Come far quadrare i conti della lirica

Se c’è un campo in cui le “piccole crepe” del finanziamento pubblico alla cultura di cui parla Baricco su Repubblica, sono ormai evidenti da tempo, questo è certamente quello della lirica. Le sorti del teatro lirico sono l’emblema di un fallimento su cui oggi siamo chiamati a riflettere in fretta, come ci esorta a fare l’articolo, ma tenendo ben presente una storia fatta di passi falsi e rimedi inefficaci che dura da anni.

La crisi delle fondazioni liriche ha radici lontane e si aggrava con i tagli del fus che il Governo ha previsto nella finanziaria approvata prima di Natale. Viene da lontano perché la trasformazione degli enti in fondazioni, decisa una dozzina d’anni fa dall’allora ministro Veltroni assai poco ha inciso sullo scenario complessivo del teatro musicale. Veltroni, proprio come un mago, con l’invenzione delle fondazioni credette di aver trasformato il mondo, anche se queste riprodussero identico lo scenario esistente con l’aggiunta di un patrimonio assegnato loro, privo di qualsiasi reale redditività e in questo senso puramente nominale.

In realtà, i privati furono soprattutto soggetti pubblici o parapubblici, come le fondazioni d’origine bancaria e altri enti locali. Nella gestione tutto restò eguale a prima e di conseguenza l’onere economico a carico dello Stato fu di nuovo pressoché lo stesso, soltanto si incrementò più lentamente, finché negli ultimi anni i governi di Prodi prima e di Berlusconi poi, nel tentativo di far rientrare il deficit pubblico nei parametri di Maastricht, continuarono a tagliare il FUS di qualche punto di percentuale.

Il consistente contributo pubblico e privato al deficit strutturale del teatro lirico ha contribuito, per riproporre il punto segnato da Baricco, ad “allargare il privilegio della crescita culturale”, rendendo accessibili i luoghi e i riti della cultura alla maggior parte della comunità? Forse. Ma i conti non tornano più. Questo è certo.

Ora è giunto il momento di una svolta più radicale che trovi il modo di far continuare la vita del teatro musicale italiano, che è parte decisiva e consistente della nostra identità culturale e del nostro patrimonio artistico, nello scenario definitivamente postmoderno della società industriale, sottraendolo, quindi, al dirigismo e al controllo dello Stato e reinserendolo gradualmente nell’economia di mercato.

La riforma non potrà che nascere per analogia con altri settori della cultura che hanno maggiore dimestichezza con le regole della domanda e dell’offerta (editoria in primis). Per segnare una svolta è decisivo partire da una netta distinzione tra la produzione e la distribuzione, riducendo drasticamente i soggetti impegnati nell’una e allargando ben al di là dei luoghi esistenti la seconda.

Cesare De Michelis

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16 Responses to Come far quadrare i conti della lirica

  1. Giancarlo dicono:

    Alla fine del suo post Cesare solleva una questione fondamentale per la sostenibilità economica della produzione culturale: come migliorare gli strumenti per la sua distribuzione. Cesare, riprendendo anche l’articolo di Baricco su La Repubblica, si rivolge in particolare alla lirica. In realtà, questo tema è da tempo in discussione per altri settori musicali – in particolare nella musica leggera, popolare e rock – dove la ri-produzione digitale ha mutato radicalmente le forme di fruizione, ridimensionando drasticamente i tradizionali mercati discografici. Le grandi major musicali hanno subito vissuto come una minaccia la perdita del controllo sulla distribuzione discografica che, in passato, era la forma principale di introiti economici. Eppure, nonostante l’impossibilità di tutelare i diritti d’autore, la produzione musicale non è mai stata così fiorente. Il motivo è semplice: le nuove forme di distribuzione hanno come principale effetto quello far conoscere una canzone e rendere più popolare il suo interprete, alzando così l’interesse – anche economico – di chi ascolta per ogni cosa riguardi quella musica: pagare il biglietto per il concerto, guardare la tv in occasione di una apparizione del cantante, comprare un prodotto o un gadget associato alla canzone, ecc. Mi chiedo: perché anche la lirica non può tentare questa strada in cui la ri-produzione (digitale) cresce rispetto alla produzione? Non è questo un modo attraverso il quale favorire quei processi di apprendimento sociale che sono il presupposto del valore culturale?
    Giancarlo

  2. Stefano dicono:

    La stampa riporta oggi (1 marzo 09) il contenzioso appena aperto fra Dolce e Gabbana e La Fenice sull’uso del marchio del teatro utilizzato nella loro ultima collezione. D&G avrebbe ottenuto chiesto e ottenuto la possibilità di utilizzare alcuni cimeli della Callas senza però chiedere l’autorizzazione del marchio del teatro. Le foto qui.

