Innovare per uscire dalla crisi

La crisi: da qualsiasi parte si guardi se ne vedono comunque i segni; essa non è solo finanziaria e neppure solo economica, è davvero «globale», nel senso che corre in lungo e in largo nel mondo e coinvolge ogni aspetto della vita e della sua «qualità».
Per uscirne bisogna «innovare»: è questo, ridotto all’osso, il messaggio del secondo Festival della Città Impresa; è questa la parola d’ordine che suggerisce il suo mentore Enzo Rullani e che faranno propria le decine di attori degli incontri che nel prossimo lungo week-end si svolgeranno in cinque provincie chiave del Nordest: Trento, Vicenza, Padova, Treviso, Pordenone; non nei capoluoghi, ma nei centri dei distretti produttivi più celebri e celebrati, i poli di quella gigantesca metropoli che tutti abitiamo.
La questione sta, dunque, nella relazione tra innovazione e città, tra cultura e territorio; lo sapevamo e lo sappiamo, ma ancora non basta, troppe volte su tutto ancora prevale il localismo con i suoi egoismi, il particolarismo con le sue urgenze, le sue necessità: ciascuno per sé piuttosto che tutti per tutti.
Così la forza d’attrazione del sistema metropolitano si frantuma e si vanifica, così le eccellenze vengono mortificate, così si rischia di smarrirsi e di perdere nella competizione globale.
Per anni si è pensato che per farcela bastava lavorare di più, stringere i denti e magari anche la cinghia e mettercela tutta: l’esperienza e la cultura erano il dono che la storia, i lunghi e numerosi secoli della storia ci avevano lasciato in eredità, cosicché si potevano consumare senza tutelarle e coltivarle, senza rigenerarle.
Oggi è chiaro che non può più essere così, che l’innovazione, la ricerca, il sapere crescono giorno dopo giorno senza soluzione di continuità e fermarsi per prendere fiato, per leccarsi le ferite, per guardarsi attorno soddisfatti, può costare assai caro, perché intanto gli altri allungano impietosi e accumulano vantaggio.
La crisi non si cura riposando, si vince innovando e non solo nel prodotto o nel marketing, ma sempre di più nell’intero sistema sociale e territoriale, nella formazione e nella ricerca, nell’ambiente e nell’architettura, nella cultura e nella qualità della vita.
Questo è il terreno sul quale oggi si gioca la partita decisiva e il festival ce lo ricorda in ogni suo evento con ossessiva insistenza: abbiamo le risorse per farcela, dipende soltanto da noi, dalla determinazione con cui ci impegneremo, dalle energie che sapremo liberare.
Città e Impresa sono le insegne di questo mondo nuovo, del benessere che dura e si accresce, di una felicità prossima e possibile: dobbiamo prendere coscienza che nulla ci è dato per sempre, che nessun privilegio resiste all’usura del tempo, che qualsiasi scorta finirà per esaurirsi.
La metropoli del nordest è cresciuta anche troppo a lungo prescindendo da un chiaro e premeditato disegno, anzi nonostante le spinte centrifughe di un localismo che configurava una sorta di non città, ora per ripartire e non perdersi bisogna cambiare strada in fretta. Dalla crisi usciremo, ma dipende da noi in che modo e con quale risultato.

Cesare De Michelis

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12 Responses to Innovare per uscire dalla crisi

