Le ragioni del successo secondo Malcolm Gladwell

Il nuovo libro di Malcom Gladwell, l’autore di The Tipping Point (Il punto critico) e di Blink (In un batter di ciglia), si intitola Outliers. Nella lingua degli statistici gli outlier sono valori anomali, troppo distanti dalle medie per essere presi considerazione come indicativi di una certa popolazione. Gladwell (lui stesso, per molti versi, un outlier) ha deciso di studiare le storie di uomini straordinari per mettere in discussione il tradizionale ritornello sulle virtù del self made man capace di imporsi contro ogni avversità. Secondo Gladwell, i risultati - anche eccezionali - di artisti, sportivi, uomini d’affari sono il frutto di un ambiente che fornisce particolari opportunità. Anche nella società più meritocratica del mondo (gli Stati Uniti), essere parte di una comunità specifica, poter accedere a determinate relazioni, disporre di un’educazione e di contatti selezionati, alla fine, fa la differenza.
Fin qui, nulla che un lettore italiano possa trovare particolarmente sorprendente. In una società che secondo i più ha ben poco di meritocratico, l’idea che il successo dipenda principalmente da un contesto favorevole sorprende, al limite,  per la sua ovvietà. In realtà, l’argomentazione di Gladwell offre qualche spunto in più. Prendiamo ad esempio i grandi capitalisti di tutti i tempi. Gladwell ripercorre la lista delle grandi fortune americane e scopre che i vari Rockfeller, Carnegie, Gould, Morgan, Pullman, Armour sono nati tutti nello stesso decennio (tra il 1830 e il 1840). Essere nati in questi anni è stata una gran fortuna. Perché persone di talento hanno potuto incrociare le loro qualità con una serie di opportunità che poche volte di sono riproposte nella storia dell’umanità. Questi grandi personaggi avevano dalla loro l’intelligenza e la competenza in quella particolarissima fase storica che abbiamo imparato a conoscere come la seconda rivoluzione industriale.
La storia si è ripetuta più o meno cento anni dopo. Se andiamo a guardare la biografia dei grandi nomi della rivoluzione informatica scopriamo che le loro carte di identità hanno somiglianze impressionanti. Bill Gates è nato nell’ottobre del 1955; Paul Allen nel gennaio del 1953; Steve Jobs nel febbraio del 1955; Eric Schmidt nell’aprile del 1955; Scott Mc Nealy nel novembre del 1954. Tutti questi talenti hanno avuto dalla loro parte la fortuna di avere poco più di vent’anni (un’età a cui si prendono dei rischi senza pensare al mutuo prima casa) e già molta esperienza alle spalle (10.000 ore di pratica ad alto livello) nel momento in cui nasceva l’era del personal computer. Chi era lì in quel momento con la necessaria competenza ha potuto segnare la storia.
E gli altri? Nonostante il talento e le qualità è difficile farsi strada in terra ostile. Un avvocato che aveva vent’anni durante la grande depressione lavorava per venticinque dollari al mese senza grandi possibilità. Se i suoi figli hanno intrapreso la stessa carriera e si sono affacciati alla professione all’inizio degli anni ’80 hanno beneficiato di una fase storica irripetibile, quella dei primi takeover ostili che hanno fatto la ricchezza di tanti avvocati di Wall Street. A parità di intelligenza e competenza i primi hanno tirato la cinghia, i secondi hanno vissuto lusso e celebrità.
Insomma, il successo dipende dal talento ma anche dalla capacità di intercettare quei grandi cambiamenti che la teoria economica ha chiamato cambiamenti di paradigma. I paradigmi economici sono strutture che tendono a dare coerenza a variabili sociali e economiche che consentono di valorizzare particolari opportunità di ordine tecnologico. Grandi innovazioni come l’energia elettrica, la diffusione delle ferrovie o l’informatica innescano cambiamenti di paradisma. Essere protagonisti di queste grandi trasformazioni nella loro fase iniziale rappresenta un’opportunità irripetibile. Chi c’è c’è; chi non c’è aspetti la prossima.
Negli Stati Uniti, le critiche a Outliers sono state contrastate. C’è chi apprezza lo stile e il personaggio, e chi è scettico sul metodo (Gladwell racconta ricerca altrui, anche se in modo molto originale). In Italia potrebbe essere un’ottima lettura per quelli che si ostinano a proporre una caricatura della meritocrazia su cui anche gli americani iniziano a riflettere in modo più acuto. La lezione di Gladwell, dalle nostre parti, suona abbastanza chiara: non servono altri test e altri esamini ai trenta-quarantenni nostrani per vedere quanto valgono veramente. Servono opportunità per dimostrare il proprio talento. Nel nostro paese non mancano le competenze. Mancano le occasioni per metterle a valore.

