E se fossimo davvero solo pizza e mandolino?

Venezia per Shanghai 2010
Si resta esterrefatti dopo aver visto la proposta della città di Venezia per l’Expo di Shanghai 2010, presentata venerdì scorso alla stampa. Sembra di essere di fronte ad una versione imbruttita del Venetian, la catena di alberghi costruiti copiando l’immagine di Venezia. Ed invece è il padiglione con il quale la città si presenta al mondo. Gli amministratori veneziani, ormai palesemente a corto di idee, non hanno trovato di meglio che copiare lo stereotipo: riproducendo l’immagine della Venezia turistica, più disneyland di disneyland con tanto di gondola in plastica (pardon, in vetro di murano), bricoe ed una copia di Palazzo Ducale. In confronto la proposta Giavazzi di affidare la gestione della città a manager Disney suona quasi riduttiva. Qui siamo oltre: è una città che si dichiara apertamente parco a tema, amministratori in testa.

Si potrebbe archiviare la faccenda come un questione locale, un incidente di percorso. Temo che non lo sia. Per due ragioni principali. La prima: Venezia non è una città qualsiasi: è forse la città italiana con maggiore visibilità all’estero soprattutto nei confronti del mondo cinese. Non sarà quindi possibile smarcarsi. All’Expo Venezia sarà sinonimo di Italia. La seconda: il modo in cui una società ed un paese si comunicano all’estero è indice di come quella società e paese si rappresentano. Solo l’idea di poter realizzare un padiglione di questa natura è indicativo di come una parte di questo paese si pensa: stanco, incapace di trovare un rapporto con la modernità e buono in sostanza solo per una spaghettata in compagnia. Se a Shanghai ci si presenta come Veniceland è dura poi da Italiani poter reclamare una nostra originalità nel modello di sviluppo economico e sociale. E’ ancora più dura poter vantare una propria capacità di innovazione basata sulla produzione di valore immateriale (significati) attraverso la combinazione tra pratiche artigianali e innovazione tecnologica, design e comunicazione. Per non parlare delle infrastrutture. Suonano poco credibili a livello internazionale infatti il passante, il Mose, (nel futuro) l’alta velocità, se distorte da un’immagine fortemente appiattita sul turismo.

Mi domando, infatti, con crescente angoscia che cosa potranno pensare i visitatori del prossimo Expo dopo aver visto il padiglione veneziano. Che l’Italia è tutta un parco a tema? Che gli Italiani sono dei figuranti vestiti in costume storico? Alla faccia dell’economia della creatività, qui ci vogliono tutti venditori di gondole di plastica (con tutto il rispetto per chi le vende). Onestamente non crediamo di essere un paese solo pizza e mandolino. Non siamo i soli.Evidentemente però qualcuno (non proprio una quota irrilevante) lo pensa e non perde occasione per metterlo in pratica. Questo è sicuramente un problema.

Marco

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17 Responses to E se fossimo davvero solo pizza e mandolino?

  1. Lorenzo Cinotti dicono:

    In effetti ci si chiede se i realizzatori della proposta abbiano ricevuto un brief o meno; ovverosia se vi sia una strategia da parte della città di Venezia che miri a concorrere con le proprie copie o non vi sia alcuna idea del tutto, per cui anything goes.
    Una scelta mirata al turismo avrebbe potuto puntare sull’heritage, che non è certo rappresentato dal kitsch che si vede nell’immagine o sullo storytelling della città attraverso le nuove tecnologie, ed anche questo non traspare: si ha l’impressione di guardare una gondola-souvenir di plastica.
    La scelta nuoce ovviamente al Nordest, ma nuoce anche ad alcune cose buone fatte a Venezia: alcune trasformazioni urbane, gli incubatori (al momento gestiti in modo poco felice dall’amministrazione), il rilancio dell’Arsenale e quanto di positivo sta facendo la regione nell’area della città metropolitana (intesa ovviamente come PaTreVe).

  2. marco dicono:

    @lorenzo che ci sia o meno una strategia consapevole dietro a questa proposta poco importa. Una Venezia comunicata come un parco a tema non serve a nessuno: non serve a Venezia (che di turismo ne ha troppo), non serve al Nordest (che cerca un’interfaccia credibile per comunicarsi a livello internazionale) e non serve all’Italia (che non è solo belpaese).Va bene che l’italia è un paese di santi, poeti e navigatori … ma non vorrei diventasse a termine anche un paese di camerieri.