  1. Giancarlo dicono:

    Cesare, guardando il programma di questo Festival – e cercando, per quanto possibile, di coglierne la logica sottostante – la mia impressione è molto meno favorevole della tua. Non so se chi ha organizzato tale kermesse ne sia effettivamente consapevole (conoscendo alcune figure del giro, qualche dubbio è più che legittimo), ma questo ensemble di incontri dispersi in uno spazio di luoghi fra loro irragiungibili sembra essere propri lì a dimostrare, perfidamente, l’impossibilità del Nord Est di essere davvero metropoli. Perché, piuttosto, non decidere per un anno un luogo, quello successivo un altro? Ma questo, certo, comporterebbe un gioco di cooperazione a resa differita, che nessuno è da queste parti nelle condizioni di assicurare sul serio. Dunque, la matrice di questo festival è lì a certificare il fallimento di un’idea di metropoli, non a celebrarne il successo. Sui contenuti della kermesse, poi, non è facile esprimersi: anche ammesso sia possibile individuare un vero nucleo tematico – francamente, non riesco a vederlo nel concetto di “innovazione”, il cui spettro semantico è così ampio da includere qualsiasi cosa – l’impressione è di una sovrapposizione di tante, troppe, questioni. Ecco, allora, che per nascondere la confusione e il provincialismo del patchwork, diventava necessario sovrapporre al tutto qualche figura di grande richiamo mediatico come Rifkin e Florida: ciò che conta, del resto, è l’audience! Ma proprio questo, alla fine, sembra essere il tratto distintivo: lo spettacolo che vince sulla ricerca, il talk show sull’approfondimento, la rivista sullo studio. Il contrario di una seria politica economica e culturale per l’innovazione. Il confronto viene immediato con il vicino Festival dell’Economia di Trento (siamo sempre nel Nord Est!): personalmente, non avrei alcun dubbio su dove spendere utilmente due giorni.

  2. Ivano dicono:

    Per conto mio non posso che complimentarmi con il Prof. Rullani e con tutti gli organizzatori della manifestazione. Parlare di questo oneroso argomento: “Innovare per uscire dalla crisi” è di fondamentale importanza, ma, come dice Giancarlo, è da più di dieci anni che se ne discute in modo del tutto superficiale e troppo genericamente. la domanda che mi pongo: abbiamo un’idea di cosa voglia dire innovare e di come si deve fare per ottenere i risultati auspicati?? Nonostante la decantata forza industriale veneta, la platea che si ritrovano questi passionale oratori/organizzatori, stando ai numeri forniti dalla statistica, è fatta per la maggior parte di cottimisti… La gente ha bisogno di esempi pratici per capire come e cosa deve fare; il Mario Moretti Polegato ha sicuramente dei meriti ma non è un esempio per quel tipo di gente li.

    Mi viene in mente “la febbre dell’oro” scoppiata in America nel finire del 19° secolo. Una valanga di gente si riversò in California, impegnandosi tutto quello che aveva, spinta dal miraggio di diventare ricca. Quello che bastava sapere era che l’oro era giallo, il polvere o in pepite e si trovava nei fiumi o scavando. La storia ci ha già risposto su come andò a finire, un pò come la trasmissione TV: “dilettanti allo sbaraglio”.

    …non so se gli oratori/organizzatori riusciranno minimamente nei loro intenti. Di una cosa invece sono certo sulla riuscita di questo evento. Viste le zone in cui si tengono gli eventi convivialità, gran mangiate e gran bevute sono garantite… 😉

  3. stefano dicono:

    oggi sono a milano. la metropoli del nord.
    domani parlerò a maniago alla presentazione del libro di david audretsch “la società imprenditoriale”.

    ne ho parlato questa mattina con amici lombardi: mi dicono che anche loro saranno a qualche presentazione del festival. non ricordano bene dove di preciso, ma mi dicono di vederci a pranzo, dopo i rispettivi impegni. “fammi sapere via sms dove sei e dove ci vediamo”.
    li guardo con una certa apprensione. gli spiego che maniago è in friuli. che tra schio (dove loro andranno) e maniago i km non sono tantissimi, ma che il traffico può essere impertinente e che forse è meglio vedersi a milano la settimana prossima.
    mentre parlo ripenso a quel passaggio di “studio illegale” dove il partner milanesissimo cerca di capire esattamente dove si trovi treviso (è in veneto? in friuli? comunque nella provincia dell’impero). decido di sorvolare.

    penso di essere fra coloro che più di altri si è speso per immaginare un nordest metropolitano. ho contribuito di mio a costruire una rappresentazione nuova dello spazio in cui viviamo. oggi siamo finalmente alla prova. voglio davvero capire come reggeremo.

    s.

