Cultura e governo dell’acqua

La scorsa settimana si è svolta a Vicenza un’interessante manifestazione culturale che aveva al centro il tema dell’acqua. Vie d’acqua ha promosso una serie di eventi musicali, teatrali, cinematografici, letterari e paesaggistici attorno ai fiumi di Vicenza. E’ stata anche l’occasione per alcuni confronti sulla politica dell’acqua, intesa sia come attenzione alla fruibilità dei fiumi, ma anche, più in generale, come problema di governo di una risorsa così fondamentale per la vita umana da essere stata spesso oggetto di conflitti, contese e guerre. L’acqua, del resto, è una risorsa densa di significati. E’ innanzitutto una risorsa naturale: senza acqua non c’è vita! Ma è anche una risorsa culturale, fonte di civiltà, di simbolismi religiosi e pagani, di identità sociali e urbane. E’ anche una risorsa economica, in quanto fattore di produzione industriale (energia, lavaggio, raffreddamento, ecc.), infrastruttura di trasporto navale, servizio di pubblica utilità (acquedotti e fognature), bene commerciabile (acque minerali). E, fatalmente, è anche una risorsa politica: il regime dell’acqua è potere, basti pensare alla Serenissima, oppure all’impero cinese o, ancora, al controllo esercitato da Israele sulla Palestina. Intervenendo alla manifestazione di Vicenza, Ettore Mo, famoso corrispondente di guerra del Corriere, ha sostenuto che i conflitti territoriali sono destinati a spostarsi dal controllo delle risorse energetiche a quello delle risorse idriche.
I conflitti sull’acqua stanno tuttavia assumendo caratteri politici anche all’interno delle società moderne, dove emerge con sempre maggiore forza l’opposizione fra “diritto fondamentale” e “prodotto industriale” oppure, in modo ancora più netto, fra “risorsa comune” e “bene privato”. Era dunque inevitabile che a Vicenza si arrivasse a parlare di “privatizzazione dell’acqua”, anche se non è ben chiaro cosa questo concetto voglia significare. A confondere le acque – è il caso di dirlo – ci ha pensato Oliviero Beha, figura istrionica del giornalismo sportivo e radiofonico, oggi molto vicino al movimento di Beppe Grillo. Secondo Beha, dopo la riforma sui servizi pubblici locali introdotta lo scorso agosto (art. 23bis, L.133/08) la privatizzazione dell’acqua è oramai un dato di fatto. Tale situazione costituisce, a suo dire, il naturale approdo della politica italiana, trasformata oramai in un grande comitato d’affari, il cui unico obiettivo è spartirsi le risorse del paese. Posizioni come queste suscitano molto consenso nei movimenti ambientalisti e nelle frange radicali della sinistra. Bisogna, tuttavia, essere chiari: non è questo il modo per affrontare i problemi di governo di una risorsa complessa come l’acqua, che per diventare “servizio universale” non ha bisogno di chiacchiere e comizi, ma di crescenti investimenti finanziari, approfondite conoscenze tecnologiche e una rilevante organizzazione industriale. Il famigerato art. 23bis non fa altro che richiamare, in ordine di preferenza, i tre modelli di gestione dei servizi pubblici indicati dalla Comunità Europea: l’affidamento tramite gare, la società mista e, in via residuale, l’in-house providing (società interamente pubblica sottoposta a tutti i vincoli della PA). Bisognerebbe discutere su quale di questi modelli può risultare, nei diversi contesti, il più efficiente nel realizzare obiettivi che, ricordiamolo, rimangono in capo al sistema pubblico: fornire acqua di qualità alla generalità dei cittadini e realizzare infrastrutture di raccolta e depurazione dei reflui, così da rendere sostenibile, anche dal punto di vista ambientale, l’impiego civile e industriale dell’acqua. Ciò che Beha e un certo populismo di sinistra si ostinano a non capire è che non ha alcun senso contrapporre l’acqua come “diritto” e come “prodotto”. Si tratta, invece, di due facce della stessa medaglia: non è infatti possibile garantire il diritto all’acqua senza un’adeguata organizzazione industriale che renda tale risorsa realmente accessibile, a costi accettabili per la collettività. C’è forse ancora qualcuno che oggi chiede il ritorno della produzione pubblica del pane o del latte? In questo senso, il fatto che il mercato possa investire sull’acqua, dovrebbe essere visto come un fattore di vantaggio: in questo modo arrivano più facilmente capitali e tecnologie che aiutano le comunità a gestire in forme più efficienti e innovative una risorsa che, ricordiamolo, rimane comunque sotto stretto controllo pubblico: non solo le riserve d’acqua in quanto tali, ma anche le reti di acquedotti, fognature e depuratori sono beni demaniali, e praticamente ogni livello di governo, dal Municipio alla Comunità europea, continua ad esercitare competenze sul governo dell’acqua. In ogni caso, anche per Beha la grande sfiducia per la privatizzazione dell’acqua si è stemperata, alla fine dell’incontro, sorseggiando tranquillamente un bicchiere di acqua minerale.

