Nuovi artigiani per il made in Italy che cambia

Mentre visitavo lo stabilimento di Cottoveneto ho notato una giovane dipendente comporre manualmente un mosaico sulla base di un disegno che teneva vicino a sé. Ho chiesto alla mia guida se tanta personalizzazione del prodotto fosse pratica comune. La risposta è stata illuminante: “Nel corso degli ultimi anni, i produttori di forni per la produzione di piastrelle hanno venduto macchinari in tutto il mondo;” – mi è stato detto con tono pacato – “Ormai tutti sono in grado di fornire un prodotto standard. Come tante altre aziende italiane, noi siamo costretti a personalizzare quanto più possibile la nostra offerta. Per questo è necessario il contributo di personale qualificato”.  E’ vero: se in questi il made in Italy è cresciuto, è stato grazie alle esportazioni del settore metalmeccanico, in particolare di macchinari in buona parte riconducibili proprio ai prodotti per cui l’Italia è famosa nel mondo. Paradossalmente, più vendiamo tecnologia, più siamo costretti a a tornare alle origini. E per rimanere competitivi sul prodotto finito dobbiamo contare sulla nostra flessibilità e sulla qualità dei nostri artigiani.
Ritorno all’antico? Solo in parte. La qualità del nuovo artigiano, sia che lavori all’interno delle imprese o che costituisca un soggetto autonomo, è diversa da quella di vent’anni fa. Le differenze sono principalmente due: la prima è legata all’uso delle nuove tecnologie. Il nuovo artigiano sfrutta per quanto possibile le potenzialità del computer: oggi, la modellista che prende i punti a un vestito per signora punta lo spillo e modifica le misure del cartamodello al CAD. Tradizione e uso delle tecnologie convivono in modo virtuoso.
Altra differenza: la capacità di comunicare. Il nuovo artigiano è chiamato a trovare un suo spazio in filiere complesse. Deve saper interagire con mondi diversi, spesso molto complessi: quello dell’innovazione tecnologica, certo, ma anche quello della moda e della cultura. Insomma, non è più tempo di starsene chiusi in bottega.
Come fare a rilanciare un mondo di saperi e competenze a lungo misconosciuto? Un aspetto essenziale è legato alla formazione. Difficile pensare che figure così importanti possano essere formate attraverso percorsi percepiti come marginali. Per attirare nuovi giovani verso questi nuovi mestieri c’è bisogno di proposte formative nuove, in grado di garantire competenze utili e, soprattutto, uno status sociale adeguato.

Stefano

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6 Responses to Nuovi artigiani per il made in Italy che cambia

  1. Giancarlo dicono:

    La conclusione del ragionamento è importante, ma problematica: formare gli artigiani è un’arte (appunto!) difficile. L’artigiano è, per definizione, un mestiere che si impara sul campo (on the job floor). Ed è un mestiere che riesce bene quando c’è passione. Nei distretti questo doppio motore dell’apprendimento ha funzionato bene per anni. Ma ad un certo punto si è inceppato. Per farlo ripartire bisogna tornare ad investire seriamente sui “poli-tecnici”, coinvolgendo gli artigiani e i tecnici migliori nella formazione, e richiamando giovani appassionati da tutto il mondo per frequentare i corsi. Più tecnologia e più “brain circulation”: il futuro dell’artigianato made in Italy si gioca su entrambi i versanti.

  2. andrea casadei ACK dicono:

    la qualità è frutto della passione…

    quanta ce ne è ancora nel veneto di passione per fare bene il proprio lavoro e meglio ogni giorno di più?

  3. Stefano dicono:

    andrea
    il problema della passione per un certo lavoro manuale è reale. è un problema che non va affrontato in termini nostalgici (tipo “bei tempi quando le ragazze di montebelluna facevanno con passione le orlatrici..”). quel passato di fatica nessuno lo rimpiange davvero.
    dobbiamo guardare al futuro. se immagino la scuola per maestri vetrai come un misto di belle arti, ingegneria e manualità rischio di avere una lunga fila di candidati fuori dalla porta. la passione la ritroviamo quando siamo capaci di interpretare le aspettative dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro.
    s.

  4. andrea casadei ACK dicono:

    sono assolutamente d’accordo…

    ma la passione per fare le cose al meglio, con stile ad un certo punto si è persa: mio nonno faceva il sarto a venezia ed era uno dei migliori, e ricordo l’orgoglio con cui raccontava quando lavorò 4 giorni di fila per finire in tempo i vestiti per due degli equipaggi del corteo storico della regata storica del 1967 quando i vestiti erano da rifare dopo l’alluvione del 66…

    nessuno ne ha seguito le tradizioni artigiane ma figli e nipoti hanno tutti, in un modo o in un altro, messo passione in quello che facevano per il solo gusto di farla al meglio…

    perchè come diceva mio nonno: “a far mnale una cosa ci si mette lo stesso tempo che a farla bene, anzi di più…”

  5. Stefano dicono:

    Segnalo il pezzo di Massimo Gaggi sulla riscoperta della figura dell’artigiano negli Stati Uniti.

    http://archiviostorico.corriere.it/2009/giugno/20/intellettuale_pentito_Riparare_motociclette_Questa_co_9_090620021.shtml

    Metterei pure un link al pezzo di Giovanni Costa che lo ha ripreso ieri sul Corriere del Veneto se il pezzo fosse disponibile on line da qualche parte..

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