  4. Guri dicono:

    Ho avuto l’opportunità di partecipare all’incontro “riservato” con Rifkin a Rovereto e ho sentito la presentazione di Florida a Schio. Concordo con il giudizio di Giancarlo circa la dimensione “mediatica” preponderante su altre. Ma questa “deriva” non mi spaventa più di tanto. Sono più colpito da un altro aspetto: l’incapacità che abbiamo di utilizzare l’occasione del festival per costruire “relazioni vere e stabili” con alcuni degli interlocutori in transito. Non mi riferisco tanto alle star ormai poco interessanti per noi e per l’establishment delle Città Impresa (tipo Rifkin), quanto a coloro con i quali ci piacerebbe lavorare (tipo Florida). Ho avuto modo di parlare con lui dopo la presentazione (approfittando dei saluti che gli dovevo da un amico comune con cui lavoro in NZ), ma non c’è stato il tempo neppure per un caffè o per organizzare una cena o, meglio ancora, per stare insieme a lui in un workshop bene organizzato. Occasione sprecata inutilmente per noi e per lui.

  5. Stefano dicono:

    guri
    mi pare che sollevi un punto cruciale. questi festival potrebbero essere una bella occasione per stringere relazioni con persone interessanti. e probabilmente per alcuni è così. non lo è per te e questo, probabilmente, non è un caso. mi spiego.
    per anni, alcuni “intellettuali” hanno provato a raccontare il nord est quando l’argomento era spinoso, quando guardavamo attoniti le trasmissioni di santoro e leggevamo i malinconici annunci sull’inesorabile declino industriale del paese. in quegli anni, parlare del nord est era complicato e solo alcuni hanno provato con qualche numero e qualche caso di impresa a controbattere alle critiche dei media a scala nazionale.
    in realtà, quell’attività di mediazione culturale è diventata rapidamente oggetto di interesse politico. le associazioni industriali hanno messo in piedi una fondazione in grado di fornire numeri attendibili. i principali partiti hanno iniziato a investire in strutture di consulenza capaci di offrire scenari e indicazioni normative.
    rispetto a questo trend ben visibile a occhio nudo, questo festival segna una tappa in più. in modo più o meno consapevole dichiara sostanzialmente inutile il contributo di chi ha provato a descrivere la specificità di questi territori perché scommette sulla relazione diretta fra le star della ricerca internazionale e i leader locali. il tuo amico florida non parla con te, ma i media riporteranno del suo interesse per il futuro del nord est, dei suoi consigli per realizzare tre t a misura di metropoli nordestina, etc etc.
    guri, tu mi dirai che florida non sa nulla del nord est, di come è davvero il nord est. potrei rispondere (non senza una certa sofferenza interiore) che questo è irrilevante. contano le foto, gli abbracci, le platee curiose, gli autografi sul libro. oggi, questo è il circo che conta.
    immagino già la tua risposta: non è così che si manda avanti un’area così importante per il paese. in realtà sappiamo entrambi che il consenso, quello vero, da queste parti passa per la costruzione di passanti e ospedali. ma questa è un’altra storia.

