La battaglia del Made in Italy

Grande confusione in materia di Made in Italy. Il Corriere della sera di sabato scorso riporta la notizia di un decreto legge che avrebbe dovuto ridefinire i termini della legge 99 del 23 luglio 2009 su cui si dibatte accanitamente in questi giorni. Ma del decreto non c’è ancora traccia. Non c’è accordo fra grandi imprese e artigiani su come ordinare la materia e il conflitto si inasprisce.
Provo a sintetizzare le posizioni. La legge finanziaria 350 del 2003, all’articolo 49, ha regolato come utilizzare il marchio Made in Italy per quelle aziende che producono al di fuori dei confini nazionali. Dice la legge che non si può ingannare il cliente utilizzando “segni, figure, o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana”. Geox è una azienda italiana, questo è certo. Se le sue scarpe sono prodotte in Romania, tuttavia, è giusto che sull’etichetta non compaia “made in Italy”. Fin qui tutto molto ragionevole.
Che novità impone la nuova legge 99? Impone alle aziende che commercializzano prodotti che non sono Made in Italy di segnalare “con caratteri evidenti” anche il luogo di produzione. Insomma, se Geox vuole vendere le sue scarpe non può limitarsi a non scrivere Made in Italy. Deve scrivere Made in Romania.
A chi giova tutto questo? Di certo non alla Geox e a tutte quelle medie imprese che in questi anni hanno avviato un percorso di internazionalizzazione sia commerciale che produttiva. Queste imprese hanno imposto marchi italiani proponendo sui mercati internazionali prodotti progettati e sviluppati in Italia e, in molti casi, prodotti in serie in paesi emergenti. Giova, qualcuno crede, ai “piccoli”, ovvero agli artigiani che dovrebbero diventare i nuovi alfieri di un Made in Italy al 100%.

Lettura politica della legge (non troppo complicata): dietro il nuovo articolo della legge 99 si intravede il focoloaio di una guerra fra piccola e media impresa, fra artigiani e imprese industriali. Come se i due modelli fossero antagonisti e non complementari. Ha davvero un senso fomentare l’opposizione fra piccola e media impresa? No. Immaginare che Ducati debba essere considerata in opposizione ai suoi fornitori locali (artigiani qualificati) è sbagliato. Immaginare che le nostre aziende di moda siano in contrapposizione con gli artigiani che mettono a punto campionari e prime serie è sbagliato. Il problema di fondo è che, ancora oggi, nonostante dieci anni abbondanti di produzione scientifica a riguardo, il legislatore non riesce a pensare in termini di catene del valore.
I prodotti italiani, come quelli di americani, francesi, tedeschi, sono il risultato di processi manifatturieri e logistici distribuiti a scala internazionale. Si tratta di capire come ci posizioniamo all’interno di queste filiere. Presidiare la parte a valore aggiunto delle filiere del made in Italy richiede certamente capacità di design e di comunicazione (che le medie aziende hanno sviluppato), ma anche quei mestieri d’arte (tipicamente artigianali) senza i quali è impossibile pensare il futuro della specializzazione flessibile. Le medie imprese hanno bisogno di artigiani all’altezza della tradizione italiana. Gli artigiani guadagnano dal confronto con la media impresa (che poi da qualche parte nel mondo qualcuno produca in scala le nostre scarpe più banali conviene a tutti).
Oggi il vero problema è favorire l’integrazione di queste filiere. Questo sì è il tema del legislatore. Davvero non abbiamo bisogno di una guerra di religione.

Stefano

ps. si possono leggere qui le motivazioni di confartigianato

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