Una strategia per la cultura

Le pagine de “La Stampa”, nelle scorse settimane, hanno ospitato un acceso botta e risposta tra Francesco Rutelli e Sandro Bondi, ovvero tra il passato e il presente Ministro dei Beni Culturali. Dallo scontro, emerge qualche spunto interessante. Soprattutto nell’unico argomento sul quale i due paiono in accordo. Mi riferisco alla proposta di una conferenza nazionale per lo sviluppo del turismo e dell’economia della cultura.
La cultura, in termini economici, conta. Ormai sono numerosi gli studi e le ricerche che hanno dimostrato l’importante contributo del settore culturale nelle economie contemporanee. A tal proposito cito solo alcuni numeri: il “Rapporto Jàn Figel” (2006) segnala che nel 2003 il settore culturale e creativo nell’UE25 ha generato un giro d’affari di 636 miliardi di euro (il 6,4% del PIL UE), superiore a quello dell’industria ICT e più che doppio rispetto all’industria dell’automobile; Eurostat (2007) precisa che nell’UE27 nel 2005 lavoravano nel settore culturale quasi 5 milioni di persone, pari al 2,4% dell’occupazione totale, un valore superiore, ad esempio, al settore del tessile-abbigliamento; il Quinto Rapporto di Federculture (2008) ricorda la forte crescita dei consumi culturali in Italia tra 1997 e 2007 (su tutti il teatro: +23,5%); PricewaterhouseCoopers (2009) stima che il contributo, in termini di valore aggiunto, del settore culturale, creativo e turistico al PIL italiano nel 2008 sia stato dell’11,8%, un valore non distante da quello di industria e servizi.
Se la conferenza nazionale cui accennano Bondi e Rutelli diventasse l’occasione per lanciare delle proposte di sviluppo culture driven e si accompagnasse alla “Davos della cultura” (prevista a Monza il prossimo ottobre) nel sostenere l’importanza della cultura per lo sviluppo del nostro Paese, allora rappresenterebbe un buon punto di partenza. Ma se invece si trasformasse in un’inutile vetrina per discorsi sull’immenso patrimonio culturale italiano, costituirebbe l’ennesima occasione sprecata.
La cultura, anche in termini occupazionali, può rappresentare una delle vie per uscire dalla crisi che stiamo attraversando. Ma deve esserci una strategia, un progetto ed un orizzonte di riferimento. Un esempio a cui ispirarsi potrebbe essere la cultural strategy britannica: un progetto a medio termine (3-5 anni) che mira a creare condizioni di crescita locale attraverso la promozione di iniziative culturali ispirate da una visione condivisa di sviluppo e basate sul coinvolgimento della popolazione.
Nel 2019 l’Italia ha l’opportunità di far diventare una propria città Capitale Europea della Cultura. Perchè non sfruttare questi dieci anni per lanciare un vero e proprio confronto sui vari modelli di sviluppo culturale che le nostre città e i nostri territori possono adottare? Perchè non mettere in competizione tra di loro le diverse località, favorendo specializzazione ed innovazione dei territori? Perchè non affidare anche (o soprattutto) ai giovani lo sviluppo del capitale culturale del nostro Paese in prospettiva 2019, dando loro i mezzi attraverso borse di studio e opportunità di lavoro?
Di questo passo, si continuerà a “non programmare” la cultura del 2019. Probabilmente a colpi di interventi sui quotidiani.

Riccardo Dalla Torre

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4 Responses to Una strategia per la cultura

  1. Caos dicono:

    mahh… come Obama che vuole spendere soldi nelle biblioteche che chissà quanto verrà popolate. La cultura vive di persone interessate che si interrogano su temi generali e cercano buone risposte e un buon metodo per ottenerle.
    Se penso non ci sia meritocrazia non sono incentivato a crescere personalmente e farò il minimo indispensabile per prendere il titolo di studio. Serve quindi un obbiettivo raggiungibile, allora non solo apprezzerò la cultura che già si produce ma mi attiverò di mio.
    Un obbiettivo possibile è l’imprenditorialità, che crea meritocrazia e innovazione. Per avere una buona impresa servono un’idea di business innovativa buona e delle buone persone con le competenze giuste. Entrambe le cose si ottengono se persone di estrazione diversa si mobilitano e sono disposte sino in fondo a rischiare. Due cose assolutamente da sviluppare visto che il 70% degli studenti universitari americani sogna di creare una impresa contro solo il 30% degli italiani. E il fatto di avere persone motivate riduce la miopia dell’idea, ho visto diverse idee con bellissime innovazioni ipertecnologiche e una strategia che di certo non le valorizzava.
    La cosa non si risolve creando degli incontri di formazione dove vanno le persone che hanno già un minimo di interesse ma andando da quelli con una buona cultura che credono ancora al mito del posto fisso. Basta guardare una la puntata di ballarò del 27 aprile per vedere dove tira la propaganda e non va bene.

  2. Caos dicono:

    Ovviamente c’è sempre spazio per iniziative di simil-propaganda su quanto sia importante la cultura e mettere al patibolo l’accademia con le sue baronie incapaci di svolgere il loro compito lo si sta facendo più che a sufficienza.

  3. Riccardo Dalla Torre dicono:

    La cultura non è una “polverina magica” in grado di risolvere magicamente tutti i problemi di un territorio. Per questo serve una strategia a medio-lungo termine. Come spiega un articolo de lavoce.info (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001068.html) non è tanto il colore politico ad influenzare le politiche culturali, quanto piuttosto la possibilità di un altro mandato per il sindaco. Ancora una volta, purtroppo, la mancanza di programmazione e di lungimiranza è sia di destra che di sinistra.
    Riccardo Dalla Torre

  4. Massimo dicono:

    Purtroppo la cultura italiana (nel senso antropologico dei costumi e delle abitudini dei componenti di una società) impedisce categoricamente i progetti a medio-lungo termine. E’ tutto un magna-magna, arraffa-arraffa finchè si è al potere, prima di dover giocoforza lasciar la mano al regime successivo (in comune, provincia, regione, consiglio d’amministrazione, etc. etc.). Questo, e la quasi totale assenza di spunti meritocratici, portano a sprechi insostenibili di tempo e risorse. E la cultura italiana (nel senso dell’insieme di arti, attività e sapere) ne è la vittima consapevole. E’ giustissimo evocare il progetto comune, ma ci riusciremo un giorno ad averlo? Penso a un piccolo caso esemplare come quello del teatro di Bari che doveva riaprire, trasformato da ordinaria amministrazione (una città senza teatro?) a diatriba elettoral/politico/mediatica. Ma ce ne sono stati tanti altri.

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