Il senso di essere artigiani nel nuovo millennio

L’uomo artigiano è l’ultimo libro di Richard Sennett, sociologo inglese autore di numerosi saggi influenti. Il libro, che è parte di una più ampia riflessione (è già in programma una trilogia) sulla cultura materiale, si concentra sul tema del lavoro. Sennett si scaglia contro l’idea del lavoro disummanizzato tipico del mondo della produzione di massa e ripropone l’artigiano come nuovo paradigma del lavoro contemporaneo. Perchè ripescare proprio una figura professionale che pensavamo essere rimasta impigliata nelle pieghe della storia? Perchè l’artigiano ha secondo Sennett quella capacità molto particolare di dare senso al proprio lavoro, di curare i minimi dettagli, in sostanza di amare profondamente la propria attività, al di là di ogni riconoscimento sociale ed economico, semplicemente guidato dal piacere di farlo. Sennett recupera grandi figure del passato da Benvenuto Cellini (maestro orafo rinascimentale) a Stradivari (liutaio) quali testimoni di un fare che non è solo esecuzione materiale ma è riflessione e ricerca dell’eccellenza. Fare è quindi pensare. Lo stesso concetto può essere applicato ai lavori più recenti; secondo Sennett, la programmazione software nelle sue espressioni migliori è una forma raffinata di artigianato. Per quanto sia un linguaggio codificato, per costruire un software efficace è necessario seguire quel processo del fare e rifare (fino al raggiungimento di un risultato soddisfacente) che è tipico dell’artigiano. Se si perde il legame con il fare il rischio che corre il lavoratore contemporaneo è quello di partorire dei mostri. Sennett infatti se la prende con gli architetti che usano i programmi CAD e smettono di costruire i plastici perdendo di vista gli impatti che le loro idee hanno sulla vita delle persone. Ma come si può essere artigiani oggi? Sennett non offre molte indicazioni se non quelle del duro lavoro, dell’apprendistato, di quelle famose 10.000 ore di pratica necessarie per trasformare un umile esecutore in un maestro. Come dichiarato dallo stesso Sennett alla BBC radio anche le metodologie più innovative, come il metodo Suzuki per suonare il violino, sono alla lunga inefficaci perchè insegnano solo la tecnica e non quella passione e quell’amore che sono necessari per la musica.
Vista dall’Italia e da un punto di vista economico, il libro di Sennett suscita un po’ di perplessità. E’ vero che siamo un paese ricco di competenze artigianali dalla produzione degli abiti, alle ceramiche, all’alimentare, al mobile, ecc., dove il paradigma della produzione di massa non ha mai attecchito in misura sostanziale. Siamo la terra dei distretti industriali, sicuramente non delle grandi multinazionali e nemmeno della finanza globalizzata. Tuttavia, le esperienze più avanzate all’interno proprio dei distretti industriali ci segnalano che non è per l’abbondanza di queste tradizionali che siamo competitivi oggi sui mercati internazionali. Ma per una capacità tutta particolare di coniugare queste competenze artigianali con la tecnologia, la ricerca scientifica e la comunicazione. Un mix molto particolare di materiale (fare) e immateriale (scienza, comunicazione). La sensibilità ed il tocco del modellista che scolpisce lo scarpone da sci su un blocco di plastilina possono essere valorizzati solo perchè è possibile trasformare il suo lavoro in un disegno digitale attraverso uno scanner 3D e poi migliorarlo rendendolo sufficientemente robusto e resistente, attraverso calcoli matematici, da poter essere utilizzato dallo sciatore. La produzione artigianale di vino di alta qualità (e in piccoli numeri) per essere apprezzata dal consumatore finale deve essere raccontata adeguatamente come fa giampaolo paglia di poggio argentiera sul suo blog. Insomma, più che il ritorno alla tradizioni tout court è oggi una nuova idea di innovazione lo spazio più interessate per valorizzare la dimensione artigianale. Mi sembra infatti difficile poter avvicinare in modo diverso le nuove generazioni, cresciute a MTV e ad IPOD, alla qualità del saper fare.