    Marco

  3. Lorenzo Cinotti dicono:

    Certo Marco, ma mi interessa capire se dietro questa azione c’è una scelta satanica o una non-scelta, del tipo ‘fatemi uno stand che proponga venezia’.
    Non so quale delle due ipotesi sia più terrificante.

  4. Roberta Milano dicono:

    Non concordo affatto, come voi, con la scelta di stile (che poi è anche di contenuti). Purtroppo il turismo italiano ci sta abituando, nonostante la crisi e nonostante i pesantissimi ritardi, a scelte che definire miopi è un eufemismo.
    Vi lascio il link ad una recente ricerca (JWT) commissionata dalla regione Campania che mette in luce tutti i limiti del turismo italiano infrastrutturale e strategico. Le attese del turista, VISIT ATTORE, sono assolutamente diverse: si parla di qualità dell’esperienza, di nuove modalità fruitive attive e consapevoli. L’attenzione si sposta dal luogo all’esperienza del luogo, basata sull’interazione.
    http://www.claudiovelardi.it/wp-content/uploads/2009/01/regione-campania-indagine-di-mercato-sul-turismo-in-campania-autunno-2008.pdf

  5. Stefano dicono:

    Credo che il modo in cui una città o una regione si presentano ad un evento così importante sia in parte un esercizio di marketing, in parte un esercizio di costruzione di identità.

    Non conosco a sufficienza la cultura cinese per poter dire se uno stand come questo può attirare davvero qualcuno a Venezia e in Italia (a prima vista direi che si tratta più di un mega spot per Macao e Las Vegas). Di certo so che questo stand è stato al centro di una discussione su cosa è Venezia oggi. E vedere questo palazzo ducale, questa gondola appiccicati a mo’ di cartolina spezza il cuore.

    Lo stato italiano spende 10 mld di euro (sottolineo 10 miliardi) per la costruzione del Mose e per la salvaguardia della laguna. Un investimento colossale per costruire un nuovo equilibrio fra la città (non solo la Venezia storica, ma tutta la città che si affaccia sulla gronda lagunare) e il suo ambiente. Un progetto che in quarant’anni, dall’alluvione del 66 a oggi, si è profondamente evoluto da progetto idraulico (bloccare la marea in caso di punte eccezionali) a progetto eco-ambientale. Possibile che con 10 mld a budget non abbiamo uno straccio di immaginario da portare in Cina? E’ possibile che questo enorme sforzo culturale venga sostituito da un spot turistico di qualità discutibile?

    Altra possibilità. Il Veneto ha fatto del legame fra cultura e innovazione una bandiera. Il governatore della regione propone l’etichetta del “terzo veneto” come bandiera politica. E’ possibile che non si faccia nessuno sforzo per legare il rilancio economico di una regione a una città che, almeno dal punto di vista amministrativo, è la sua capitale?

    Su questi argomenti abbiamo discusso in un numero sovrannaturale di convegni e incontri. In anni recenti, questi temi sono passati dallo status di provocazione intellettuale a quello di percepito quotidiano. Se queste occasioni internazionali non sono vissute come momenti per fissare la discontinuità rispetto a come una comunità si rappresenta, sono occasioni perdute.

    Quando poi il pasticcio è così patente, c’è da chiedersi se in realtà non esista un virus che aggredisce menti anche brillanti impedendo loro di credere all’innovazione e di farsene carico.

    Il virus, oggi, è un problema politico. Separa materialmente chi crede a un paese che innova da chi non ci crede.

  6. MA QUALE VENEZIA SI PRESENTA A SHANGAI 2010?

    Posto qui di seguito il testo di un mio intervento pubblicato oggi sul Gazzettino di Venezia” e che mi vede perfettamente in linea con Marco.

