Lotta dura alle multinazionali

Con un emendamento al decreto legge sugli aiuti contro la crisi, la Lega Nord ha trascinato con sé la maggioranza di centro-destra in una votazione al Parlamento che esclude le “imprese che delocalizzano” dagli incentivi pubblici. La decisione sembrerebbe, a prima vista, ragionevole. Per quale motivo uno Stato dovrebbe finanziare imprese che hanno stabilimenti all’estero? Non si corre il rischio, in questo modo, di usare i soldi dei contribuenti di un paese per sostenere gli investimenti delle imprese in altri paesi?
Se per un comune cittadino può essere legittimo porsi queste domande, per un parlamentare molto meno. A quest’ultimo si chiede di usare, oltre al senso di responsabilità, anche il maggior numero di informazioni sulle materie sulle quali è chiamato ad esprimersi. Evitando, per quanto possibile, di rincorrere facili e superficiali suggestioni demagogiche. A quanti hanno proposto e approvato l’emendamento, verrebbe infatti da chiedere se sanno cos’è un’impresa multinazionale. Cosa vuol dire delocalizzare? Riguarda ogni impresa con filiali produttive all’estero? E quelle che, invece, intrattengono rapporti di fornitura internazionale sono esentate o no dal provvedimento restrittivo? E perché, già che ci siamo, non prendere dentro, a questo punto, tutte le attività di importazione?
Anche se, in realtà, questo provvedimento restrittivo risulta inapplicabile – nessuna impresa seria ne sarebbe esclusa! – rappresenta tuttavia l’ennesima conferma della pericolosa ondata protezionistica che sta attraversando l’Europa. Non solo. E’ la dimostrazione di quanta poca cultura economica ci sia nella destra italiana, una destra che ama inneggiare alla “libertà” nei comizi e negli slogan elettorali, per poi di fatto promuovere una politica illiberale quando si tratta di prendere, come in questo caso, decisioni importanti.
Attenzione, qui non si tratta di fare una difesa intellettualistica della teoria sui “vantaggi comparati” nel commercio internazionale, né di disquisire sui modelli di governance delle “catene globali del valore”. E’ invece sufficiente richiamare l’attenzione su un fatto elementare: le imprese che hanno un’organizzazione internazionale sono anche quelle più solide e competitive, perciò sono anche quelle meglio attrezzate per favorire la crescita di occupazione qualificata e lo sviluppo del territorio nel lungo periodo. Un’indagine svolta due anni fa dall’Università della California ha mostrato in modo inequivocabile che la delocalizzazione manifatturiera in Cina è stata una leva fondamentale del successo americano dell’Apple. Cosa dovremmo dire dei tre principali campioni industriali del Nord Est: Benetton, Geox, Luxottica? Bisognerebbe inoltre escludere gli elettrodomestici De Longhi e Zanussi dagli incentivi? E a chi riconoscere in Italia i sussidi per l’auto se la Fiat e i suoi fornitori hanno, com’è logico, relazioni di fornitura con produttori all’estero?
E’ nella difesa di queste imprese che, nei momenti di crisi, una politica seria dovrebbe concentrare i propri sforzi. Altrimenti, le imprese più solide e competitive non avranno altro da fare che prendere, sul serio, la strada della crescita all’estero.
Tuttavia, rimane da chiedersi per quale ragione persista una cultura economica così inadeguata nei confronti delle imprese internazionali. La risposta dovrebbero in parte darla le stesse imprese, che finora – anche nel Nord Est – hanno investito poco e male nella ricerca economica, soprattutto sugli effetti dell’internazionalizzazione. Oggi ne paghiamo tutti le conseguenze.

Giancarlo Corò

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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10 Responses to Lotta dura alle multinazionali

  1. Caos dicono:

    Se vado in Cina è più per vendere là che per ridurre i costi, e aziende sono piccole che non si mettono d’accordo ed esternalizzano sono alla merce del grande fornitore che ha un forte potere contrattuale.
    Prima bisogna fare bene le cose di base, che si sanno già, e poi facciamo le ricerche sulla frontiera. Secondo me a molte aziendine manca l’orientamento al mercato e non sanno neanche di averne bisogno o peggio sperano di prendere clienti con due o tre commerciali che offrono la luna nel pozzo quando hai dei processi interni inefficienti. Non basta certo la crisi a spingerle a cercare un po’ fuori dal conosciuto, perchè rimane l’idea che quando si parla di soldi è facile essere fregati q quindi è bene non fidarsi, specie se hai difficoltà a valutare e a prevedere cosa succederà.
    Le regole dell’economia non si applicano alla politica perchè l’elettore medio non le capisce e si guardano bene dall’insegnarle alle medie e alle superiori meglio la letteratura, e visto che siamo in italia specialmente molto antica così non interessa a nessuno.