Stefano

Scritto da Stefano | January 18, 2009 | in Nuove identità, Varie |

35 Responses to “Le ragioni del successo secondo Malcolm Gladwell”

  1. Comment by marco — January 19, 2009 @ 12:36 pm

    Ho provato ad applicare le teorie del libro di gladwell al mondo del jeans nostrano. I risultati sono interessanti: gli imprenditori che hanno reso grande il jeans italiano nel mondo sono nati più o meno negli stessi anni (Renzo Rosso di diesel nel 55, Claudio Buzziol di Replay nel 57, Claudio Grotto di GAS) e hanno lavorato assieme ad Adriano Goldschmied (dal 93 emigrato a los angeles dove ha una propria azienda di moda-jeans) nel “genius group” creato proprio da Goldschmied per sviluppare nuove idee nel mondo della moda e del jeans. So far so good: i risulati sembrano tornare. Mi rimane un dubbio però: il successo di Miss Sixty (brand romano del jeans) come lo spieghiamo? E’ un outlier degli outlier?

    Marco

  2. Comment by Vladi — January 19, 2009 @ 1:21 pm

    Stefano,

    non te la cavi cosi’ :D Siamo sfigati e siamo nati nel momento sbagliato? Diccelo, che nel caso ho un piano B fatto di Gallura e vermentino.
    Insomma, le opportunità sono esogene, determinate dal fortuito accumularsi di fattori in un preciso momento, oppure c’e’ modo di farle “accadere”? Intanto mi rileggo Kirzner e Schumpeter …

  3. Comment by stefano — January 19, 2009 @ 3:36 pm

    E che credi? Che non mi sono fatto la stessa domanda?

    Qualche onda la mia generazione l’ha vista passare. La new economy forse non era la nascita del personal computer, ma ha rappresentato comunque una fase di grande speranza, soprattutto per chi al tempo era giovane e talentuoso. Ci abbiamo creduto e ci siamo divertiti. Ahimé non è durata molto.

    Se avessi vent’anni (e almeno qualche migliaio di ore di esperienza in qualcosa che ha un senso) proverei a intercettare le grandi trasformazioni del momento. Se dovessi fare una scommessa punterei qualche euro sulla green economy.
    Ma non non sono più io a dover fare le scommesse..

  4. Comment by Giorgio Soffiato — January 19, 2009 @ 4:22 pm

    Ultimamente mi sto appassionando al comportamento di consumo, libri come “prevedibilmente irrazionale” (http://www.ibs.it/code/9788817025492/ariely-dan/prevedibilmente-irrazionale.html) e “psicologia della decisione” (http://www.ibs.it/code/9788824463539/zzz1k1456/psicologia-della-decisione-biologia.html) in parte stridono con i manuali di comunicazione e marketing che legano, se le cose sono ben fatte, i ritorni più alla quantità dell’investimento che alla qualità dello stesso dimenticando senza imbarazzo leve come il marketing “non convenzionale” ed il web partecipativo.

    Ho visto e acquistato il libro di Gladwell a Londra dove è molto promosso e diffuso, mi sembra di capire che la chiave per il successo sta, a parità di merito e condizioni, anche nel contesto e nella congiuntura, nell’ambiente e nella situazione del momento. Abbiamo più volte provato a prevedere il futuro e di certo anche il treno del nuovo web un tempo scommessa è oggi affollato ed è tempo di guardare avanti, sulla green economy l’unico dubbio è che si tratti più di un modo di fare impresa (facendo dell’altro) che di un’economia con una propria e piena sostenibilità nel breve, ma questo è il parere dell’osservatore esterno. In un periodo in cui le imprese e gli imprenditori sono arroccati nel fortino in difesa del margine che va assottigliandosi è difficile pensare di proporre, seppur con merito, business floridi. La mia speranza è che in futuro si possa valorizzare la fantasia, mi dispiacerebbe dover ammettere che bastano 4 calciatori per far diventare una t shirt un prodotto di culto, credo che tenendo duro e continuando a dar da mangiare al cervello con buoni contenuti prima o poi passerà il treno giusto e soprattutto il binario (contesto) sarà quello ad alta velocità

  5. Comment by Ivano — January 19, 2009 @ 9:23 pm

    Ricordo di aver letto proprio in questo blog una bella proposizione che casca a fagiolo con l’argomento introdotto da Stefano:

    “il futuro non si prevede, si fa!