  6. Riccardo Dalla Torre dicono:

    In chiusura di uno degli ultimi incontri di questa seconda edizione del “Festival delle Città Impresa”, è stato annunciato il tema della prossima edizione: la cultura. L’aggancio, secondo le parole degli organizzatori dal palco di Maniago, è la possibilità per l’Italia di avere (sulla base del calendario stabilito dall’UE) una propria città Capitale Europea della Cultura nel 2019. Il dibattito sulla scelta della città su cui puntare è già attivo da diverso tempo nel Nordest. Se la scelta fosse ponderata e il piano di sviluppo culturale dedicato a questo appuntamento si rivelasse di ottima fattura (10 anni potrebbe anche rappresentare un orizzonte temporale sufficiente per scelte coraggiose), diventerebbe forse meno importante vincere o meno questa competizione interna per poi rappresentare il nostro Paese a livello internazionale. Ci sono, infatti, città candidate a Capitale Europea della Cultura – alla fine non scelte dalla commissione esaminatrice – che hanno comunque dimostrato la validità del loro progetto ottenendo significative performance in campo culturale ed economico. L’auspicio, espresso da un giovane ricercatore che crede nei potenziali di sviluppo della cultura, è che non si perda un’occasione del genere. Tuttavia, ascoltando le parole dei policy maker del Nordest, intravedo un doppio rischio: da un lato dedicare troppo tempo nel decidere quale città del Nordest avrà questo compito, dall’altro portare avanti una generica candidatura dell’intero Nordest a Capitale Europea della Cultura 2019. Non so se in questo caso un adattamento “nostrano” della teoria delle 3T di Florida ci potrebbe salvare (Treviso, Trieste e Trento). Nel 2019 avremo tutti 10 anni in più: anche per questo sarebbe importante che i 40-50enni di oggi lavorassero in team con i 20-30enni per dare vita ad un progetto valido, che potrebbe veramente rappresentare un trampolino di rilancio per il nostro territorio.
    Riccardo Dalla Torre

  7. Ho seguito con molto interesse il dibattito critico relativo alla seconda edizione del Festival delle Città Impresa e, come è ben noto, credo che gli stimoli critici siano assolutamente più utili dei molti complimenti che ci stanno giungendo. Credo infatti che il percorso culturale e di elaborazione di idee per lo sviluppo futuro di questa area che assieme abbiamo assieme iniziato 5 anni fa con la nascita della rivista nordesteuropa.it, sia un lavoro da svolgere per progressivi aggiustamenti che richiedono l’intelligenza critica che voi sapete ben esprimere.

    Devo anche dire che una parte delle osservazione che vengono espresse dal blog mi trovano perfettamente d’accordo, almeno nella parte che esprime la preoccupazione che il Festival possa prendere una deriva da “circo barnum”, ovvero una carrellata di protagonisti di forte impatto mediatico ma privi di contenuti utili alla elaborazione su questo territorio che vogliamo assieme svolgere. Ma posso rassicurare in questo senso che alcune scelte di relatori, che si sono rivelate forti per il loro impatto mediatico e di pubblico, non possono oscurare la gran parte di lavoro e di partecipazione a momenti di riflessione più sostanziali che abbiamo avuto nella manifestazione. Certo, direte, in termini di visibilità mediatica sono state le parti più forti. Posso essere d’accordo su questa osservazione, ma questi due-tre eventi che abbiamo messo in campo, sono quelli che hanno permesso di trascinare il pubblico, i media e gli sponsor. Senza questa parte non avremmo per es avuto la forza di portare personaggi come David Audretsch, Colin Campbell, Fareed Zakaria, Jacques Perrin, solo per parlare degli interventi più interessanti sul piano dei contenuti da parte degli ospiti stranieri. Non so se ricordate, ma lo scorso anno avevamo ospiti autorevolissimi, sconosciuti al sistema dei media, ed il Festival fece registrare presenze insignificanti. Quest’anno, al pienone per le star mediatiche, si è aggiunto il pienone a tutti gli eventi, perfino a quelli più specialistici.

    C’è una parte più sostanziale delle vostre critiche sulle quali mi ritrovo ancor più in sintonia. E cioè il rischio di estemporaneità di questo tipo di interventi. Su questo credo che dovremmo trovare qualche idea, anche in vista del percorso che passando per il Meeting delle nuove classi dirigenti a settembre, arriverà alla prossima edizione del Festival che evoca un tema la cui elaborazione risale agli articoli di Giancarlo Corò, Ezio Micelli e Pierluigi Sacco di qualche anno fa, ovvero fare della metropoli policentrica del Nordest la Capitale Europea della Cultura nel 2019.