Marco

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21 Responses to Il senso di essere artigiani nel nuovo millennio

  1. Giancarlo dicono:

    Sono d’accordo con Marco: la nostalgica iconografia dell’artigiano che emerge dal discorso di Sennett ci fa fare poca strada. Il problema è che il senso del tradizionale lavoro artigiano – l’unicità del prodotto creato – è anche il suo limite. Infatti, di fronte alla straordinaria crescita di produttività dell’industria, il “prezzo relativo” degli equivalenti prodotti artigianali è aumentato a dismisura, riducendone perciò lo spazio di mercato. Questo, però, non significa che lo spazio del lavoro artigiano sia completamente esaurito. Anzi. Ma tale spazio non deve affatto essere contrapposto all’industria, bensì inserito nel processo di trasformazione e replicazione tipico della modernità industriale. Per capire questo passaggio è sufficiente fare una visita alla Geox, dove il lavoro artigiano costituisce una componente fondamentale, assieme a tecnologia e design, nello sviluppo del prodotto. Tuttavia, per aziende come Geox il prodotto artigiano altro non è che il prototipo da replicare, almeno mille volte, nelle filiali e nelle reti di fornitura distribuite in tutto il mondo. La creatività artigiana, in altri termini, funziona dal punto di vista economico solo se si integra ai potenziali dell’innovazione tecnologica e della replicazione industriale. Altrimenti diventa solo folclore. Buono per illudere qualche turista, o per ispirare sociologi come Sennett.

  2. stefano dicono:

    domanda: perché la sinistra italiana ama tanto l’artigiano di sennett e odia così tenacemente gli artigiani del nordest?

  3. @stefano
    risposta: perchè quell’artigiano lì glieno hanno saputo raccontare bene. Il nostro, no.

    Discutevo l’altra sera con due pubblicitari americani, Obamiani di ferro, dell’ultimo disperato attacco dei repubblicani ad Obama: “non è un politico, è una celebrity”! Come se questo, l’essere una pop star della politica, potesse essere un fattore negativo per l’elettorato… “E’ come se i Repubblicani non solo avessero saltato il post-post-modernismo, ma non avessero neache capito il post-modernismo” mi dice uno di loro, che è nato a due mesi di distanza da Obama, è mixed race come lui, e negli anni Novanta, dopo una serie di spot per la Nike, gli era stato chiesto se fosse stato interessato a fare un po’ di spin doctoring per un certo politico di colore dell’Illinois (adesso un po’ si mangia le mani… ah, dov’era Gladwell all’epoca a dirgli “se sei nato negli anni Sessanta e sei nero, potrai lavorare per un presidente degli Stati Uniti nero”? 😉 ) Al che io porto la discussione dove più mi interessa: si fa un gran parlare della Hollywood liberal, ma i Repubblicani, ovvero i Conservatori, si sanno raccontare?

    “No!” mi dicono all’unisono “Pensa a questo concetto: i liberals, quelli di sinistra, sono sempre propensi a prendere il punto di vista altrui – si immedesimano nell’altro da se’, sono pronti a battagliare per l’anonimo coltivatore di caffè della Colombia o il pescatore di tonni dell’Oceano Pacifico (o l’artigiano che sforna una testiera del letto in ferro battuto in Cappadocia, o il liutaio yiddish del paesino ai piedi degli Urali…). Storicamente, i Conservatori hanno un unico punto di vista, il proprio…” Ecco una bella teoria sul perchè i cantanti sono tutti di sinistra, gli scrittori sono tutti di sinistra, i registi sono tutti di sinistra, etc…. (con le dovute eccezioni).

    E la sinistra è anche, ovviamente, un pubblico aperto e pronto alle storie. La sinistra guarda avanti e proietta…

    I nostri artigiani hanno sofferto per tanto tempo della incapacità di sapersi raccontare. Per non parlare del fatto che in Italia la sinistra ha avuto per lungo tempo l’egemonia totale della cultura e dello storytelling… (se qualcuno avesse ancora voglia di leggere: Stephen Gundle I comunisti italiani tra Hollywood e Mosca. Giunti Editore, Firenze 1995). Semplicemente non gli appartiene, non è nel loro DNA. Diciamocelo apertamente.