  2. pjotre dicono:

    Quello che non si capisce è perchè la destra fa una politica che liberale proprio non è, mentre la sinistra fa cose di “destra”, o almeno c’ha provato con Bersani. La cosa si spiega solo se confrontiamo il facile consenso che il populismo può dare con l’impopolarità che deriverebbe da tante riforme di cui il ns paese avrebbe estremo bisogno (oltre che al superamento di una certa idea della dicotomia destra\sinistra.

  3. Scila Battistella dicono:

    Globalizzazione..il caro vecchio paravento dietro al quale tutti sono pronti a cercare riparo quando serve. “Non abbiamo alternative, e’ la concorrenza globale che ci impone di delocalizzare per essere competitivi…”.
    Ma in genere le rassicurazioni non tardano ad arrivare: competenze ed aspetti “core” del prodotto made-in-Italy non varcano i confini nazionali (altrimenti non si potrebbe piu’ chiamare made-in-Italy)….Parliamone! Perche’, gira e rigira, di certo c’e’ solo che alla classe dirigente italiana di imprenditoriale non resta piu’ molto, impegnata com’e’ a fare molta finanza e ben poca industria, completamente indifferente alle disastrose condizione in cui si trova il paese. Dirigenti che delocalizzano le produzioni giustificandosi dietro la concorrenza cinese e tengono conti milionari in paradisi fiscali oltre oceano od oltralpe, senza contribuire minimamente alla crescita economica (e tanto meno sociale e culturale) del Paese, salvo poi rivendicare il proprio diritto ad una rappresentanza politica che salvaguardi i loro privilegi.
    Domanda: ma perche’?? E perche’ invece quelli che l’economia italiana la mandano avanti non rientrano nemmeno quale anello piu’ debole della catena (gli acquirenti) in un mercato a cui tutti invece dovrebbero avere diritto ad accedere, ovvero quello immobiliare?

    PS: si vede che la maggioranza ha piu’ amici tra gli imprenditori edili che tra i CEO delle multinazionali… 😛

  4. andrea casadei ACK dicono:

    – non credo che il protezionismo sia oggi un problema di destra o sinistra, il problema è che la delocalizzazione ha travolto la percezione del prodotto assieme alla capacità produttiva nazionale ed in ultima analisi la capacità di mantenere forza lavoro nazionale.

    Apple ha delocalizzato ovunque e non solo in Cina, ma man mano che delocalizzava il “ferro” stava ben attenta ha forzare al massimo sul concetto nonn solo di design ma dell’intera percezione dell’opera Apple. ho in mano 5 scatole di prodotti apple da un mac book ai cavi video per l’iphone: su tutte compare la scritta “design by apple in california” e su due il più sottile, ma assai più potente, ” concept by apple – cupertino”…

    inoltre ha sempre avuto una spasmodica attenzione nella protezione dei propri segreti industriali, come esempio valga il guscio dei nuovi mac book, la cui tecnologia “brick” è meglio protetta dei missili pershing…

  5. stefano dicono:

    @andrea
    non credo che il tuo ragionamento sia così distante da quello che propone giancarlo. apple ha sicuramente delocalizzato la produzione industriale, ma ha saputo costruire un discorso molto “californiano” che fa da contrappeso al processo di outsourcing messo in atto in questi anni. gli ingredienti di questo discorso sono chiari: il design, la qualità, la facilità d’uso sono elementi che vengono sviluppati in cupertino. tutti ne siano consapevoli.

    molte delle nostre aziende italiane non hanno saputo costruire un discorso analogo, o non lo hanno fatto con analoga convinzione. col risultato di trovarsi oggi in una terra di mezzo estramemente disagevole dal punto di vista politico e istituzionale. anche il ragionamento sulla competitività proposto da giancarlo va a farsi friggere quando anche i primi ministri (Sarkozy docet) iniziano a parlare di capitalismo immorale. A quel punto perché non rapire e minacciare qualche dirigente reo di essere il custode degli interessi di un capitalismo malato?

