assoluto ignorante perchè nn si rende conto che al consumatore finale di una luis vuitton non je ne frega niente nè di quanto è costato produrla nè di dove è stata fatta!!! la compra perchè dentro oltre al costo della pelle dell’accessorio della lavorazione c’è il valore intrinseco della marca che l’azienda è stata brava a creare.
    A TUTTE LE AZIENDE CHE SONO STATE BRAVE A CREARE IL VALORE DELLA MARCA NON NUOCE IN NESSUN MODO AMMETTERE CHE IL SUO PRODOTTO E’ FATTO ALL’ESTERO.

    chiunque di noi se avesse l’opportunità di riparmiare lo farebbe. non vedo perchè bisogna biasimare le aziende che vogliono risparmiare.

    il problema è che IL RISPARMIO DI CHI PRODUCE ALL’ESTERO E’ UN RISPARMIO SOLO NEL BREVE TERMINE (e talvota nemmeno di breve termine se si considera non solo il costo della singola tomaia o di quello che è, ma anche tutta un’ltra serie di costi:vedi queli organizzativi di chi deve programmare e gestire la produzione in luoghi lontani, costi per andare pesone in loco a controllare, costi di difetti non facilmente correggibili, costi di trasporto e dogane, il costo delle aziende che chiudono in italia, il costo del know how che si perde i costi di ricerca del personale qualificato che di consegueza non si trova più…)

    QUANDO IL CINESE OLTRE A PRODURRE SARA’ DIVENTATO BRAVO ANCHE A CREARE IL MARCHIO NOI DIVENTEREMO IL PROSSIMO TERZO MONDO.

    Questo tipo tipo di scenario non è evitabile con le leggi nazionali. In un mondo globalizzato le leggi sono fatte dal mercato. L’unica cosa che può evitare quello scenario è l’etica degli impreditori
    da qui se ne deduce che lo scenario descritto è inevitabile perchè l’uomo per natura è avido e se ha una possibilità di fare profitto la usa non si preocupa dell’effetto boomerang delle sue scelte.

    COME CI STIAMO PREPARANDO PER AFFRONTARE QUESTO SCENARIO CHE ABBIAMO DETTO ESSERE PER LOGICA INEVITABILE??
    CHE COSA SI POTREBBE FARE????

    sono ancora troppo ingenua se spero in un’istiuzione che dovrebbe correggere le deviazioni cattive del mercato?????
    qualcuno mi capisce quando soffro a sentir parlare al telegiorare solo di ESCORT e di TRANS?????????

  11. Ivano dicono:

    SSSSsssssSSSSSSSssssssssSSSSSSSS! Corinna, parla piano! Gli esperti, i grandi capi e i guru dell’economia e della finanza ci hanno spiegato in tutti i versi e le lingue possibili che parlare e diffondere le cose che hai appena scritto tu E’ MALE! Anzi, addirittura deleterio per il nostro sistema economico… Insomma, fidati e lascia fare ai nostri esperti, quelli che comandano, che loro “sanno sicuramente” quello che stanno facendo…

  12. Maurizio dicono:

    Ha ragione Ivano, Corinna. Per carità, lascia fare ai nostri super eroi esperti (hi hi hi) e vedrai la fine… Purtroppo è diffusa tra gli accademici questa convinzione che il “made in…” non significa “fatto in…” (nel senso realizzato fisicamente) bensì applicano un significato molto più ampio, ma soprattutto comodo! Infatti se trovi “made in China” non significa “fatto in Cina” bensì, in modo molto più ampio, ideato, sviluppato, disegnato, COPIATO, in Cina. Il consumatore denigra il “made in China” come prodotto di scarsa qualità, ma deve, invece, pensare in modo molto più ampio al “Made in Italy” capendo che anche se non fatto in Italia fisicamente, essendo lo stesso prodotto ideato e progettato in Italia è evidente che la manodopera necessaria alla sua realizzazione sarà per forza di alta qualità!
    Ma fatemi il piacere. Il consumatore abbina al prodotto realizzato in Cina scarsa qualità di manodopera. Ecco perchè le grandi aziende (Geox, ecc.) non vogliono l’indicazione di origine. Poi parliamo di valorizzazione della marca e tutto quello che volete, ma non raccontate di ampliare il significato di “MADE IN ITALY”! FATTO IN ITALIA. Stop!

