Ripensare la manifattura

Sull’onda della crisi sta nascendo un dibattito sul ruolo della globalizzazione nella perdita di competitività degli Stati Uniti. La tesi sostenuta da Gary Pisano e Willy Shih su Havard Business Review  è che l’eccessivo ricorso all’outsorucing, alla delocalizzazione diremmo noi, abbia impoverito gli stati uniti di parte delle competenze che sono necessarie per l’innovazione di prodotto, soprattutto nei settori ad alta intensità di tecnologia. Sembra un paradosso: l’outsourcing è stato giustificato dalle imprese americane proprio con la necessità di concentrarsi sulle attività ad alto valore aggiunto come ricerca, innovazione, marketing e comunicazione e di ridurre i costi di produzione attraverso la delocalizzazione nei paesi con un basso costo del lavoro. Ma con l’outsourcing delle attività manifatturiere, sostengono Pisano e Shih, se ne sono andate anche quelle conoscenze, quel “saper fare” , necessario al design e all’innovazione di prodotto. Le aziende asiatiche non solo producono computer e telefoni cellulari ma oggi ne curano anche il design. Il motto di Apple” Design in California, Made in China” è più un’eccezione che una regola. Ormai le imprese americane hanno perso queste capacità e sono costrette a delegarle a terzi, mettendo fortemente a rischio la loro competitività. Soluzioni? Pisano e Shih propongono di tornare a ricostruire quelli che chiamano gli industrial commons. In sostanza si tratta di non disperdere quella cultura di prodotto fatta di professionalità, conoscenze tacite, reti di relazioni che sono legate al fare, alla manifattura.

Vista dall’Italia la tesi di Pisano e Shih può sembrare quasi naif visto che sono proprio questi industrial commons che le nostre medie imprese hanno sfruttato per accrescere la competitività sui mercati internazionali. Le lavorazioni artigianali, le conoscenze legate al prodotto e alla manifattura sono parte integrante del processo di innovazione del prodotto messi in campo dalle nostre imprese nei settori tradizionali. Tuttavia anche per noi il problema si pone. Come riuscire a mantenere vive ed interessanti per le nuove generazioni queste conoscenze artigianali? Come riprodurre i commons in un’economia aperta caratterizzata dalle catene globali del valore? Su queste risposte si gioca (anche) la nostra capacità competitiva futura.

Marco

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8 Responses to Ripensare la manifattura

  1. gc dicono:

    L’idea degli industrial commons è interessante. La scarsità di questo tipo di risorse richiama la “tragedia dei commons”, che ha dato vita ad una vasta letteratura sulla sostenibilità ambientale. Le risorse comuni (i commons, appunto), soffrono infatti di un problema di regolazione: da un lato non è possibile escludere qualcuno dal loro utilizzo, dall’altro sono però rivali nel consumo. In altri termini, oltre una certa soglia di consumo, il risultato è l’incapacità del sistema di rigenerare il livello di risorse necessarie allo sviluppo. L’idea degli industrial commons è che anche l’economia, non solo l’ambiente, rischia di superare la soglia di sostenibilità: se non vengono riprodotte le risorse di conoscenza necessarie a governare processi industriali complessi, si perde anche la capacità stessa del controllo su tali processi. Questo rischio è presente anche nei nostri distretti, che finora sono stati l’ambiente nel quale le esternalità cognitive (e reputazionali) dell’industria si sono auto-prodotte a beneficio delle imprese del sistema locale. Da noi, però, il rischio è anche un altro: quello di lasciare ad un drappello limitato di imprese (quelle medie e grandi) il compito di sviluppare le funzioni di intelligenza terziaria che rappresentano l’altra fondamentale faccia della competitività industriale.
    gc

  2. Lorenzo G. dicono:

    In America l’ondata di outsourcing/offshoring non si è limitata alle attività di supporto a minor valore aggiunto, ma ha via via investito l’intero processo produttivo: non stupisce che ci si domandi se non si sia esagerato.
    Sono d’accordo con Giancarlo, l’idea degli industrial commons è affascinante. Tuttavia propongo una riflessione. Le risorse comuni, i commons, devono essere una opportunità non una prigione. Un’idea chiusa dei distretti ha portato a pensare che le imprese del distretto “devono” collaborare, “devono” avviare processi comuni e partecipativi e chi va per conto suo è un traditore. Non stupisce che con una impostazione così chiusa e localista molte imprese (e spesso le più dinamiche) abbiano rifuggito le istituzioni distrettuali.
    Invece, i cluster/distretti e i territorial industrial commons devono rappresentare delle opportunità comuni, inclusive e che guardino a soggesti esterni al fine di attratli in un territorio e contribuire alla rigenerazione di questi commons. La concezione aperta di distretto che propongo vede questi commons come una risorsa “per tutti”, per chiunque abbia la forza o la volontà di usufruirne. Pertanto non sono tanto le imprese che “devono” andare d’accordo, ma sono le istituzioni locali che devono (assieme alle imprese) pensare a come far sì che i commons fioriscano.
    Non si tratta di imprese grandi contro piccole o di imprese locali e imprese straniere, ma bisogna semmai capire cosa un territorio è in grado di offrire a chi (siano essi indiani o cinesi) sta pensando di stabilirvisi.