  6. Giancarlo dicono:

    Di solito, quando compriamo un farmaco non sorgono molti dubbi su dove sia il “valore” del prodotto. Non è certo nella confezione esterna o nell’involucro interno (liquido o solido) che contiene materialmente il principio attivo. Ciò che paghiamo, in realtà, è la ricerca medica, la sperimentazione clinica, la comunicazione scientifica. Alla fine, ciò che da valore utile al farmaco è, dunque, il contenuto di conoscenza. Perciò, quando pensiamo all’industria farmaceutica non ci dovrebbe preoccupare molto “dove” le attività di trasformazione materiale (le operations) vengono svolte. E’ importante, invece, “dove” sono sviluppate le funzioni essenzialmente immateriali. Perché è lì che si crea valore, occupazione qualificata, capacità di controllo sul processo produttivo. Non tutte le industrie sono come quella farmaceutica. Ma molte stanno andando nella stessa direzione. Penalizzare la delocalizzazione manifatturiera vuol dire, dunque, andare contro questo processo, significa ostacolare le imprese che si stanno muovendo verso lo sviluppo di funzioni immateriali e che cercano di presidiare le attività a maggiore contenuto di conoscenza. Anche quando pensiamo al “Made in Italy”, perché dovremmo vedere solo il valore delle trasformazioni manifatturiere, e non quello della attività di ricerca, creazione, design, prototipazione, marketing, comunicazione, logistica, distribuzione, ecc.? Quale residuo mentale deve ingabbiare così tanto il nostro senso comune – a cui è molto sensibile certa politica – per non dare alle attività immateriali il ruolo che loro spetta nello sviluppo economico?

  7. anonimo dicono:

    questo problema è assurdo…ho appena letto degli articli sulla mc’donalds e mi sono venutii brividi..come si può sfruttare così tante persone,animali,territori, per il benessere di noi??. ma come si fa….

  8. anonimo dicono:

    io mi chiedo come possono tutte queste multinazionali comandare così?? queste multinazionali impoveriscono ancora di più i paesi poveri e rovinano anche noi…la colpa è anche nostra….dipende anche da noi, se non preferivamo ingozzarci di porcherie,non avere il massimo benessere, fallirebbero tutte queste multinazionali…invece preferiamo guardare in tv i bambini che stanno muorendo di fame e noi che ci stiamo ammalado di tumori e malattie varie…. è assurdo. ah comunque ho scoperto tutte queste solo facendo una ricerca per la mia tesina di terza media,che la dedicherò a queste multinazionali che sfruttano chiunque, e magari impedirò a qualche mio compagno di classe di comprare un hamburger, la coca-cola, le scarpe nike…perchè amche senza queste cose staremo bene. se non meglio. mi auguro che qualcosa migliori nel tempo.

  9. Giancarlo dicono:

    Ho anch’io un figlio che frequenta la terza media e so che, quando cena fuori con gli amici, sceglie o McDonald’s oppure un kebab. Quale dei due sia più salutare, francamente, non lo so. Ho qualche dubbio anche sulla diversa crudeltà degli allevamenti e della macellazione. Sono tuttavia certo che i controlli igienici nelle catene McDonald’s siano maggiori, proprio perché c’è un marchio da difendere. E anche dal punto di vista sindacale mi viene da pensare che McDonald’s offra qualche tutela in più (ad esempio, nei kebab non lavorano mai le donne!). Gli stessi aspetti etici della produzione non possono essere sottovalutati dalle multinazionali, perché li espone al giudizio dei consumatori moralmente esigenti, che sono presenti soprattutto nelle società ricche e affluenti dell’occidente capitalistico. L’etica del consumo è un bene di lusso, che solo pochi possono permettersi.

  10. Caos dicono:

    E poi ha prezzi bassissimi che aiutano proprio i poveri e utilizza carne di vacche molto vecchie che altrimenti avrebbe poco mercato, una sorta di riciclaggio. Poi si rovina la salute ma non è la sola e c’è a chi non interessa.

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