Giancarlo

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2 Responses to Cultura e governo dell’acqua

  1. Riccardo Dalla Torre dicono:

    Un articolo di Jeffrey D. Sachs (Columbia University) su Il Sole 24 Ore di mercoledì scorso approfondisce il tema della “guerra dell’acqua”. Sono molti i conflitti causati dalla scarsità di risorse idriche (Ciad, Darfur, Etiopia, Somalia, ma anche Iraq, Pakistan e Afghanistan) e il terzo rapporto delle Nazioni Unite sullo sfruttamento delle risorse idriche evidenza che circa 1 miliardo di persone non ha accesso a risorse idriche sufficienti per soddisfare i bisogni primari. Ma i problemi legati all’acqua riguardano anche le economie più avanzate (sud-ovest degli Stati Uniti, alcune aree dell’Australia) e potrebbero aumentare a causa dei cambiamenti climatici, coinvolgendo l’Europa Meridionale. Che fare dunque?
    Una convention a Londra, nei giorni scorsi, si è occupata della questione. Sachs ritiene che i governi siano male equipaggiati per affrontare i problemi legati all’acqua: nei ministeri servono più competenze ad ampio spettro (ambiente, ecologia, agronomia, ingegneria, demografia, economia, ecc.) e meno funzionari pubblici generici. Bisogna poi mettere insieme esponenti del mondo scientifico, politici e imprenditori dei paesi con problemi di carenza idrica per cercare delle soluzioni alle criticità legate all’acqua.
    Anche il mondo della cultura si occcupa del tema dell’acqua. Lo fa da tempo Marco Paolini, portando in giro per l’Italia lo spettacolo “Song n. 32” con i Mercanti di Liquore. Nemmeno Paolini, però, nel corso del suo spettacolo contrappone l’acqua come “diritto” e come “prodotto”: dovremmo piuttosto chiederci, suggerisce Paolini, perchè non beviamo la cosiddetta “acqua del sindaco”, prediligendo l’acqua minerale in bottiglia, di cui siamo i primi consumatori al mondo.
    Riccardo Dalla Torre

  2. Giancarlo dicono:

    Riccardo, un recente rapporto dell’Ocse stima in 100 Mld $ all’anno per 15 anni il costo per realizzare le infrastrutture necessarie all’approvvigionamento idrico delle popolazioni oggi sprovviste di accesso all’acqua potabile. La soluzione a questo problema non è affatto semplice, ma dubito si riesca a trovarla rifiutando, pregiudizialmente, ogni coinvolgimento del capitale privato.
    Per quanto riguarda lo scarso appeal per l’acqua del sindaco la situazione è davvero paradossale: da un lato temiamo l’intervento dei privati nella gestione dei servizi idrici, ma dall’altro ci fidiamo ciecamente dei privati quando si tratta di scegliere l’acqua da bere. Ma, allora, per quale motivo nella doccia e nel water dovrebbe andare bene solo l’acqua pubblica, mentre in tavola preferiamo quella privata? Io non l’ho ancora capito.

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