    “Rimango esterrefatto nell’apprendere l’immagine che il Comune di Venezia ha deciso di dare allo stand con cui rappresenterà la nostra città all’Expo di Shangai 2010. Non mi riferisco all’allestimento in sé, del quale potrei solamente dare una mia opinione personale da un punto di vista meramente estetico, ma al concept che il committente – appunto il Comune – deve aver fornito all’allestitore di turno. Verrebbe quasi da gridare alla schizofrenia, pensando al fatto che chi intende presentare ai milioni di visitatori dell’Expo un’immagine di Venezia molto più vicina ai suoi surrogati di Macao o Las Vegas (tanto vituperati a suo tempo dal nostro Sindaco) è lo stesso soggetto che da anni parla delle grandi potenzialità di un territorio in grado di coniugare sapientemente, nel suo essere arcipelago integrato tra laguna e terraferma, tradizione e innovazione, cultura e infrastrutture, artigianato di pregio e produzione industriale del valore aggiunto d’eccellenza.
    Di tutto ciò cosa viene visivamente esportato, a livello di immagine, a Shangai? Nulla, nessun supporto iconografico che rimandi ai sistemi turistici sovracomunali che potrebbero finalmente favorire un turismo sostenibile perché più equamente distribuito sul territorio, alla produzione manifatturiera da anni fiore all’occhiello dell’industria del Nord-Est, oppure all’enorme sviluppo che hanno avuto negli ultimi anni settori quali la ricerca (vedi il Vega di Marghera) o le
    infrastrutture. Senza poi parlare del Mose, potenziale risorsa mondiale per una città che, superate le dicotomie “Mose si – Mose no”, potrebbe proporsi quale centro permanente di studi sulle maree a livello mondiale.
    Viene anche da chiedersi quale tipologia di interlocutore si intenda intercettare in Cina: potenziali partner e investitori in ambito industriale e culturale oppure operatori turistici da
    affascinare con le classiche e abusate immagini della Venezia più romantica? Perché è a questi ultimi che sembrano indirizzati masegni, bricole, gondole e canali, ridotti a mere componenti scenografiche per quella Venezia che oramai anche i nostri attuali amministratori iniziano evidentemente a concepire quale novella Disneyland in cui i residenti, soprattutto se pensanti o critici, possono rappresentare oltretutto una noiosa complicazione. Sono anche perplesso dall’assordante silenzio che arriva da tutta la terraferma, celebrata per mesi come vero e proprio fulcro di qualsivoglia sviluppo urbanistico e sociale, ma qui ridotto quasi a “retrobottega di Piazza San Marco”, la cui porta venga tenuta accuratamente chiusa per evitare che a qualche cinese venga in mente di andarsene a vedere le Ville del Brenta, piuttosto che l’area industriale su cui ideare un nuovo, innovativo water-front. Ritengo che ci si debba opporre con forza a tale immagine.
    Io personalmente lo faccio come Presidente del Consorzio Europeo Rievocazioni Storiche che,
    operando professionalmente nella tutela della memoria storica e nella diffusione delle identità culturali locali, da sempre rifugge ogni forma di stereotipo volto a mortificare una realtà dall’alto valore storico architettonico a mero uso e consumo delle macchine fotografiche dei turisti.
    Ma lo faccio anche come associato ai 40xVenezia, movimento generazionale che raccoglie molti professionisti di quel settore terziario che, proprio a causa della vetusta mentalità di chi ancora concepisce Venezia come mera cartolina, da anni soffrono l’emarginazione da una società che piega
    i propri principi a logiche di investimento monotematiche, ovviamente a favore della sola ricettività turistica.
    Il concept politico del Padiglione che andrà a Shangai , la cui responsabilità ritengo ricada esclusivamente sul Comune di Venezia, celebra una Venezia a cui nessuno crede più, che frustra ogni minimo tentativo di conciliare modernità e tradizione, visione municipale e metropolitana.
    Non è questa l’immagine della città in cui il sottoscritto – come Veneziano e imprenditore – crede e in cui sono certo si rispecchia la maggioranza della popolazione del territorio comunale. Venezia può e deve essere altro. Può essere, seguendo una tradizione secolare, grande tecnologia idraulica. Può
    essere terreno di sperimentazione della sostenibilità applicata al territorio. Può essere grandi opere in ambiti ricchi di storia e di valore ambientale. Può essere le molte cose che la politica evidentemente non sa o non riesce più nemmeno a raccontare.
    Ma che la città e i suoi abitanti vogliono essere da qui in avanti.”

    Massimo Andreoli

  7. Emanuele dicono:

    Su questo argomento 40xVenezia sta preparando con attenzione, cercando a stento di evitare fughe in avanti dei singoli giustamente indignati, una posizione molto dura che per la prima volta cerchi di mettere gli artefici di uno scempio simile davanti a delle responsabilità dirette.
    L’arroganza espressa da questa operazione, la miope ignoranza, sono la dimostrazione palese di una totale mancanza di un fantasma di idea di città nelle menti stesse di chi la governa.

    Questa è una città che va avanti neanche alla giornata , alla mezz’ora, con un Sindaco “padrone”, di indubbie capacità intellettuali, ma coinvolto in piani della politica così distanti ormai dal territorio da non essere capace di esprimere una leadership in un governo che ormai è in mano al management della casa d’azzardo locale, unico portafoglio per operazioni di marketing nel migliore dei casi di dubbio gusto, nell’insieme semplicemente sbagliate.