    Siamo, come era prevedibile, agli avvocati. Si intuisce che per l’uso del logo si avvierà una trattativa. Fin qui nulla di speciale. E’ giusto che chi usa un marchio riconosca il valore della proprietà intellettuale. Se poi questi soldini servono a mantenere in vita istituzioni prestigiose che combattono oggi con budget limitati, tanto meglio.

    Rimane tuttavia un certo fastidio a sentire il piglio con cui questi teatri rivendicano i diritti sul loro passato. E’ lo stesso fastidio che provo quando sono costretto a pagare l’ennesima licenza per la versione aggiornata di word 200X o powerpoint 20XX. Mi chiedo: sto riconoscendo il valore di un investimento in innovazione o affido un obolo al gabelliere di turno? Chi innova qui è D&G, non la Fenice.

    Credo sarebbe più interessante che i nostri teatri chiedessero qualche forma di collaborazione con i nuovi alfieri del made in Italy invece che ricorrere subito ai servizi di avvocati prestigiosi.

  3. marco dicono:

    Anche Apple è feroce nella gestione del proprio brand (e logo). Non mi sembra poi così strano che una discussione sui diritti possa accadere tra un’azienda ed una istituzione. Mi colpisce molto di più il fatto che “La Scala” , la prima scelta di D&G, non abbia aderito all’accordo per incapacità decisionale più che per scelta (positiva o negativa che fosse). Il caso D&G insegna che forse la lirica ha un potenziale ancora tutto da esprimere ma che per metterlo a frutto è necessario un cambio di mentalità.

    Marco

  4. Riccardo Dalla Torre dicono:

    La lirica è un comparto che difficilmente può registrare significativi incrementi di produttività; d’altro canto i suoi costi di produzione tendono comunque ad aumentare, in particolare a causa della crescita delle retribuzioni. Di conseguenza, è necessario agire dal lato della distribuzione, se si vuole garantirne la sopravvivenza. In questa prospettiva, il riferimento di Baricco alla necessità di finanziare la televisione come mezzo per raggiungere una più ampia fascia di popolazione, potrebbe venire interpretato anche come un’occasione per lavorare sui canali di distribuzione della lirica. Ma è chiaro che le nuove tecnologie hanno delle potenzialità ben più ampie.

    Riccardo Dalla Torre

  5. andrea casadei ACK dicono:

    la domanda è un’altra: per abitante quanti teatri stabili e fondazioni liriche ci sono negli altri paesi?

    e che capacità di pubblico pagante soddisfano?

    partirei da qui, perchè se da un lato è certo che lo stato deve contribuire è altrettanto certo che dobbiamo capire a quanto sia dovuto che contribuisca e forse è il caso di guardare agli esempi d’oltralpe…

  6. E aggiungo, a quanto scritto da Andrea, che gli enormi contributi statali con cui i grandi Enti lirici e non solo (pensiamo anche alla Biennale) risanano le proprie economie grazie alla copertura delle perdite hanno non solo ingessato in parte la capacità produttiva (proprio in Italia, paese natale del melodramma che per primo concepì nel XIX secolo la lirica come vera e propria industria, con tanto di SIAE alle spalle) ma hanno contribuito al disinteressamento degli enti stessi verso la distribuzione: attività che richiede un grande investimento di idee e innovazione.
    E qua sta il male cronico del settore (paradigmatico per tutta la cultura di casa nostra): l’incapacità diffusa a fare impresa, laddove hai sempre contato sull’assistenzialismo statale.
    In tal senso ha fatto forse più danni il fondo nazionale per lo spettacolo che non la cassa per il mezzogiorno.
    E qui quoterei Stefano (“i nostri teatri chiedessero qualche forma di collaborazione con i nuovi alfieri del made in Italy”) se non fosse che a mio giudizio la stragrande maggioranza dei sovrintendenti non capirebbe nemmeno di cosa tu stia parlando.