  13. Ivano dicono:

    Purtroppo quando non si sa più che pesci pigliare, ci si aggrappa agli specchi. La verità è che difronte alle sfide imposte nell’era della globalizzazione dei mercati, stiamo dimostrando di essere dei mediocri di altissimo livello: manteniamo costante e super radicata la nostra mentalità di FURBI. E i furbi, per chi non lo sapesse, sono destinati ad imbattersi(per la verità Dostojevski usava il termine imbrattarsi che vuol dire un’altra cosa) prima o poi con qualcuno di più furbo ancora…

    Il problema comunque esiste e necessita di una soluzione… DOMANDA: se noi (italiani) facciamo un passo in avanti ma i nostri competitor ne fanno due, secondo voi stiamo avanzando o stiamo retrocedendo?? datevi una risposta e tutto (in senso generale) comincerà ad apparirvi con maggiore chiarezza.

    Sulle orme ben consolidate del Made in Italy propongo di coniare un nuovo marchio distintivo: Italian Technology, applicabile solo a un prodotto rigorosamente brevettato da una Azienda italiana. In questo caso non importa dove sia prodotto o da chi, quello che importa è che sia ingegnerizzato e gestito dal punto di vista qualitativo da italiani.

    Non vorrei farmi uno spot pubblicitario, ma se vogliamo ritornare ad essere competitivi dobbiamo, e non c’è altro verso, imparare a fare prodotti ESCLUSIVI. L’era degli incantakukki (con chiaro riferimento agli stilisti) sembra stia volgendo al termine. L’agroalimentare ha dei limiti che non possono essere superati (fisiocrazia): tanta terra+ tanto bestiame= totale dei prodotti alimentari. Non so sul resto, ma sul vino vendiamo il doppio della nostra forza produttiva…

    La soluzione è riuscire a sviluppare prodotti innovativi, non importa se di low, mid o high technology, quello che importa è che rientrino in un contesto di utilità e realizzati con caratteristiche tecniche difendibili con gli strumenti messi a disposizione dal codice della proprietà industriale, e cioè: the first-one is the utility patent alias brevetto per invenzione industriale.

    Cari “industriali”, se non ve ne siete accorti, l’era del cottimo è finita. E’ arrivata l’ora che cominciate a fare gli industriali! Oggi non basta più avere un capannone, la segretaria e un manipolo di operai e la porsche parcheggiata fuori per potersi definire degli industriali.

    Industriali, mi spiace dirvelo, ma serve un vostro impegno maggiore!!! SVEJEVE…

  14. gruppo alfa dicono:

    La legge finanziaria 350 del 2003, all’art, 49 regolamenta l’utilizzo del marchio Made in Italy.
    Questa legge vieta alle aziende italiane di usare la stampigliatura “Made in Italy” su prodotti la cui lavorazione o trasformazione sia svolta al di fuori dei confini nazionali e impone di segnalare su di essi il luogo di produzione.
    Il marchio di origine assolve principalmente ad una duplice funzione: quella di fornire al consumatore un’informazione aggiuntiva sul prodotto che intende acquistare e quella di prevenire pratiche fraudolente da parte di produttori e importatori.
    Se diamo una lettura politica alla legge dietro all’art. 49 si può intravedere una conflittualità tra imprese industriali e fra artigiani.
    Come mai questa guerra tra due modelli che dovrebbero essere complementari? Per rispondere a questa domanda bisogna spiegare il ruolo dell’artigiano all’interno delle filiere di produzione. L’artigiano altro non è che il segno distintivo del Made in Italy . Esso è diverso dall’artigiano di venti anni fa: sfrutta le potenzialità tecnologiche, ha la capacità di assumere un ruolo nelle filiere, è cioè, prototipista, fornitore e produttore. Egli interagisce con mondi complessi quali la tecnologia, la moda e la cultura, dà un senso al Made in Italy che è esportato in tutto il mondo. Pertanto la figura del nuovo artigiano non si oppone alla logica delle economie di scala, anzi costituisce l’anello essenziale della competitività delle diverse filiere.
    Il vero problema è quello di favorire l’integrazione di queste filiere.

