Ladri di biciclette

Il mio professore di Letteratura Italiana diceva che il successo de I promessi sposi era dovuto al fatto di raccontare in fondo una storia in cui “un operaio diventa piccolo imprenditore”. Nelle nostre radici cinematografiche abbiamo invece Ladri di biciclette, di cui si parla in questi giorni perchè il New York Times l’avrebbe consigliato come “film anti-crisi” (ma se vi andate a vedere il video del critico A.O. Scott, capirete che il link crisi=De Sica è più un’invenzione dei media italiani). Che racconta di un uomo che trova un lavoro, ma per farlo deve avere una bicicletta. La sua gli viene rubata e passa un giorno intero a cercarla, in una Roma povera e stracciona che nulla ha a che fare con le immagini da cartolina che qualche anno dopo ci restituirà Hollywood (in fondo Ladri di biciclette è del 1948, Vacanze Romane con Gregory Peck che scorazza la Hepburn in Vespa è del 1953…).
Nel finale, il protagonista si trova tentato – e se anche lui, spinto dalla necessità, finisse per rubare una bicicletta? – da cui il plurale “Ladri” nel titolo, anche se forse quello internazionale, che usa il singolare, è anche più forte, perchè alla fine ti chiedi: chi è il “ladro”, quello che non vediamo ed è il motore della vicenda, o il protagonista stesso, di cui assistiamo alla lenta discesa sociale, da possibile lavoratore a possibile ‘ladro di biciclette’?
Ma cerchiamo comunque di incastrare il messaggio di sessant’anni fa che ci arriva da De Sica all’interno dello scenario attuale. In fondo il film ci suggerisce, alla perdita del proprio posto di lavoro, di non perdere anche la dignità. E’ vero che da una parte la società colpisce (la bicicletta che viene rubata), dall’altro però bilancia (ferma il possibile ladro), e quindi non può essere l’unico colpevole. E chissà, forse agli americani del 2009 piacierebbe il fantomatico finale posticcio appiccicato al film per la distribuzione in Unione Sovietica – dallo sventato furto si passava ad una coda di operai che entrava felice negli stabilimenti di Togliattigrad, con una voce fuori campo che spiegava che poi il lavoro sarebbe comunque arrivato (e senza bisogno del capitalistico mezzo di trasporto, come da famosa barzelletta).  Io invece penso all’attuale campagna pubblicitaria della Toyota, che in America offre di fermare le rate dell’auto in caso di licenziamento “perchè per trovare lavoro hai bisogno di una macchina”. Oppure alle parole del nostro Premier, che invita i disoccupati della crisi a “rimboccarsi le maniche”, non suggerendo certo di mettersi a rubare biciclette, ma ricollegandosi direttamente alle nostre radici più antiche, la mitologia di Renzo Tramaglino, saltando a piè pari quel barlume di dignità umana, si spera oggi data per scontata, offertoci da De Sica nel 1948 e che ancora affascina gli intellettuali newyorkesi.

Massimo Benvegnù

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2 Responses to Ladri di biciclette

  1. Lorenzo Cinotti dicono:

    Caro Massimo, sarò un inguaribile ottimista, ma mi riconosco nell’ italica capacità di non arrendersi mai, di trovare sempre nuove soluzioni ai problemi. Non sto parlando di arte d’arrangiarsi né di azioni disoneste, perché mi riconosco nell’Italia della dignità, ma propendo più per l’approccio proattivo che per il lamento. Come piccolo imprenditore della comunicazione incontro, come tutti, caterve di problemi in questo periodo di crisi, ma punto su creatività, amore per il proprio mestiere e serietà quali valori per superare questo fase.

  2. Massimo dicono:

    Claudio Carabba, sul Corriere Magazine, invece fa ovviamente la scelta opposta e per il film anti-crisi punta su La vita è meravigliosa, di Frank Capra, 1946…

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