  3. aaa dicono:

    se nei distretti ci sono create queste regole così rigide sarà anche per incapacità di gestire le relazioni e guardare oltre; ma non è infrequente che l’opportunismo spinga a non collaborare anche quando non farlo vuol dire perdere molto con certezza.

    siamo molto distanti dall’america ma anche dal resto dell’europa. se sono arrivati a regole rigide, probabile abbiano incontrato difficoltà a creare partecipazione.

  4. marco dicono:

    Riprodurre nel tempo gli industrial commons non è cosa semplice. Si tratta di beni che hanno uno statuto particolare. Sono beni pubblici nel senso che il loro uso non è escludibile ma sono rivali nel senso che il fatto che qualcuno gli usi ne può compromettere la loro replicabilità nel tempo. In più hanno un’altra caratteristica particolare: la produzione da parte pubblica di questi bene ha dimostrato di non funzionare bene. Sono beni che devono essere necessariamente prodotti dal privato. Detto questo credo che il punto non sia tanto nell’apertura chiusura di un territorio quando nelle capacità degli attori di accordarsi sulla produzione/riproduzione di questi beni.

  5. Lorenzo G. dicono:

    Gli industrial commons potrebbero essere escludibili per le imprese straniere, nel caso un governo adottasse una posizione protezionistica. Sul fatto che siano rivali non sono cos¡ convinto.
    Il fatto che una impresa si stabilizzi su un territorio e benefici di questo patrimonio industriale non significa che comprometta il loro uso da parte di altri.
    Anzi una impresa che investe in un territorio (si pensi a Louis Vitton a Fiesso d’Artico), può grandemente contribuire a rivitalizare questi industrial commoms.

  6. aaa dicono:

    nessuno investe in quelli rivali, quindi sono meno visibili… leggi e regolamenti sono inefficaci,
    invece è importante la gestione della partenership

  7. Giancarlo dicono:

    Accedere ai commons, quando sono abbondanti, è facile (dato il loro carattere di non-escludibilità), riprodurli nel tempo è invece difficile (qui sta il problema della rivalità). Il sapere pratico e le conoscenze tecniche e relazionali diffuse nei distretti rappresentano industrial commons, a cui le imprese insediate nel territorio – siano esse native o filiali di multinazionali estere – possono accedere senza troppi problemi: assumere personale già formato, collegarsi a capacità di fornitura specializzata, acquistare sul mercato locale servizi dedicati. Ma a chi spetta riprodurre questi commons? Finora è stato il “sistema di mercato” distrettuale ad assicurare tale funzione. Finché il mercato funziona, meglio non intervenire. Ma quando i meccanismi di autoregolazione si inceppano, è necessario agire attraverso strumenti di coordinamento. In altri termini, gli industrial commons hanno un costo quando ai singoli imprenditori produrre all’estero costa meno che nel distretto, anche se questo riduce i benefici conseguenti alle esternalità positive della produzione locale. Sostituirsi al mercato incontra molti limiti: la qualità della manifattura artigiana non si ottiene per decreto! Tuttavia, è possibile integrare gli incentivi di mercato ai benefici comuni, ad esempio riconoscendo ai “produttori di qualità” un ragionevole contributo economico per la partecipazione ad attività di formazione professionale, oppure organizzando circuiti pubblici di “turismo industriale”, con ritorni commerciali, per i soli produttori certificati. Sembrano idee strampalate. Ma a ben vedere, è proprio su questo terreno che dovrebbe spostarsi il dibattito, finora piuttosto fiacco, sulle politiche per i distretti.

  8. aaa dicono:

    tornando all’outsourcing dell’articolo, come prezzi e qualità di manifattura la cina è quasi imbattibile, non torneranno a casa ma è bene acquisire il know-how anche se i cinesi sono molto bravi a contrattare. del resto sono state le correnti manageriali giapponesi a rivalutare l’importanza della produzione e ad arricchire il ruolo dell’operaio quando per anni le teorie sloaniste americane l’avevano ignorato delegandola agli ingegneri.

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