    La sinistra italiana si fa abbindolare dalla prima catenica di cibo organico che gli apre sotto casa, e felice sbocconcella un brownie sorbendo un frappuccino da Starbucks (perchè ha visto Spielberg che lo fa, perchè hanno i sacchi di paglia in negozio e i contadini colombiani sono rispettati…). Glielo hanno raccontato bene. Se andassero sotto la superficie scoprirebbero porcherie peggio di McDonald – ma McDonald è IL MALE. Perchè? Perchè glielo hanno raccontato così. E cosa sanno dei nostri artigiani? Che non pagano le tasse, che lavorano in nero, che sfruttano i dipendenti… think about it…

  4. Stefano dicono:

    @massimo

    io ci penso. e leggo pure.

    qui trovi un link a un articolo del manifesto:

    http://circolopasolini.splinder.com/post/19616199/Disordinare+l%27edificio+del+pot

    per quel che leggo, sennett potrebbe essere il faro ideologico della lega, a qualche miliardo di chilometri dal visco-pensiero.

    provo a seguire il tuo ragionamento.
    sennett oggi produce un nuovo racconto sul mondo artigiano.
    può essere interessante per un certo pubblico, ma dubito che molti artigiani faranno a pugni per una copia del libro. presto o tardi, qualcuno si porrà il problema di riconciliare cotanto sforzo intellettuale con le coordinate della politica nostrana. e non sarà facile. gli artigiani à la sennett riusciranno davvero a spodestare la classe operaia dall’immaginario della sinistra? riusciranno le tesi di sennett a convincere i tanti convinti che artigianato è evasione fiscale?

    il tuo esempio del frappuccino di starbuck (bevanda che – giuro – non ho mai bevuto) suggerisce che certe incongruenze, dalle nostre parti, possono anche rimanere tali in eterno.
    in quel caso proveremo a dire la nostra.

  5. Giancarlo dicono:

    @stefano: l’antipatia della sinistra nei confronti degli artigiani del Nordest mi sembra assolutamente ricambiata. In ogni caso, se si esclude il recente tentativo di InnoVetion Valley, è anche vero che artigiani e piccole imprese del Nordest non hanno finora investito molto nel costruire una strategia di comunicazione efficace. Come abbiamo detto più volte in questo blog: se ci si racconta solo attraverso le statistiche delle camere di commercio, è difficile attirare l’interesse di qualcuno che ha un pensiero sul mondo, sia esso di destra o di sinistra.
    Riuscirà Sennett dove ha fallito Tessari? Leggendo l’intervista sul manifesto, mi permetto di nutrire qualche dubbio.

  6. marco dicono:

    il libro di sennett è vera musica per le orecchie di un compagno smarrito in cerca, dopo tanti tentativi democratici, di una nuova bussola. il timing è perfetto, su questo sennett non sbaglia. il capitalismo si è incartato da solo con la finanza globale, cosa c’è di meglio di un sano ritorno to the basics, all’autentico, al lavoro, al sudore, alla mano dell’artigiano? è una sirena a cui in tempi di crisi è difficile resistere.

    tutto sommato per il sequel “Communisim. The revange” non occorre altro che dare qualche rinfrescata. dalle masse proletarie (ora scomparse) si passa al popolo delle partite iva. dal padrone oppressore si passa alla stato oppressore (ora in mano al nemico) che con le tasse vessa gli unici veri lavoratori italiani. dala salsiccia (scadente) della festa dell’unità alla sagra della birra e del radicchio (un vero miglioramento gastronomico!). in più e questo sì è un cambiamento profondo non occorre più perdere tempo in interminabili quanto noiose schermaglie intellettualoidi … qui si va direttamente al sodo. pane al pane, vino al vino. insomma: meno internet e più caberbet. salute ai nuovi compagni-leghisti.

