Talenti metropolitani

Venerdì mattina ho partecipato al convegno “Talenti metropolitani”. Argomento spinoso nel Nord Est, dove i talenti effettivamente proliferano, ma hanno molto poco di metropolitano. Giovanni Costa ha cominciato il suo intervento con un raccontino illuminante: alcuni anni fa ha convinto un affermato manager milanese (prototipo di talento metropolitano) a trasferirsi a Padova portando con sé moglie e figli. In pochi mesi il manager milanese ha subito una serie impressionante di rovesci su tutti i fronti: dopo un mese la moglie è caduta in grave depressione (Padova le deve essere apparsa impermeabile e noiosissima) e dopo quattro mesi i soci dell’impresa in cui il nostro manager aveva cominciato a lavorare hanno pensato bene di arrabbiarsi fra loro e scaricare seduta stante il manager appena assunto. Una débacle. Le città del Nordest saranno pure belle e pulite, questa la morale del raccontino, ma questo non basta a renderle davvero attraenti per chi non ci ha fatto le scuole medie e il liceo.
Non è una novità, anzi. Chi ha studiato i tratti specifici della Terza Italia, è rimasto affascinato dal rapporto fra sviluppo e comunità locali. Gli eroi del capitalismo della “Terza Italia” non sono stati talenti metropolitani (attirati nel Belpaese da particolari forme di tolleranza sociale o di eccellenza tecnologica, nella lettura di Florida), ma imprenditori di matrice artigianale che hanno scommesso sul futuro sostenuti da comunità coese, spesso guardinghe.
Perché cambiare passo? Perché diventare altro da ciò che si è? Me l’ha domandato un collega inglese pochi giorni fa, sinceramente inorrdito all’idea che anche noi italiani puntassimo ad organizzare il nostro spazio in chiave metropolitana. Al collega inglese ho risposto quello che ho detto al convegno: ho detto che il ciclo economico che ha fatto grande la terza Italia è concluso. Prima di tutto per motivi demografici: i “nuovi italiani” non sono più nati e cresciuti nel nostro paese. Hanno altre radici. Poi per ragioni economiche: non possiamo più permetterci di confezionare abiti, né di cucire scarpe (a meno che non siano di altissima qualità) perché altrove la concorrenza di prezzo è insuperabile. La nuova Terza Italia vuole accreditarsi nel terziario, nella comunicazione, nell’innovazione tecnologica, tutte attività che proliferano nelle metropoli e che stentano nella cosiddetta “provincia”.
Al convegno tutti erano d’accordo sul fatto che il Veneto non può più permettersi di far sprofondare nella depressione le mogli di manager brillanti. Meno chiaro come procedere in futuro. Di certo non sarà facile mettere d’accordo la storia di questi anni con le ambizioni per un futuro diverso.

Stefano

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10 Responses to Talenti metropolitani

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