La forma politica del postfordismo

di Enzo Rullani

Socialdemocrazia? Non suona più bene, da qualche tempo a questa parte.
In questo rimbalzare del tema “eclissi della socialdemocrazia” – da un blog all’altro, da un libro all’altro – si avverte qualcosa che assomiglia ad un fremito liberatorio. Evviva. Non moriremo socialdemocratici: c’è di più e di meglio da fare.
La socialdemocrazia non è né di destra, né di sinistra: essa esprime una necessità del paradigma fordista che affida la produttività al management delle grandi fabbriche e assegna alla politica – dunque al sindacato e allo Stato – il compito di “consumarla” con la lievitazione della spesa, privata e pubblica. In questa sintesi tra grande impresa e Stato del welfare si realizza anche un ragionevole compromesso tra il principio dell’efficienza (di cui è portatrice l’impresa) e quello dell’equità, che è invece una funzione assegnata alla politica. Ne viene fuori una pacifica divisione del lavoro tra i compiti del mercato e quelli della politica: il potere di gestire la produzione è delegato alle imprese e al mercato, mentre la politica, che cessa di interferire nel loro funzionamento, si riserva invece di negoziare con le imprese e con i grandi interessi organizzati la distribuzione del reddito prodotto, affermando così nei fatti principi di equità, che superano gli squilibri generati dal mercato.
Oggi, la divisione del lavoro tra Stato e mercato, tipica della socialdemocrazia salta. Infatti:

  • la società, con i suoi impulsi personali e i suoi commons cognitivi e territoriali, entra nella produzione e diventa fattore produttivo primario, determinando i livelli di produttività raggiungibili;
  • l’intraprendenza individuale e aziendale diventa fonte decisiva nella distribuzione del reddito. Ognuno sa che l’investimento a rischio fatto su sé stesso e l’iniziativa auto-organizzatrice del proprio territorio di appartenenza sono il modo con cui, con un po’ di fortuna, si può migliorare la distribuzione del reddito nelle filiere a proprio favore. I “tavoli” negoziali apprestati dalla politica arrivano in seconda istanza e possono esercitare solo correzioni superficiali sugli esiti di mercato.

Per una politica post-socialdemocratica e postfordista, servono soprattutto due cose:

  • la riscoperta dei valori sociali nella produzione, sotto forma di riconoscimento del ruolo propulsivo dei commons (conoscenza condivisa, legami di rete, ecologie ambientali comuni);
  • la riscoperta dell’intelligenza personale e comunitaria nella creazione e distribuzione del reddito.

L’efficienza produttiva richiede una mobilitazione non solo degli individui e del mercato, ma anche dei legami sociali che danno oggi alla società e alle comunità un ruolo importante nella produzione di valore. La produzione postfordista, essendo fatta di conoscenze e di legami sociali, non può essere delegata ad individui, imprese e mercati soltanto: deve mobilitare la società nelle sue articolazioni.
Gli stessi individui andrebbero considerati come persone, ossia come nodi di una rete sociale interpersonale che li fa vivere in modo interdipendente con altri (la famiglia, il gruppo di amici, il circuito locale, le comunità di scopo, le comunità professionali ecc.). Le comunità on line che stanno proliferando nella produzione, nella comunicazione e nel consumo sono il segno di questa socializzazione della produzione che non avviene mediante l’intervento dello Stato, ma mediante l’intraprendenza sociale diffusa, appoggiata all’intelligenza delle persone, ai legami di rete, ai circuiti di propagazione e valorizzazione delle idee.
Il secondo tema in cui resta molto da fare, andando oltre l’orizzonte socialdemocratico e anche oltre quello della “sinistra liberale”, è quello di come gestire le differenziazioni di reddito e di consumo, ossia la questione della equa distribuzione del reddito conseguito. Come si fa a redistribuire il reddito quando la sua creazione e il suo uso prescindono da standard e circuiti centralizzati, su cui la politica può negoziare o influire?
In realtà, invece di intervenire ex post (sulla distribuzione del reddito) bisognerebbe intervenire ex ante, rendendo più facile alle persone e alle comunità la realizzazione di progetti e investimenti che valorizzano le proprie capacità e le proprie idee. Questo è un ruolo importante della politica, che può mobilitare le proprie risorse (di consenso e di Stato) per creare legami e condivisioni tali da rendere possibile un avanzamento della produttività e del reddito che non sia solo frutto di sforzi individuali, ma che nasca da progetti e impegni di tipo collettivo.
Un’utopia? Può darsi.
La costruzione delle istituzioni e della forma politica del postfordismo è comunque all’ordine del giorno.