    Marco

  7. Giancarlo dicono:

    @marco: adesso capisco il tempestivo riposizionamento politico di Casarin (con tanto di interviste al Corriere del Veneto) che, da leader dei centri sociali, si è ora schierato per l’imprenditorialità diffusa e contro lo stato oppressore. Eppure, poco più di un anno fa, era stato proprio ad una assemblea dei centri sociali di Mestre che Vincenzo Visco aveva enunciato la sua scomunica ai veneti in quanto “consustanzialmente anti-stato”! Vuoi vedere che la straordinaria capacità retorica di Visco ha convinto anche Casarin che con Visco non si va da nessuna parte?
    Questa conversione della sinistra radicale a favore dell’artigiano sfigato e dell’imprenditore “precario” rappresenta l’altra faccia del “leghismo rosso”, di matrice sindacale, cresciuto nelle grandi fabbriche del Nord (anche del Nord Est, come la Zanussi) in via di ristrutturazione. In entrambi i casi è l’innovazione, l’apertura dell’economia globale e l’avanzamento della frontiera tecnologica a costituire i veri nemici da contrastare. E’ nella “conservazione” e nella paura del nuovo che le strade dei leghisti e della sinistra radicale si incontrano. Buon viaggio.

  8. Ivano dicono:

    Teoria e pratica sono una cosa sola. L’una trova conferme nell’altra altrimenti non avrebbero un senso compiuto, non potrebbe essere diversamente. Ma cosa posso teorizzare se non ho alcuna pratica? E cosa posso mettere in pratica se non ho teorizzato niente? Azzz… una questione proposta in chiave socratica: è nato prima l’uovo o la gallina? ? Partire dall’inizio, credo sia un buon inizio per ragionare sull’argomento proposto da Sennet…

    Credo che potremmo trovare molte risposte nella così detta “sensibilità”, quella sensibilità che ci fa percepire ed interpretare il mondo esterno, pur sempre in maniera soggettiva e personale, quindi con valori diversi in ognuno di noi. Ci provo…

    Nei primi anni di vita non c’è una sostanziale differenza tra maschietti e femminucce ma poi le cose cambiano, almeno sotto alcuni aspetti educativi: cose da uomini e affari di donne, così si suol dire. Il tutto non certo per nostra volontà ma perché così qualcuno ha deciso, sicuramente anche per questioni che trovano una giustificazione naturale. I maschietti cominciano a fare le prime esperienze con il meccano, i lego, la bicicletta, il motorio e via dicendo. Le femminucce invece con le bambole, biberon, vestitini, affari di cucina e via dicendo. Dunque i maschietti potremmo dire che sviluppano una sensibilità con un indirizzo prevalentemente materiale, le femminucce invece più in un senso umanistico in cui il materiale sussiste ma interpretato e manifestato in altri modi, direi con nobiltà in virtù del compito che la natura gli ha conferito. Tutto questo condito, per entrambi i sessi, dall’imprinting primordiale che ha segnato quello che viene definito l’istinto alla sopravivenza.

    Gli strumenti simbolo della modernità sviluppati nell’ultimo trentennio probabilmente hanno modificato il modo di sviluppare la nostra sensibilità. Mi riferisco soprattutto al successo che ha determinato l’espansione dei videogiochi, la televisione e internet che sostituiscono il reale con il virtuale potenzialmente traducibile con “esperienze percepite” ed “esperienze dirette”, queste ultime responsabili di una sana e concreta formazione. Penso che Sennet indichi l’artigiano come metafora/simbolo dell’esperienza diretta, imputabile a indice di sviluppo della nostra sensibilità, tanto necessaria a una sana formazione alla vita reale, e non onirica, per le generazioni future.

    Però, c’è da dire, proprio per quell’istinto alla sopravivenza citato da Sennet, che tutto comunque, prima o poi, tutto si aggiusta in funzione alle nostre necessità reali. Certo, meglio se prima…