  15. Valentina B - Corso di Egi (Pordenone) economia aziendale dicono:

    Quando si sente l’espressione “Made in Italy”, secondo me non si dovrebbe solo pensare alla provenienza del prodotto: il Made in Italy e qualcosa di più che ai clienti dovrebbe far pensare alla cultura, al design, alla storia e alla bellezza del nostro paese. Già la marca del prodotto è importante per la qualità dello stesso. Normalmente le imprese si allargano anche all’estero per non essere costrette a pagare troppe tasse, per aumentare il loro profitto e contribuiscono a far girare nomi di prodotti italiani anche all’estero. Contribuire a far conoscere i nostri marchi a clienti esteri è una buona cosa perché la marca in sé, chiarisce esplicitamente al cliente che è Made in Italy. Non conta propriamente cosa ci sia scritto sull’etichetta di un vestito, di un paio di scarpe o di un mobile, se la marca e italiana il cliente riconoscerà sicuramente lo stile e il design del prodotto italiano e lo etichetterà Made in Italy a priori. Sul dover mettere l’etichetta che riporti il luogo in cui il prodotto è fatto io sono d’accordo, ma la verità e che é solo questo il motivo: specificare in che nazione c’è la fabbrica di produzione. Se le aziende estere assumessero anche personale italiano altamente qualificato sul prodotto l’unica cosa che le differenzierebbero dalle fabbriche italiane sarebbe il luogo di produzione. È ovvio però che l’operaio specializzato italiano comporta costi molto più alti rispetto a un normale operaio estero, quindi i prodotti sono si fatti secondo tradizione e gusto italiano ma comunque da mani estere. Il Made in Italy è importante ma comunque è vero: un’azienda italiana all’estero di italiano ha solo la marca.

  16. opzioni binarie dicono:

    Sono completamente per “Made in Italy.” Per questi tempi difficili ciascuno deve dare prova di patriottismo. A parte ciò, questa etichettatura significa anche la qualità, l’eleganza, la classe così cara a questo bel paese che è l’Italia!

  17. Alessandro Longo dicono:

    Al giorno d’oggi, con il termine “Made in” si dovrebbe indicare appunto il luogo in cui viene prodotta la merce in questione, ma al suo interno si nasconde anche il luogo in cui è stato ideato e progettato.
    Può sembrare banale ma così non è, e nella maggior parte dei casi, le 2 caratteristiche non combaciano, infatti, come ben sappiamo, il prodotto e la marca vengono ideati in Italia, ma la fase di assemblaggio, viene effettuata in Stati come la Cina e la Romania, dove i costi di manodopera sono molto più bassi. In questi Stati come in molti altri, la manodopera dei lavoratori nelle fabbriche è molto sfruttata e scarsamente remunerata e viene alimentata dalla costante domanda estera di numerose marche che per aumentare i propri profitti decidono di far produrre la propria merce altrove.
    Non è giusto quindi fare tutto un minestrone ed etichettare il prodotto come Made in Italy, dato che così non è.
    Come accenna appunto Marco, nel commento del 14 settembre 2009, sarebbe giusto che venisse distinta l’idealizzazione e l’assemblaggio del prodotto, che vengano quindi ben distinti il “braccio” e la “mente” della situazione.
    La Apple infatti, utilizza questa procedura, rendendo quindi trasparente la propria azienda e marchio, nei confronti del consumatore.
    Un compratore, acquistando un bene come anche un paio di scarpe, è giusto che possa essere messo al corrente su luogo di idealizzazione e di assemblaggio, così da poter effettuare la propria scelta di acquisto, in piena trasparenza e correttezza.
    Non è giusto che una persona andando a comprare una camicia di un noto marchio italiano (come ad esempio Emporio Armani) possa leggere un puro e semplice Made in Italy, quando effettivamente così non è, ma non è neanche giusto leggere un Made in Cina, quando il realtà il marchio è Italiano.
    Questa indicazione non è esaustiva nei confronti del consumatore, e può essere anche un punto a sfavore per il marchio in questione, nel caso scrivesse unicamente il luogo di assemblaggio.
    è giusto che venga trascritto, come già detto, sia il “braccio” che la “mente”, con un bel “designed by” e un “Assembled in” . In maniera da non rischiare di perdere di vista la reale provenienza del marchio. Basterebbe appunto pensare al fatto che nelle nostre menti, leggere “Made in Italy” è sinonimo di qualità, per comprendere quanto importante è questa denominazione.

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