  7. andrea casadei ACK dicono:

    aggiungo una cosa tra le righe: 3 anni fa avevo proposto ad Apple di portare sull’ Itunes music store le riproduzioni musicali ufficiali degli enti lirici italiani…
    con i podcast delle opere e delle interviste agli artisti e registi, gli ipod personalizzati ( sul tipo di quello degli U2 per intenderci)…

    l’idea era piaciuta molto, bisognava però creare una etichetta indipendente che raccogliesse gli enti lirici…

    son partito subito da quelli triveneti, e non godendo di finanziamenti pubblici per questa idea, gli ho dedicato il tempo necessario secondo il principio dell’Orda Mongola: attacca diretto e se non cedono in fretta passa ad altro…

    … dal bollettino di guerra xxxx del xx/xx/20xx : “la roccaforte della musica lirica ha retto l’attacco della innovazione tecnologica, siamo lieti di affermare che sull’ “itunes music store” di apple ci sono tutte le major e decine di improbabili etichette indipendenti minori che vendono musica classica e lirica riconducibile alle orchestr e cori delle fondazioni liriche italiane che hanno retto al miraggio del denaro facile e soprattutto digitale ”

    😀

  8. giorgio brunetti dicono:

    Il problema di fondo dei teatri lirici sono i costi fissi determinati dalle masse tecniche e artistiche. Soluzioni radicali sono facili da trovare. Tuttavia va detto che se, da un lato, si verrebbe a privare il paese di una pietra miliare della nostra cultura artistica, dall’altro, si avrebbe il sorgere di un problema sociale che non va trascurato. Nelle fondazioni liriche lavorano migliaia di persone.
    Un’idea potrebbe essere quella della rete, sviluppando le coproduzioni e le sinergie. Tuttavia per incidere sui costi fissi occorrono interventi radicali di tipo straordinario. Innanzitutto, un provvedimento legislativo volto a ad introdurre il prepensionmanto per sfoltire il personale dei teatri. In secondo luogo, necessita stabilire una pianta organica che sappia conciliare il mantenimento del livello artistico con la flessibilità gestionale. Non è indipensabile avere un coro di ottanta persone e orchestre di 120 elementi quanto Wagner e Mahler non si eseguono in ogni stagione teatrale.
    In conclusione, strutture flessibili che, se del caso, ricorrrono ad integrazioni con altri artisti o con altro peronale e logica delle coproduzioni potrebbero essere le vie per un serio contenimento dei costi.