  9. paolo di bella dicono:

    tutti voi avrete letto le prime pagine de il capitale di marx. qualcuno avrà letto tutto il testo. mi chiedo se sennet le ha lette. perchè gli stessi concetti riportati da marco li ha pensati marx 150 anni fa. allora c’è qualcosa che non va…
    l’alienazione dell’operaio ottocentesco, secondo marx, è prodotta dalla distanza tra chi lavora e l’oggetto finale della produzione, l’impotenza di trasformare la materia verso un fine, quello dell’uso governando tutto il processo di produzione come fa l’artigiano. Il fine della natura, marxianamente parlando, è la trasformazione di se stessa. Dice heidegger che l’albero avoca a sè di essere trasformato in tavolo. questo desiderio è esaudito dall’uomo il quale, trasformando la natura entra a pieno titolo nel cerchio dell’esistente.
    ora, la programmazione di software non ha niente ha che fare con tutto questo per ragioni evidenti (ma non a sennet, chiaramente)che parte da marx ma salta 150anni di evoluzione tecnologica.
    L’uomo non è più il mago che trae dalla materia bruta il suono dello stradivari (e infatti di stradivari non se ne fanno più) perchè l’uomo e la natura non si parlano più. l’albero non parla più all’uomo affinchè dalla propria essenza (essenza, tra l’altro è un sinonimo di legno)ne tragga un’ esperienza trascendentale, la musica.
    e questo non può essere perchè l’uomo è diventato il dominatore della natura, o meglio lo e’ divenuta la tecnica.
    se non accettiamo che la posizione dell’uomo sulla terra è radicalmente cambiata non potremo mai pensare a come sopravvivere su questa terra.
    quindi riprendere marx fuori contesto non ha senso.
    certo, gli artigiani esistono e trarranno anche piacere dal loro lavoro e in virtù della pratica sapranno produrre oggetti di grande pregio ma non sarà mai il paradigma di nulla perchè la trasformazione del mondo dovrebbe essere così radicale che la categorie in uso, comprese quelle marxiane, figurarsi quelle di sennet naturalmente, non hanno nessuna forza previsionale.
    se poi ci piace pensare, a me piace, che il nostro mondo più prossimo, possa essere un modello meno alienante, più soddisfacente e sostanzialmente vincente facciamolo pure ma non ci illudiamo che l’alienazione che cerchiamo di buttare dalla finestra non si presenti in altre forme bussando alla porta.

  10. rispondo in fretta alla domanda di stefano e pure provocatoriamente e, lo ammetto, senza aver approfondito gli interventi successivi…
    la mancanza di tempo fa cedere spazio alla serietà ed al lirismo…

    stefano chiede: perché la sinistra italiana ama tanto l’artigiano di sennett e odia così tenacemente gli artigiani del nordest?

    perchè l’artigiano del nord est vive della qualità del frutto del proprio lavoro (altrimenti è un bottegaio), e la sua qualità è frutto della passione pura.

    non è che l’artigiano di sennet di passione ne ha veramente pochina come del resto ormai la sinistra italiana?

    ( ed all’ormai, aggiungo un purtroppo…)

  11. Pingback: martameo » All’ombra del banano delle Samoa

  12. marco dicono:

    Segnalo con un certo allarme che l’ipotesi regressiva del ritorno alle tradizioni si è già trasformata in pratica.

    http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/lucca-etnico/lucca-etnico/lucca-etnico.html

    Lucca tradizionale roccaforte rossa diventa, come riporta Repubblica, più leghista di Treviso, vietando i ristoranti etnici in centro (kebab). Dietrofront compagni! D’ora in poi si mangerà solo Lucchese …

  13. bauhaus dicono:

    Ciò che io trovo intrigante in questa discussione è come un libro relativamente innocuo (dico poi perché) come quello di Sennett scateni così tanto goliardico e virulento cameratismo. Tutto un darsi di gomito, pacche sulle spalle e gran risate. Mancano solo i rutti (sempre metaforici ovviamente) ma sa che ci manca poco. E tutto questo perché, mi chiedo? Che colpa avrà mai davvero uno dei più citati e ascoltati intellettuali contemporanei per meritarsi il dispiegamento di quasi tutto l’arsenale dei dei vizietti culturali del nostro paese? Quali? Il primo è l’attribuzione di ignoranza (“suscita quale perplessità”) dovuta ai confini disciplinari (un sociologo che parla di economia) ed alla distanza fisica (un anglo-americano che parla di cose che noi conosciamo meglio). Abbiamo appena finito di pendere dalle labbra di uno storico, giornalista canadese-giamaicano basato a New York traslando senza imbarazzo le sue articolazioni vetero-sociologiche dal capitalismo di metà ottocento ai produttori di jeans del nordest. Ma a Sennett no, questo non lo concediamo. Per lui ci ricordiamo, con malcelato ribrezzo, che trattasi di “sociologo” (gente strana, niente caramelle da quelli) e che quindi la sua prospettiva va corretta “economicamente” ma non solo va anche “italianizzata”. Perché il giornalista frikkettone newyorkese che disegna l’aureola attorno ai padroni del 1850 ci va bene ma se il riferimento va per caso, alla lontana e pure criticamente, a chi quell’economia l’ha analizzata dal punto di vista di chi il lavoro lo vendeva, allora no; allora non va bene perché si deve fare i conti con l’evoluzione tecnologia ed un rettore (filosofo) messo dai nazisti ad applicare le leggi razziali ai suoi studenti. Perché, quando ci va bene, le idee non hanno odore o distanza ed in altri momenti, senza motivo apparente, vanno isolate, circoscritte, messe in quarantena, irrise e rese inoffensive ma mai, rigorosamente, considerate per le sfide che pongono? Perché non ricacciamo nella sua riserva sociologica anche di Ilvo Diamanti visto che l’altro giorno su Repubblica ha osato occuparsi di urbanistica? Perché, fondamentalmente (secondo vizietto italico) il merito di quello che stiamo leggendo non ci interessa mai a sufficienza; guardiamo sempre prima e con più interesse a dove si pubblicano le interviste agli autori, a chi fa la recensione, alle schermaglie tra “posizioni culturali” che un libro o un articolo genera. Il tracciato del confine amico/nemico che una certa idea produce, questo in fondo ci interessa. Il confine di adesso ovviamente, quello che può cambiare domani ma che serve, ora, a stare dalla parte “giusta”, di quelli che hanno capito tutto e prima. Chissenefrega di quello che davvero c’è scritto nel libro. Troppo difficile, o troppo impegnativo. Bisognerebbe (ohibò) leggere altri libri e poi forse altri ancora e allora le vacanze di Natale non basterebbero più. No meglio di, meglio sempre (vecchia legge della comunicazione) le contrapposizioni facili, nuovo/vecchio, in/out, komunisti/tutti gli altri; facinorosi/Very Normal People, regressione/innovazione. Questo si che funziona davvero. Il resto annoia e forse anche disturba, come il libro di Sennett, che ribadisce e celebra quello che, con toni solo un tantino più confusi, vanno dicendo i nostri studiosi di economia industriale e geografia economia (tanto per essere precisi: sono queste, nei paesi normali, le discipline che studiano i distretti, non il management) e gli stessi operatori dei settori. Ho memoria di decine di convegni di varie confindustrie, api, confartigianato, camere di commercio, in cui immancabilmente la questione dell’artigianalità è stata posta al centro dell’identità economica e dei percorsi di sviluppo del nordest. A settembre a Bassano ho visto quella che dovrebbe essere la nuova classe imprenditoriale creativa presentare cose “fatte con le mani”. E mai, a nessuno (che io mi ricordi) e mai venuto di mente di dire che bastava questo, che era sufficiente il disegno, l’idea, il prototipo per rendere un’impresa competitiva. E tantomeno a Sennett questo viene in mente. È così banalmente evidente che mi sento in imbarazzo a spiegarlo: il suo è uno sguardo che parte dalla logica del capitalismo globale e dei suoi modi di produzione, ne fa una critica al confronto della quale Obama suona come Toni Negri per finire con il suggerire un recupero del senso del lavoro da parte del lavoratore al quale da il nome di “artigianato”. Confondere, ad arte, (terzo vizietto italiano) questa considerazione e la relativa proposta con il ritorno regressivo alla bottega dei pezzi unici, la sagra e la salsiccia, non fa ridere, è solo un triste atto di irresponsabilità intellettuale, di rumorosa ritirata di fronte alle vere questioni poste da Sennett, forse per nascondere un imbarazzante silenzio rispetto ad altre domande che chi ha tematizzato questi stessi fenomeni negli ultimi decenni a nord-est dovrebbe farsi (quarto vizietto italiano). Perché ci è stato inflitto un post-fordismo in salsa veneta che non ha saputo connettersi ai dibattiti internazionali e magari affermare una leadership nell’analisi della produzione artigianal/industriale piuttosto che arrancare a criticarle dieci anni dopo? Perché, al contrario, abbiamo dovuto sorbirci le magnifiche sorti progressive della s-materializzazione della produzione quando quelli che la sperimentavano davvero stavano facendo a pezzi le loro economie? Perché abbiamo demonizzato il fare materiale nel nome di una fantomatica economia della conoscenza che da mangiare solo a chi ne parla (e a quelli del CEPU, ovviamente)? Perché di fronte all’evidenza elefantiaca che la competitività e l’innovazione si radicano nel fare materiale e vengono completate dalla comunicazione (e non viceversa) siamo vittime (con la regolarità e le conseguenze di un ciclo mestruale) di storytelling marketing e web 2.0? Queste, e non le pernacchie da osteria, sono le domande che Richard Sennett pone a studiosi (prima) ed imprenditori (poi) del Nord est. Domande appunto. Quelle cose che finiscono con un punto ricurvo che insinua il dubbio ed invita alla risposta e si tengono ben distanti dalla maschia rigidità dei punti esclamativi.