    La cosa che mi viene in mente da proporvi è di affiancare al comitato scientifico del Festival una sorta di comitato di consulenza incaricato di produrre l’elaborazione scientifica della proposta che porteremo alla prossima edizione del Festival, sulla quale poi innestare al Festival un convegno di apertura che racconti il senso di quella proposta.

    Come sapete, il progetto culturale che va sotto il nome “Nordesteuropa.it” si basa molto sul coinvolgimento di tutti quelli che aspirano a portare un loro piccolo contributo di idee per lo sviluppo del Nordest, come laboratorio aperto, flessibile, non formalizzato, non strutturato, non finanziato in maniera predominante da nessuno proprio per poter mantenere quelle caratteristiche di luogo di incontro libero ed aperto quale esso è. Da parte mia in questi anni ho messo a disposizione le mie competenze “manageriali” per fare in modo che il progetto avesse gambe per camminare ed evitasse la fine ingloriosa di tante bellissime iniziative che, peccando di intellettualismo un po’ sterile, o di strumentalità per progetti di diverso tipo, si sono rivelate purtroppo incapaci di svolgere questo ruolo. E se siamo riusciti a costruire una realtà che ora comincia ad essere solida è perché una rete di ormai 200 soggetti porta ogni giorno il suo piccolo contributo, senza pretendere di dettare una linea o di avere una qualsiasi forma di supremazia di alcun tipo. E questo contributo è venuto, fin dalle fasi iniziali anche da molti di voi, dalla vostra intelligenza e dalle vostre idee. Spero che continuiate a farlo con lo stesso entusiasmo e che riusciamo a trovare anche gli strumenti adeguati per proseguire assieme questo percorso.

    Quando si costruiscono operazioni importanti, proprio perché si fa, si sbaglia. Come metodo di lavoro ho sempre scelto la formula per cui prima si fa, si vedono gli errori, e si correggono per la volta successiva. Credo sia un metodo efficace. Lavoriamo assieme per correggere eventuali errori e per svolgere meglio il compito che ci siamo assegnati.

    Filiberto Zovico

  8. Giovanni dicono:

    Più che altro non si capisce perchè come lacations del Festival non sono state scelte come città ospitanti i capoluoghi di provincia.

    Per quanto riguarda la Capitale europea dela cultura, può essere candidata anche una regione metropolitana -come è stato fatto in Germania con la regione della Ruhr:http://www2.kulturhauptstadt-europa.de/en/home.html – ma deve comunque farsi riferimento ad una città. In Germania è stata lanciata Essen, che però nota bene della Regione è la seconda città più importante, non la prima.

    Per il Nordest le possibili candidate potrebbero realisticamente essere Padova, Verona o Venezia. Verona guarda troppo a Ovest e poco a est, quindi rappresenta poco il Nordest e di conseguenza la escluderei; Venezia non ci guadagnerebbe troppo da questo evento essendo già sufficientemente conosciuta, e magari proprio per le sue caratteristiche rischierebbe di essere eleminata dalla gara (E’ bene andarsi a leggere quali sono i requisiti vincenti prima di candidare una città!!!); forse Padova, forte anche della sua storia, della sua Università, del nuovo Centro Culturale Altinate e del futuro Auditorium, ma anche dal fatto di non essere poi così conosciuta, potrebbe essere la candidata ideale. Un valore aggiunto lo da la sua posizione strategica, soprattutto dopo l’apertura del passante (si legga alla voce PaTreVe).