    Qui è eveidente che c’è un cortocircuito ed è necessario intervenire con durezza.
    C’è un sistema che pensa di poter gestire l’immagine di una città patrimonio dei suoi cittadini, del suo territorio e del mondo intero come un formaggino o una lavastoviglie applicando tecniche di mass marketing degli anni ’50. Ma soprattutto pensa di poterlo fare sopra la testa degli azionisti di maggioranza i cittadini, la storia del marchio di venezia, il ponte di calatrava e adesso questo dimostrano come questi governanti siano fondamentalmente in malafede non volòendosi mai rimettere al giudzio diretto dei cittadini nelle scelte di immagine della città.

    C’è poi un territorio che guarda Venezia con crescente disprezzo e fastidio, e giustamente direi io, sentono di non poter fare a meno di questo luogo per trovare una collocazione nell’immaginario collettivo mondiale ma sanno anche che è un covo di vipere provincialotte, con una visione del mondo moderno a scartamento ridotto e da qui il disprezzo e il fastidio.
    Non è un caso che nascano movimenti come Padova capitale del Veneto, il territorio è stufo di una città che rappresenta ormai l’icona stantia solo di se stessa.

    la scelta di andare con uno stand che non parla del territorio allargato, che non fa sentire la presenza di venezia dalle bocche di porto al garda è semplicemente sbagliata, ignorante e dannosa.

    Va fermata.

  8. andrea ACK dicono:

    scusate ma non sono assolutamente d’accordo con i critici all’operazione shangai…

    in fin dei conti c’è un filo diretto ed importante che lega venezia al suo immaginario collettivo esponenziale ed immaginifico

    c’è un filone trasversale che parte, sin dal marco polo che torna nel cuore della notte dopo 20 anni e bussando alla porta alla domanda seccata : ” chi è? ” risponde secco : “i paroni !!!”

    c’è una filosofia totalizzante che fa dire al gondoliere di enrico V ” semo a venessia sior, no ghe nasse gnente ma ghe xe tutto”

    c’è ancora il filo di ferro con cui si doveva strozzare toscani quando fece su mandato del massimo cacciari di allora un numero di colors che dissacrava la nostra amata e bella città, patria diletta del nostro leon….

    e quindi il nostro unico dio, il satrapo supremo, riconoscendosi in quei miti della modernità che sono card walker e sheldon adelson che della città immortale e sull’acqua hanno fatto dei simulacri eterni seppur di cartapesta, ha giustamente deciso di dar modo ai 50 milioni di cinesi che visiteranno lo stand di shangai di poter andare ad una immaginifica venezia da cartolina non nelle isole galapagos della laguna di downtown venice, distretto veneto, italia ma a quella assai più vicina, meno costosa e più attrezzata di MACAO…

    quindi io plaudo al meglio per questa operazione di demarketing raffinatissimo che ci libera per le prossime generazioni dal rischio che 1 miliardo di cinesi voglia visitarci sulle orme di quel falso mito di marco polo, che, per inciso, sappiamo benissimo non essere mai esistito…

    con affetto

  9. marco dicono:

    @andrea peccato che sia de-marketing inconsapevole. altrimenti sì sarebbe stato un colpo di genio 😉

  10. Vittorio dicono:

    Ciao,
    stiamo parlando di un qualcosa che trova origine da un atto del Comune di Venezia, ovvero la Delibera della Giunta Comunale 23 del 30 gennaio 2009.

    Personalmente lo ritengo un atto innovativo, anche sotto il profilo della complessita procedurale. Da esso ne discende un percorso programmatico che mette in rete importanti realtà (adesione al Protocollo).

    Certo, il concept non rappresenta la Venezia contemporanea del 2010 e non sembra trovare coerenza con quanto di tematico deliberato negli indirizzi dell’Amministrazione Comununale. Ma occorre presentare una Proposta.

    Dalla Delibera emerge chiaro che si tratta di un progressivo lavoro che – tra l’altro – indirizza la Struttura dirigenziale comunale. Hanno previsto che è modificabile in itinere con successivi atti.

