La Biennale impari dalla Pixar

Non posso che applaudire la scelta di Marco Mueller e del Cda della Biennale che han deciso di assegnare alla Pixar il prossimo Leone d’oro alla carriera. La casa di produzione fondata da John Lasseter è stata, negli ultimi anni, una delle poche realtà in grado di creare capolavori d’arte cinematografica che sapevano anche essere mainstream. Ben vengano i riconoscimenti ufficiali per chi ha saputo regalarci Toy Story, Monsters & Co, Cars e Wall-E.
Mi sembra chiaro che Marco Mueller vorrebbe che la Biennale avesse le stesse capacità della Pixar di parlare alla massa e al colto; non a caso le sue scelte curatoriali partono sì – come dal personaggio che si è cucito addosso negli anni – dall’oscuro film asiatico, ma poi cercano sempre di bilanciare in qualche modo una certa cinefilia estrema scendendo a compromessi con i gusti popolari (la rassegna sul cinema di Serie B italiano, il Leone alla carriera a Tim Burton, l’apparizione di molte star americane sulle passerelle e nei palmares di fine mostra…), come già riuscì ad un altro illustre predecessore di Mueller sullo scranno lidense, Gillo Pontecorvo.
Però, gli apprezzabili sforzi Muelleriani di “popolarizzare” la Biennale cozzano contro quasi un secolo di tradizione che vede questa istituzione arroccata sulle sue posizioni d’élite, e ancora ben poco propensa ad abbandonarle. Stando alle cronache minute dei cinephiles da spiaggia e degli ‘addetti ai lavori’ che ahimè frequento quotidianamente, la Mostra del Cinema è diventata il festival più caro d’Europa, anche più della sciccosa Cannes. Ma non è solo questione di soldi – per carità, tanto sappiamo che c’è la crisi e quest’anno il Lido sarà ancora più deserto dell’anno scorso, Pixar o non Pixar. Il problema sta nell’atteggiamento generale della Fondazione veneziana, che è ancora “oggetto misterioso” per i più, e si muove per logiche arcane, l’opposto di quello di cui abbiamo bisogno ora, in quest’era di trasparenza e di presidenti USA col Blackberry. Ricordo un caro amico che, raggiunto un incarico di dirigenza presso l’allora Società di Cultura, preparò un business plan con i toni limpidi e fiduciosi di una start-up, che venne prontamente messo da parte dalle tante cassandre che aleggiavano ancora dai tempi bui dell’Ideologia.
La Biennale darà il Leone alla Pixar, ma speriamo che la Pixar in cambio le impartisca qualche lezione su come riuscire a creare un brand così meravigliosamente nobrow, a suo agio nei mondi dorati dei festival ma anche in vendita a prezzo modico in ogni centro commerciale. Se non imparerà la lezione, finirà come quella signora centenaria che ogni anno si rifà il trucco e organizza un gran ballo, dove invita sì, come da tradizione, il maggior numero possibile di aitanti giovanotti a ballare con lei, ma che con ogni anno che passa risulta sempre più lugubre e patetica.

Massimo

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7 Responses to La Biennale impari dalla Pixar

  1. Stefano dicono:

    nobrow? chiedo lumi
    s.

  2. … dall’ottimo libro di John Seabrook “Nobrow – the culture of marketing, the marketing of culture”. nobrow è la perfetta sintesi tra la cultura “alta” (in inglese highbrow) e quella bassa (lowbrow). Il sogno di ogni responsabile marketing, perchè così non taglia fuori nessuna possibile fascia di mercato, e parla, indiscriminatamente, a tutti. Proprio come i film Pixar.

  3. Stefano dicono:

    il libro di seabrook me lo leggo subito.

    quanto alla biennale parlerei di un mix pericoloso fra
    proposta culturale molto high brow e provviste di tramezzini porchetta-maionese al piazzale del casinò molto low brow.

    mi pare di capire che il nobrow non sia necessariamente la media ponderata dei due fattori.. 😉

  4. non so…

    pixar venne fondata da due dei più grandi innovatori della fine dello scorso millennio george lucas e steve jobs…

    forse sta qui il vero segreto del suo successo più che nel mix dell’utenza…

    poi per il fatto che i due siano riusciti ad andare d’accordo per qualche anno bisognerebbe dar loro un noble per la pace piuttosto che un leone d’oro

  5. Caos dicono:

    Wall-E fa riflettere… forse più di un documentario che non può raccontare il futuro. Anche se non mi è chiaro dove prendesse le risorse l’astronave.

  6. @andrea
    Lucas e Jobs non lavorarono molto assieme. Il vero miracolo fu portare avanti la relazione tra Jobs e Michael Eisner…

  7. marco dicono:

    Vi segnalo l’articolo che Ed Catmull (ad di pixar) ha scritto di suo pugno sulla bibbia del management: havard business review. http://hbr.harvardbusiness.org/2008/09/how-pixar-fosters-collective-creativity/ar/1

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