    Queste sono tutte rifelssioni da fare fuori dalla stampa e in modo pragmatico, se si inzia a litigare si rischia di darsi una zappa sui piedi

  9. Giancarlo dicono:

    A promuoversi come “capitale della cultura” sono già oggi molte città in Italia (vedi, da ultima, anche Macerata: http://www.mc.camcom.it/2.asp?t=s3&id=1151). Se vogliamo avere qualche chance per il Nord Est, sono anch’io dell’avviso che bisogna saper fare scelte precise. Evitando, perciò, di distribuire sul territorio iniziative che vanno bene per accontentare sindaci e giunte, ma che, alla fine, se non gravitano attorno ad un centro ordinatore, de-potenziano la proposta. Giovanni propone Padova. E’ una buona idea, soprattutto se si accompagna questa proposta con un progetto importante e unificante per tutto il Nord Est: quello dell’Università Politecnica Galileo Galilei, dove l’unione delle culture – tecnica e umanistica – dovrebbe costituire il nucleo portante del rinascimento europeo. Tuttavia, questo significa che nessun progetto serio e credibile può nascere da una stretta cerchia di persone, senza rapporti con le istituzioni scientifiche e culturali più importanti del territorio. Costruire questi rapporti non è facile. Ma se non si riesce a passare di lì, è inutile proporre candidature a destra e a manca. Rischiamo solo di farci ridere dietro.

  10. Ivano dicono:

    Dove dobbiamo andare? Come dobbiamo andare?

    Queste sono le proposizioni del “promo di AnnoZero”: possibile che non vi dicano proprio niente!?!?!?

    “Forum della ricerca e dell’innovazione”, “Festival delle Città impresa” sono manifestazioni organizzate da iper-esperti pieni zeppi di titoli accademici con ospiti di “eccellenza” e imprenditori super blasonati. lo spirito, la volontà di queste manifestazioni -sempre che io non mi sbagli- è quella di comunicare fondamentalmente quanto espresso nel “promo di AnnoZero”. Invece, per quanto ho potuto seguire di entrambe le manifestazioni, ne concludo che siete ancora qui a parlare e discutere “su quale sia il sesso degli angeli”, tanto per usare una metafora… Se il vostro esempio è stato il caro estinto “Paolo VI” che ai primi degli anni 70 andò in Africa a dispensare speranze alla popolazione che stava morendo di fame, senza portare nulla di cui avevano realmente bisogno quei poveri sciagurati, almeno qualche sacco di grano, vi consiglio di portarvi alle prossime manifestazioni un cardinale o, alla meno peggio, un vescovo a cui affidare la dispensa di qualche benedizione con la speranza che il “Padre”, da lassù, faccia qualche miracolo per i nostri poveri industriali che hanno solo la colpa -la maggior parte- di aver investito i loro precedenti profitti, ottenuti con tanti e tanti sacrifici, in qualche auto di lusso, nell’abbellirsi l’abitazione con la piscina e comperarsi qualche ettaro di terreno qua e la, con l’acquisto di residenze al mare o in montagna per non parlare di qualche piccolo risparmio depositato nei paradisi fiscali da usufruire nei momenti così detti difficili. Come pretendere che questi poveri disgraziati di industriali investano in “innovazione” mettendo in gioco, a repentaglio il duro lavoro accumulato con il sudore della fronte di generazione in generazione… Non sembra anche a voi che gli stiamo chiedendo troppo???