  9. Silvia dicono:

    Una vasta letteratura nell’ambito dell’economia della cultura ha appurato quanto sia difficile per le organizzazioni operanti nelle performing arts generare dei rendimenti crescenti. Gli elevati costi fissi relativi all’allestimento di ogni spettacolo e l’impossibilità di beneficiare di economie di rete e di scala si sono da sempre tradotti nell’irrinunciabilità del ricorso al finanziamento pubblico, rendendo il settore affetto da morbo di Baumol. Come guarire da questa malattia degenerativa?
    La soluzione si intravede tra le righe dei partecipanti a questo blog, a partire dall’osservazione di Baricco sul problema dell’emergenza di una domanda di musica classica e opera, fino alla chiosa di Brunetti sull’auspicabile ripensamento strutturale dell’offerta.
    Spesso gli unici operatori capaci di sopravvivere nel settore degli spettacoli dal vivo sono i grandi teatri e fondazioni, che ricevono annualmente degli ingenti finanziamenti sia a livello regionale, che nazionale, che europeo. Difficile per i piccoli teatri e le compagnie di dimensioni ridotte riuscire a sostenere i costi di una performance. Tale aspetto incide pesantemente nella intensità creativa ed innovativa del settore. Le organizzazioni permanenti di più grande dimensione sono fortemente legate alle loro tradizioni e ai cartelloni classici, lasciando poco spazio alla sperimentazione e ai giovani talenti emergenti. Se guardiamo al comparto operistico, un esempio eclatante è la programmazione della Fondazione Arena di Verona. Aida rimane il “cavallo di battaglia” della programmazione estiva dell’Arena, che ripropone senza soluzione di continuità gli stessi spettacoli (anche se talvolta cambiano gli allestimenti), dalla elevata capacità attrattiva nei confronti dei turisti, spesso stranieri. D’altro canto, le organizzazioni più piccole, che spesso si lanciano in rappresentazioni musicali più moderne (si veda, fra tutte, “From Hell to Heaven” – http://www.fromhelltoheaven.com/home.htm), risentono della mancanza del supporto pubblico.
    Da diversi studi che ho condotto personalmente in merito agli spettacoli di musica dal vivo del Veneto, dove il repertorio classico e operistico è dominante, si delineano alcune possibili “cure” al morbo (per un approfondimento si veda, tra gli altri: Sedita&Paiola, 2009, Il management della creatività, Roma, Carocci). Da un’analisi reticolare basata su dati ENPALS emerge che l’offerta di musica dal vivo vede coesistere reti organizzative di tipo gerarchico/fordista con reti di tipo ecologico/post-fordista. Le prime caratterizzano eventi organizzati dagli hub di più grande dimensione, la seconda è tipica delle organizzazioni più piccole, che non sono in grado di stabilire contratti a lungo termine con i loro dipendenti, che vengono perciò “arruolati” in modo discontinuo e normalmente per un breve periodo di tempo.
    Le grandi imprese del settore (i grandi teatri d’opera) si trovano quindi di fronte ad un bivio: continuare a legare in maniera esclusiva i propri lavoratori e comportarsi da grandi cattedrali nel deserto, oppure cominciare a ragionare in un’ottica di stampo ecologico che spingerebbe verso la condivisione di risorse e l’uso consapevole delle reti latenti? Utilizzare per gli spettacoli artisti che hanno già lavorato insieme in precedenza, infatti, riduce il tempo dedicato alle prove e i costi in generale. Sembrerebbe opportuno votare per la seconda strada, capace non solo di aumentare le performance, ma anche di garantire una maggiore flessibilità produttiva e varietà dell’output.
    La flessibilità che sta alla base della rete ecologica garantisce una maggiore propensione verso il cambiamento e la sperimentazione, cosa che diviene più difficile nell’ambito di strutture più tradizionali e di impostazione gerarchica.
    Il progressivo taglio dei finanziamenti pubblici agli spettacoli dal vivo impone una riflessione sulle possibili traiettorie future di sviluppo e crescita del settore. Anche i grandi teatri ora mostrano segni di sofferenza e dovrebbero ripensare le loro strategie, verso un utilizzo sempre maggiore delle reti latenti e quindi verso una collaborazione volontaria e fruttuosa con altre organizzazioni operanti nel territorio. Solo la presa di coscienza che qualcosa deve cambiare ed uno sforzo analitico di autovalutazione da parte delle organizzazioni dedicate allo spettacolo dal vivo può assicurare la sopravvivenza in un futuro che offre sempre meno garanzie e sempre più incertezze.

  10. Vladi dicono:

    Vi seguo con interesse, gli ultimi interventi sono ricchissimi, ma mi sento come se mi mancasse qualche passaggio.
    Io sono un uomo incolto, guardo X Factor e l’unica opera che conosco e’ Tommy degli Who, e mi chiedo: quali sono i numeri del teatro lirico in Italia?
    Mi par di capire che secondo Baricco con la Tv o la scuola si potrebbe aumentare la domanda. Nel post si sostiene che e’ necessario trovare nuovi modelli di distribuzione per far continuare la vita di questo pezzo fondamentale della nostra cultura. Ci sto, ma attualmente quanto vale questa cosa? Mi date delle cifre, due dati o mi dite dove trovarli (se esistono)?
    Grazie

  11. andrea casadei ACK dicono:

    attenzione ad un’altra cosa : agli “uomini dei titoli di coda”.

