Il senso di essere artigiani nel nuovo millennio

L’uomo artigiano è l’ultimo libro di Richard Sennett, sociologo inglese autore di numerosi saggi influenti. Il libro, che è parte di una più ampia riflessione (è già in programma una trilogia) sulla cultura materiale, si concentra sul tema del lavoro. Sennett si scaglia contro l’idea del lavoro disummanizzato tipico del mondo della produzione di massa e ripropone l’artigiano come nuovo paradigma del lavoro contemporaneo. Perchè ripescare proprio una figura professionale che pensavamo essere rimasta impigliata nelle pieghe della storia? Perchè l’artigiano ha secondo Sennett quella capacità molto particolare di dare senso al proprio lavoro, di curare i minimi dettagli, in sostanza di amare profondamente la propria attività, al di là di ogni riconoscimento sociale ed economico, semplicemente guidato dal piacere di farlo. Sennett recupera grandi figure del passato da Benvenuto Cellini (maestro orafo rinascimentale) a Stradivari (liutaio) quali testimoni di un fare che non è solo esecuzione materiale ma è riflessione e ricerca dell’eccellenza. Fare è quindi pensare. Lo stesso concetto può essere applicato ai lavori più recenti; secondo Sennett, la programmazione software nelle sue espressioni migliori è una forma raffinata di artigianato. Per quanto sia un linguaggio codificato, per costruire un software efficace è necessario seguire quel processo del fare e rifare (fino al raggiungimento di un risultato soddisfacente) che è tipico dell’artigiano. Se si perde il legame con il fare il rischio che corre il lavoratore contemporaneo è quello di partorire dei mostri. Sennett infatti se la prende con gli architetti che usano i programmi CAD e smettono di costruire i plastici perdendo di vista gli impatti che le loro idee hanno sulla vita delle persone. Ma come si può essere artigiani oggi? Sennett non offre molte indicazioni se non quelle del duro lavoro, dell’apprendistato, di quelle famose 10.000 ore di pratica necessarie per trasformare un umile esecutore in un maestro. Come dichiarato dallo stesso Sennett alla BBC radio anche le metodologie più innovative, come il metodo Suzuki per suonare il violino, sono alla lunga inefficaci perchè insegnano solo la tecnica e non quella passione e quell’amore che sono necessari per la musica.
Vista dall’Italia e da un punto di vista economico, il libro di Sennett suscita un po’ di perplessità. E’ vero che siamo un paese ricco di competenze artigianali dalla produzione degli abiti, alle ceramiche, all’alimentare, al mobile, ecc., dove il paradigma della produzione di massa non ha mai attecchito in misura sostanziale. Siamo la terra dei distretti industriali, sicuramente non delle grandi multinazionali e nemmeno della finanza globalizzata. Tuttavia, le esperienze più avanzate all’interno proprio dei distretti industriali ci segnalano che non è per l’abbondanza di queste tradizionali che siamo competitivi oggi sui mercati internazionali. Ma per una capacità tutta particolare di coniugare queste competenze artigianali con la tecnologia, la ricerca scientifica e la comunicazione. Un mix molto particolare di materiale (fare) e immateriale (scienza, comunicazione). La sensibilità ed il tocco del modellista che scolpisce lo scarpone da sci su un blocco di plastilina possono essere valorizzati solo perchè è possibile trasformare il suo lavoro in un disegno digitale attraverso uno scanner 3D e poi migliorarlo rendendolo sufficientemente robusto e resistente, attraverso calcoli matematici, da poter essere utilizzato dallo sciatore. La produzione artigianale di vino di alta qualità (e in piccoli numeri) per essere apprezzata dal consumatore finale deve essere raccontata adeguatamente come fa giampaolo paglia di poggio argentiera sul suo blog. Insomma, più che il ritorno alla tradizioni tout court è oggi una nuova idea di innovazione lo spazio più interessate per valorizzare la dimensione artigianale. Mi sembra infatti difficile poter avvicinare in modo diverso le nuove generazioni, cresciute a MTV e ad IPOD, alla qualità del saper fare.

Marco

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