    In fin dei conti è tutta colpa della globalizzazione e che centriamo noi, diranno loro, gli industriali, senza sapere che è stato un passo necessario per dare continuità a quel sistema –capitalistico- che gli ha offerto a suo tempo le possibilità e le opportunità che hanno potuto avere… Il catalizzatore della globalizzazione è stato il mercato e quindi i “prodotti” potremmo considerarli come gli attori protagonisti della globalizzazione classificabili, dunque, come il paradigma della competitività industriale di una nazione, una Regione o una semplice comunità etc etc. Forse -dico forse perché di fronte a tanti esperti non vorrei dire delle eresie- l’innovazione di cui tanto parliamo dovrebbe fare riferimento a modelli e azioni che poi alla fine ci riportino a un prodotto fisico, di questi prodotti è fatto il commercio. Non certo a illusioni fatte di pezzi di carta inevitabilmente diventata straccia… Certo, una volta, intendo nel dopo guerra quando c’era bisogno di tutto, bastava avere una carriola abbinata a un po’ di buona volontà e, qualche tangentina qua e la, si poteva fare un’impresa di successo. Oggi, invece, è cambiato tutto, azzzz…: bisogna fare ricerca e sviluppo di innovazione industriale, essere competenti in amministrazione, in finanza, in marketing per fare un’impresa di successo con cui raggiungere i tanto auspicati benefici economici. Un sacco di questioni, di rotture di balle che necessitano del riscontro simultaneo di, in primis: una innovazione che riporti a un prodotti fisico su cui poter fare perno e costruire una piattaforma di discussione per individuare il resto delle competenze da inserire e, soprattutto, non meno importante, i capitali necessari per la sua implementazione industriale-commerciale; e qui casca l’asino: TROVARLI!!

    E’ vero che i nostri modelli industriali hanno tutte le carte in regola per essere vincenti nelle sfide imposte dalla “global market age”. Ma è altrettanto vero, come del resto sappiamo molto bene, che questo può avvenire solo ed esclusivamente se le PMI sapranno creare dei punti di aggregazione tra di loro. In questo caso, ahimè, non credo che le parole, le speranze, i predicati e le benedizioni anche se fatte dal Papa in persona possano sortire a dei risultati in qualche modo utili alla causa oggetto della discussione. Voi siete dei teorici e gli industriali invece fanno parte alla gente pratica, quindi, affinché le due cose trovino un punto di incontro e di conguaglio tra di loro dovete proporre degli argomenti che contemplino, da una parte la teoria purché che questa alla fine abbia un obiettivo concreto, di quel tipo di obiettivi comprensibili, palpabili in grado di innescare entusiasmo e un senso compiuto per eventuali collaborazioni sinergiche. In pratica, quindi, se non vi presentate da quella gente li con progetti industriali con almeno un indirizzo di attinenza con le loro competenze e specializzazioni e, a sua volta, conditi dai necessari capitali per la loro implementazione, siete destinati, voi e purtroppo anche loro, a vagare nel limbo riservato alle “anime in pena”. Le case non le ipotecano più; il mercato immobiliare è fermo quindi gli appartamenti al mare e in montagna non se li venderanno mai sottocosto; il gruzzolo depositato nei paradisi fiscali è probabile che lo tirino fuori, forse…

    Campa cavallo che l’erba cresce… mi sa che sto parlando con il vuoto, il nulla… tempo perso anche sta volta…

  11. marco dicono:

    I festival sono interessanti e divertenti. Lanciano molti stimoli e fanno riflettere. Non vorrei però che nel farli ci infilassimo nel tunnel nel quale da anni si è persa Venezia (e non solo) che ha una delle manifestazioni più importanti a livello internazionale sul fronte dell’arte contemporanea, la biennale, ed è allo stesso tempo una della città europee più marginali in termini di produzione culturale. Il che non è un male. Si può vivere benissimo ed in modo divertente organizzando eventi, conferenze, concerti e promuovendo contenuti culturali prodotti da altri. Nella divisione del lavoro a livello internazionale c’è spazio (e molto) per una specializzazione di questo tipo.
    Questo però presuppone la rinuncia ad ogni velleità di diventare capitale di qualche cosa. Essere capitale significa infatti proporre una propria originalità, un modo di vedere le cose, una propria cultura. Fare da megafono, seppur di classe, significa rinunciare a proporre una propria visione. In questo senso capitale europea della cultura suona un po’ contraddittorio.

    Se traggo una lezione dal caso veneziano è che organizzare eventi non basta per rilanciare un territorio ed una città, servono anche delle iniziative che riescano a trasformare il volano mediatico suscitato in iniziative e progettualità. Questa sì è la vera sfida.

    Marco

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