  14. marco dicono:

    @Bauhaus il libro di Sennett è entrato nel dibattito politico-economico italiano e quindi mi sembra del tutto normale discuterne. Il punto di vista di Sennett è prettamente filosofico e come tale si presta a diverse interpretazioni. Proprio perchè Sennett non è uno studioso qualsiasi ma uno dei più infuenti intellettuali del nostro tempo (non si tratta quindi di una rilfessione tanto “innocua”), abbiamo provato a verificare l’applicazione della sua teoria al mondo economico-manageriale, senza restarne particolarmente convinti. Siamo pronti a ricrederci, naturalmente, in ragione di argomentazioni più approfondite delle nostre.

    Nel corso degli ultimi anni ho avuto modo personalmente di confrontarmi con una certa continuità con il mondo dell’artigianato, in particolare quello orafo. Quello che ho potuto riscontrare è ormai una certa insoddisfazione in primis degli stessi artigiani ad essere interpretati come figure monodimensionali dedite solo al saper fare manuale. In verità è proprio dagli artigiani che viene oggi una richiesta di sperimentazione e di confronto con il nuovo che spesso resta disattesa. Mi sembra un elemento sul quale val la pena discutere.

    Marco

  15. Stefano dicono:

    fabrizio
    di solito compro volentieri le tue tesi. questa volta sono più scettico.

    è perché ho ascoltato l’intervista del nostro sennett. intervista in cui l’innocuo sociologo racconta alla bbc la sua insofferenza per il metodo suzuki. metodo meccanico per imparare la musica, secondo sennett, che non aiuta i bambini a sviluppare una vera confidenza con lo strumento.

    è la stessa critica che tanti nostri insegnanti di conservatorio muovono a un metodo molto orientale che rende accessibile (sul serio) gesti e movimenti che avvicinano facilmente i giovani alla musica. troppo facilmente, per il nostro sociologo-musicista.
    perché non cercare a orecchio un do diesis? perché usare quelle striscioline e aiutarsi con gesti accessibili? è il fastidio per una semplificazione che rende il piacere del fare qualcosa che possiamo generalizzare.

    ascolta sennett alla radio e vedrai che “il ritorno regressivo alla bottega dei pezzi unici” non è poi un’opzione che l’uomo disdegna.

    sono d’accordo con te sul fatto che il sennett-pensiero è acqua fresca al confronto delle posizioni espresse da altri critici del capitalismo (preferisco alla grande il pensiero di michael hardt). per questo non trovo troppo interessante parlare della tesi del libro: più gustoso analizzare le ragioni del rapidissimo avvicinamento fra una sinistra movimentista e il rilancio del nuovo artigianato.

    su questo ragioniamo da tempo. il libro di sennett e l’accoglienza che gli è stata riservata da stampa e blog è il segno che certe previsioni erano ben fondate
    http://www.firstdraft.it/2008/09/30/guida-minima-per-quarantenni-spaesati-dalla-politica/

    s.