    vado a spiegarmi: un ente lirico è composto da orchestrali e coro che il pubblico vede, più una serie di comparse che di opera in opera fanno “numero” in scena (semplifico ovviamente)…

    poi però ci sono centinaia di operatori di back office, i cosiddetti uomini ( e donne) dei titoli di coda, macchinisti, attrezzisti, direttori di palcoscenico, sarti, scenografi, ecc…

    forse l’esternalizzazione e la competizione del mercato potrebbe partire proprio da qui…

    racconterò qui una storiella esemplificativa: nel 1989 il concerto dei Pink Floyd in piazza san marco raccolse un numero incredibile di “addetti ai lavori” di belle speranze tutti tra i 20 ed i 30 anni. alcuni già affermati nel settore, altri giovanissimi sconosciuti.

    tra loro una decina proseguì nel mondo dell’entertainement. da quell’elenco, senza far nomi, troviamo 2 direttori di palco di san remo, un direttore artistico di un’olimpiade ( questa è facile da indovinare…), il presidente dell’associazione nazionale “direttori di produzione”, alcuni dei manager più quotati nel settore del ticketing nazionale, due grandi local promoter regionali, uno dei maggiori consulenti ENPALS d’Italia un produttore cinematografico e così via…

    insomma un gruppo di “giovani leoni” che la diaspora del fallimento della veneziana FranTomasi Organization fece crescere un poco ovunque…
    tra costoro, sicuramente tra i più bravi, un paio entrarono nello staff di un teatro stabile ed un allora ente lirico…
    lo “statalismo” con gli anni ne ha spento ambizioni e crescita professionale e quando, nei luoghi più improbabili dello spettacolo italiano, ci si ritrova a raccontarsi di quella incredibile avventura che fu produrre i Pink Floyd a San Marco, nella inevitabile serie di ricordi, come sempre tra reduci ci si interroga su che fine abbiano fatto tizio piuttosto che caio ed i loro successi sono un poco di tutti noi… ebbene, dei 2 “statalizzati” si è persa la memoria…

    😉

  12. marco dicono:

    In rete stanno nascendo degli esperimenti interessanti per produrre e distribuire in modo innovativo la musica classica. quello forse più interessante è questo http://www.youtube.com/Symphony

    se la musica classica incontra youtube forse c’è la possibilità di far crescere un consumatore più attento a questo genere e contemporaneamente ridurre, in parte, i costi di riproduzione e distribuzione.

    Marco

  13. Silvia dicono:

    Rispondendo alla richiesta di Vladi suggerisco di consultare il sito della SIAE (http://www.siae.it/) dove esiste un osservatorio sullo spettacolo che riporta i dati relativi alla numerosità degli eventi e all’ammontare dei biglietti venduti annuali.
    Di seguito alcuni dati.
    Nell’arco del 2007 il comparto lirico ha realizzato 3.036 spettacoli, riportando una spesa complessiva del pubblico di 101 milioni di euro e un volume d’affari di 106 milioni di euro. Il costo medio d’ingresso nella lirica è di 43,78 euro: il più alto in assoluto tra tutti quelli della sezione “teatro”.
    In particolare si evidenzia che nell’arco dell’anno si realizza uno spettacolo lirico ogni 27 spettacoli di prosa, sottolineando le difficoltà che si
    incontrano nella gestione del settore della lirica che, comunque, anche se con un numero esiguo di
    spettacoli, incontra rilevanti successi di pubblico, sia in termini assoluti, sia in percentuale.

  14. stefano dicono:

    Baricco ha risposto ai tanti che hanno commentato il suo articolo nei giorni scorsi. Lascio il link all’articolo per chi non avesse letto Repubblica di oggi:

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/03/04/il-cambio-di-scena-che-serve-alla.html

  15. Pingback: Articolo di Baricco « Marketing LASC

  16. enrico bonazza dicono:

    Il problema del finanziamento pubblico alla cultura e dei relativi tagli al settore teatro e lirica si è accentuato molto in questi ultimi tempi di crisi. Un idea per uscir da questa situazione cirtica potrebbe esser che gli spettacoli non facciano solamente poche repliche ma vadano in tour in altri teatri per anni in modo da ammortizzare lespese di allestimento. Oggi un opera costa circa un milione di euro e fa 6 repliche (un pò pochino direi), se prendiamo ad esempio la Germania dove teatri girano anche 10 anni… il risparmio è notevole..
    Vogliamo continuiar ad esser il paese degli sprechi(?) e con una crisi di livello mondiale sulle spalle?

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