Fare mondi

Il tema della Biennale di quest’anno è Fare Mondi. Daniel Birnbaum, nella sua introduzione al catalogo, ci dice che un’opera d’arte è “più di un oggetto, più di una merce”. Un opera d’arte, ci dice Birnabaum, rappresenta “una visione del mondo” e, se presa seriamente, può essere vista come “un modo di fare un mondo”. Non si tratta di immaginare artifici troppo complicati. Per Birnbaum “qualche segno tracciato sulla carta” o “una tela appena sfiorata”  possono costituire il punto di partenza per mondi immaginari in cui il visitatore della Biennale ha il diritto di perdersi e ritrovarsi.
Mentre leggevo l’introduzione al catalogo, ho ripensato a un saggio di Andrea Semprini di una decina di anni fa. Quello che Birnbaum scrive a proposito del potere creativo dell’opera d’arte non è molto diverso da quello che Andrea Semprini suggerisce di fare con la marca. La marca, ci dice Semprini, deve creare “mondi possibili”. Non deve enunciare valori espliciti: deve raccontare delle storie. Queste storie devono parlarci di mondi che, per quanto finzionali, devono “offrirsi a noi come delle alternative” al nostro mondo reale. Devono accendere la nostra immaginazione del pubblico, devono alimentare il nostro immaginario.
A differenza di Birnbaum, Semprini prova a mettere a fuoco un breve catalogo delle proprietà di questi mondi. Per essere credibili i mondi possibili devono avere una loro coerenza interna (non tutto è possibile in un mondo possibile). Devono avere una qualche differenziazione (se sono troppo simili alla nostra vita quotidiana non ci interessano). Devono avere una qualche “porta d’accesso” che consenta a chi è “fuori” di entrare “dentro” (se i mondi sono troppo esclusivi non interessano granché).
Riguardare la Biennale con gli occhi dello studioso di marketing ha un suo perché. Il catalogo delle proprietà di Semprini aiuta a mettere a fuoco il successo della ragnatela di Tomas Saraceno (qui sopra) o del giardino corrotto di Nathalie Djurberg. Il senso dell’operazione, va da sé, non è tanto improvvisarsi critico d’arte. Quanto capire quanto siano diventati simili i percorsi di due comunità (quella degli artisti e quella degli uomini di comunicazione) fino a pochi anni fa percepite come inconciliabili.

Stefano

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4 Responses to Fare mondi

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