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4 Responses to La forma politica del postfordismo

  1. Asa dicono:

    Mi convince molto questa interpretazione della politica 2.0. La centralità delle persone e dei loro rapporti relazionali da un lato (anche internazionali), il legame con il territorio dall’altro sono i capisaldi su cui costruire un modello di sviluppo. L’intervento della politica con l’individuazione ex ante di fioloni progettuali potrebbe poi essere il completamento del disegno.
    Mi pare che, seppur in maniera distorta, e con lo sguardo più rivolto al passato che al futuro, la Lega sia il partito che più ha ingtuito queste trasformazioni, sostituendo la visione di un “focus sociale” con quello territoriale

  2. Stefano dicono:

    Sull’argomento, lascio il link a un pezzo di Panebianco apparso ieri sera sul Corriere. Mette a fuoco un trend internazionale e alcuni elementi di specificità nazionale

    http://archiviostorico.corriere.it/2009/giugno/30/VENTENNIO_RIMOZIONI_co_8_090630038.shtml

  3. marco dicono:

    un articolo interessante su un tentativo possibile per le nuove istituzioni del post-fordismo
    http://www.facebook.com/ext/share.php?sid=112885708376&h=-gBkz&u=igkL9&ref=nf

  4. Ivano Urban dicono:

    Ma insomma!
    I dipendenti pubblici in Italia, nel confronto con gli altri stati europei, sono mediamente il 30% in più. Le nostre pensioni di invalidità superano quelle del Giappone che, oltre ad aver subito due bombe atomiche, vanta una popolazione più del doppio di quella Italiana. Il debito pubblico ha superato la soglia dei 1.800 Mld di €: dove sono finiti tutti questi soldi e per quanto potremmo reggere ancora?!?!?!?

    Se non è socialdemocrazia questa che cos’è allora… Qualcuno forse pensava di vivere in paradiso??

    Ma Insomma!
    Il costo del lavoro rappresenta uno dei maggiori coeficienti per definire i parametri di competitività di una economia: il rapporto tra Europa e Cina è mediamente 1: 15, quindi, assieme al capitalismo, al consumismo e al business a tutti i costi forse prima dovevamo pensare, preoccuparci di esportare anche la socialdemocrazia!?!?!?!

    Qualcuno ci sta dicendo che il peggio della crisi è passato, e dall’altra qualcun’altro invece ci sta dicendo che per fine anno, sempre che venga confermata la tendenza, il debito pubblico supererà il 116% del PIL: per pagare pensioni e gli stipendi agli impiegati pubblici.

    Prof. Rullani, io se fossi in lei comincerei a preoccuparmi. Va bè che a voi docenti universitari per legge non vi può toccare nessuno e la riforma delle pensioni vi fa un baffo perchè ci andate mediamente oltre i sett’antanni. Ma, con i tempi che si prospettano (“Ottobre Rosso”), se i giovani si accorgono che molti di voi sono degli ingiustificati privillegiati, che non siete più una risorsa ma un peso per la Nazione che sottrae linfa vitale alle generazioni future, che gli avete propinato aria fritta per un sacco di anni cosa crede che accadrà nel prossimo futuro?????

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