Crisi economica e crisi della socialdemocrazia

In un bell’articolo sul Corriere, Dario Di Vico riflette sul risultato elettorale nel Lombardo-Veneto. “La crisi, secondo i modelli della scienza politica, dovrebbe avvantaggiare le opposizioni, specie se di sinistra. Invece, in Lombardia e in Veneto sta succedendo il contrario.” Una spiegazione la fornisce Nicola Rossi: “Gli uomini e le donne del Pd non conoscono la realtà della piccola impresa, anzi la disprezzano e quando è l’ora delle urne sono ricambiati con eguale moneta”. Difficile da smentire.
Il risultato elettorale di questi giorni conferma quella che Giuseppe Berta chiama l’eclissi inesorabile della socialdemocrazia, ovvero di quella proposta politica fondata su tassazione e redistribuzione dei redditi (ne parlano anche qui Andrea Romano e qui Stefano Feltri) . Perché la socialdemocrazia si è eclissata? Perché sono venuti meno i presupposti del fordismo, il paradigma economico a cui questa proposta politica era inevitabilmente agganciata.
Krugman identifica storicamente il periodo aureo della socialdemocrazia fra la presidenza di Roosevelt e quella di Reagan. Le condizioni affinché le politiche socialdemocratiche abbiano successo, dice Krugman, sono principalmente due: una limitata apertura dei mercati e un tasso di immigrazione contenuto. Va da sé che nel Nord Est del 2009 nessuno dei due presupposti viene confermato. Oggi la produzione industriale si struttura attorno a filiere globali che tendono a privilegiare la specializzazione e l’outsourcing. Quanto all’immigrazione, in alcune aree del Nord Est la percentuale degli extracomunitari raggiunge il 10% della popolazione (ne parla qui Tito Boeri). C’è poco da stupirsi se l’ipotesi socialdemocratica, più che eclissarsi, sia stata praticamente sepolta da imprenditori, commercianti e lavoratori autonomi.
Si dirà che gli intellettuali arrivano in ritardo e che con un po’ di impegno questa eclisse poteva pure essere prevista. In realtà non tutti si sono presi all’ultimo minuto. Nel 1997 Enzo Rullani scriveva un lungo articolo sulla necessità di inventare una politica del post-fordismo. Lo faceva, vale la pena sottolinearlo, proprio nell’ambito di un progetto sostenuto dall’Istituto Gramsci. In questi dodici anni, quella riflessione (così come molte altre che sono seguite) non ha ricevuto nessuna particolare attenzione. Dell’argomento si è continuato a parlare in decine di convegni, ma dal punto di vista dell’agenda politica non è cambiato nulla. Evidentemente da intellettuale organico a mosca cocchiera il passo è breve.
Il problema comunque rimane. Esiste un made in Italy che in questi dieci anni ha dimostrato una competitività sorprendente. Oggi, però, per superare questa crisi c’è bisogno di idee nuove. Giusto pensionare chi ha snobbato e/o disprezzato quel sistema industriale che continua a rappresentare la forza del paese. Ma non basta. Oggi il post-fordismo ha davvero bisogno di un’agenda politica.

Stefano

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