    E’ su questa possibilità di modifica che si può far leva, ma serve capacità di Proposta che può avvenire nelle forme previste, ovvero con richiesta protocollata formale di incontro al Presidente del Comitato (ovvero il Sindaco).

    p.s. materiali YouTube su Shanghai 2010 (http://www.youtube.com/watch?v=IKC2awFm-f4) e
    Milano 2015 (http://www.youtube.com/watch?v=zBdzPi9UOzs)

  11. Lorenzo Cinotti dicono:

    Ricordo a tutti una cosa, semplice e banale, ma che proprio per questo rischia di sfuggire: il direttore di K-Events parla di trattori anziché Lamborghini, ed apparentemente potrebbe apparire un ragionamento sensato. Ma non lo è e vi spiego perché.
    Lo stand non dovrebbe rappresentare solo il passato e le tradizioni, per di più orrendamente declinate in salsa kitsch, quali ideali supporti per enormi pubblicità.
    Dovrebbe invece suggerire un percorso che dal passato, dalle brillanti e creative tradizioni veneziane porti ad un altrettanto brillante e innovativo futuro.
    Il futuro lo disegnano le menti brillanti: gli architetti, i designers, gli artisti, i creativi e tutti quelli che come noi non si appiattiscono su una linea che a me ricorda il fatto che un giorno dovrò morire.
    Questo è l’unico senso ed è per questo che la linea programmatica del comune sullo stand a Shanghai va fermata.
    Importa poco quanto ci dice Fincato a parole sui quotidiani. Importa invece il fatto che il linguaggio visivo dello stand afferma che le trasformazioni sono bugie, fumo negli occhi alle persone di qualità, a chi vuole cambiare e rinnovare in futuro le tradizioni veneziano del passato.Lo stand dice visivamente che la città è morta e che ne verranno svendute le vestigia, consumandola definitivamente. Non scordiamoci che molto di quanto oggi consideriamo tradizione in passato è stato innovazione anche radicale. E cito Maurizio Nannucci con la sua installazione ‘All art has been contemporary’ all’Altes Museum di Berlino.
    Il piano mortifero del comune va fermato per poter continuare ad essere innovativi anche oggi, riallacciandoci alle innovazioni del passato e segnando una discontinuità col triste presente che, in assenza di modifiche, può portare solo a peggioramenti.
    Questa è la prima, vera partita politica, né di destra né di sinistra, che i 40xVenezia non possono permettersi di perdere.

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  13. Giuseppe dicono:

    Essere veramente ridotti a pizza e mandolino non sarebbe poi tanto male, considerato che ormai la pizza è il cibo più consumato al mondo, e il mandolino, strumento meraviglioso capace di emettere dei suoni incomparabili e amato in moltissimi Paesi ma sepolto da stupidi preconcetti proprio dove è nato.
    Per il resto, la retorica si spreca…. per fortuna si vede che i veneziani , al contrario di tutti gli altri italiani, politici compresi, hanno capito che dai cinesi non cavi nulla, e tutto ciò che porteresti in fiera verrebbe immediatamente copiato, alta tecnologia e grande design compresi:
    I veneziani quindi hanno sfruttato sapientemente quelle poche possibilità che permetteranno di far spendere i cinesi: gioco e Venezia, entrambe attireranno una quantità enorme di visitatori cinesi.
    Ovviamente siamo cascati nel kitch, ma poco importa.

  14. marco dicono:

    Hai ragione Giuseppe … come operazione di depistaggio e controinformazione il padiglione Venezia a Shanghai non è niente male 😉
    Peccato solo che l’operazione sia un risultato inconsapevole.

    Marco

  15. Giuseppe dicono:

    Forse molti non conoscono l’enormità dell’operazione veneziana a Shanghai in termini di futuri introiti.
    Siccome “pecunia non olet” e questo i veneziani lo sanno bene,valeva la pena perdere la faccia allestendo uno stand di dubbio gusto, ma efficacissimo per ciò a cui deve servire dato che la popolazione cinese supera il miliardo e trecentomila,quindi rappresenta una fonte di turismo inesauribile e continua(estete ed inverno).
    Senza parlare del casinò preso perennemente d’assalto dai turisti cinesi, se poi aggiungiamo che l’economia della Cina è l’unica in costante aumento…..vuol dire turisti di livello superiore a quello attuale.

  16. andrea ACK dicono:

    ecco abbiam fallito pure anche nel demarketing…

    ed in città intanto tutti a strillare sull’invasione cinese…

    insomma di cosa stiamo mai a lamentarci? siamo colonizzati dalla prima nazione del pianeta, portatrice di una cultura millenaria, per di più unica società ad aver coniugato al meglio gli ideali comunisti con quelli capitalisti…

    sembriamo gli indigeni di Bora Bora a lamentarsi perchè gli inglesi erano sbarcati sulle loro spiagge…

    :)

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