  16. Giancarlo dicono:

    fabrizio: i sociologi non sono tutti uguali, nemmeno gli artigiani, e non tutti gli italiani sono italioti. Per quanto riguarda Sennett, trovo il suo linguaggio tecnicamente noioso: tanta fatica, poca informazione (un po’ come la sinistra). Sul tema del senso del lavoro auto-organizzato le pagine migliori sono state scritte proprio a partire dall’esperienza del “capitalismo personale” cresciuto nel Nord Est! Se Charles Sabel e Gary Gereffi (ohibò, due sociologi!) sono interessati a mettere il naso da queste parti, è anche perché qualcuno ha fornito delle analisi che dicono qualcosa di interessante anche oltre il contesto locale. O no?

  17. Ivano dicono:

    “Perché, fondamentalmente (secondo vizietto italico) il merito di quello che stiamo leggendo non ci interessa mai a sufficienza; guardiamo sempre prima e con più interesse a dove si pubblicano le interviste agli autori, a chi fa la recensione, alle schermaglie tra “posizioni culturali” che un libro o un articolo genera.” (Bauhaus)

    Questa è una bella questione, che fra l’altro condivido, su cui si potrebbe iniziare un ragionamento. Forse siamo rimasti troppo legati alla cultura del tubo catodico, convinti e asuefatti dal fatto che tutto quanto viene detto alla televisione corrisponda tendenzialmente al vero. Scambiamo spesso e volentieri forma per sostanza e viceversa. Praticare l’esercizio della deduzione, a differenza dell’induzione, implica qualcosa di molto più complesso e dispendioso. Affidarci troppo all’induzione con l’intento di trovare dei paradigmi, rischiamo di diventare dei somari che si fanno condurre dove vuole il padrone…

  18. Caos dicono:

    Troppi dolci ci sono stati proposti: globalizzazione, finanza creativa, economia della conoscenza… ci siamo abbuffati e ora si va all’estremo opposto che questa era economia della fuffa, della presa in giro… si rimpiange il passato. Si pensava che l’economia fosse indistruttibile ed invece è tutto legato e quando si va oltre si creano effetti domino.
    Per ora Obama è l’unico ad aver proposto una visione del futuro, se l’avesse proposta qualcun’altro invece che ambiziosa sarebbe apparsa irrealistica e con troppi punti di domanda.

  19. Lorenzo Pezzato dicono:

    L’era “industriale” fatta di grandi numeri e piccolissimi margini sulle enormi quantità pare stia tramontando, e questa crisi dovrebbe darle il colpo di grazia. Anche in questo senso l’artigianalità può essere una risposta. Banalmente, per un paese come l’Italia, questo ha la potenzialità di tradursi in fatturati, in ricchezza vera che rimane sul territorio e riattiva il tessuto microeconomico, importante quanto la microcircolazione sanguigna nel corpo umano.

  20. marco dicono:

    @lorenzo mi auguro anch’io che questa crisi, oltre a tutti i danni che sta portando, possa finalmente farci uscire dal fordismo. speriamo sia la volta buona.

    mi ritrovo meno sul tema dell’artigianalità. non basta avere buoni artigiani per essere competitivi a livello internazionale. è necessario saper dare un nuovo significato a queste pratiche artigianali, rendendole interessanti al pubblico internazionale. le imprese leader del made in Italy hanno saputo valorizzare l’artigianalità combinandola con l’innovazione tecnologica ed il design. Non solo. Hanno poi dimostrato di saper raccontare questa originalità attraverso una adeguata cornice comunicativa. E’ Bisazza, ad esempio, che rende interessante il mosaico agli occhi del consumatore contemporaneo. Non il solo fatto che possiamo vantare bravi maestri mosaicisti. Se l’artigianlità rimane fine a se stessa, come il libro di Sennett sembra indicare, temo che non possa essere un’arma adeguata per superare la crisi attuale.

  21. alex dicono:

    giancarlo, ma lo hai letto il libro di sennett??

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