    In questo momento sto ascoltando il TG5 che inizia con le previsioni economiche per il 2009. 3,5 Mln saranno i posti di lavoro persi in eurolandia; il PIL diminuirà mediamente del 2%; il debito pubblico italiano supererà il 109%.

    Personalmente credo che questa “situazione” sia un’ottima occasione per provare a misurarsi con il proprio talento o, alla peggio, per creare delle agregazioni sinergiche per fare qualcosa di propositivo.

    Lo so anch’io che “cavalcare l’onda” è molto più semplice…

  6. Comment by Stefano — January 19, 2009 @ 11:28 pm

    @ivano
    concordo con te: le crisi sono grandi palestre per chi ha talento. il problema - se accettiamo le tesi di gladwell - è capire dove impegnare le proprie energie. gli outliers sono coloro che anticipano grandi cambiamenti di paradigma. per farlo devono trovare opportunità all’altezza.
    proposte?
    s.

  7. Comment by corog — January 20, 2009 @ 1:32 am

    Seguendo il ragionamento di Gladwell, la crisi che stiamo attraversando dovrebbe essere una grande fucina di Outliers. Se le crisi, infatti, distruggono carriere, contribuiscono tuttavia a liberare risorse che possono essere meglio organizzate da chi, come gli Outliers, ha una marcia in più. Per usare una metafora ciclistica: quando si corre in discesa è più difficile staccare il gruppo, mentre è in salita dove si vedono le differenze (ed emergono i campioni).
    A proposito di cultori di Gladwell, segnalo che in un’intervista sull’ultimo numero di Style Magazine, Paolo Scaroni, AD dell’ENI, dichiara che Outliers è stata la sua migliore lettura natalizia. La lettura di Gladwell deve essere davvero una carica di energia.

  8. Comment by Giorgio Tomasstti — January 20, 2009 @ 2:51 pm

    Salve,
    ho letto il libro Outliers di Gladwell e l’ho trovato molto interessante.
    Personalmente ritengo che le sue argomentazione sul successo siano logiche, anche perché supportate da dati e studi vari che l’autore ha raccolto e commentato in modo obiettivo. Ma la cosa più importante è, secondo me, cercare di concretizzare il suo pensiero, cercando di applicarlo alla vita di tutti i giorni.
    In un’organizzazione che vuole crescere, sia essa una piccola azienda, una grande multinazionale o magari uno Stato, scegliere le persone giuste al momento giusto è fondamentale.

    Complimenti per il blog,
    Giorgio Tomassetti

  9. Comment by Ivano — January 20, 2009 @ 4:27 pm

    Oggi è un giorno che sicuramente ricorderemo per molto tempo, profetizzato alcuni anni fa dai Pitura fresca: è arrivato il “Papa Nero”, che nella sostanza si identifica molto con l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca. Non credo che fatti di questo tipo avvengano per caso o per i vezzi di qualche potentato di turno, e tanto meno per un ordinamento divino. Accadono solo ed esclusivamente perché “noi” lo vogliamo, e quel noi include qualche tonnellata di libri in cui abbiamo archiviato il nostro sapere.

    C’è la crisi, c’è la crisi! Non è la prima e non sarà neanche l’ultima; non viviamo nell’Eden, quindi, direi come sensazione naturale, ci stiamo preoccupando di trovare delle soluzioni che poi, alla fine, si concretizzano in azioni volte a mantenere inalterati i nostri “privilegi”.

    Il capitalismo, in parecchie parti del globo, ha vinto sulle altre filosofie sociali e questa è stata, ed è tuttora, la mission delle così dette “genti di buona volontà” che si prefiggono di espandere il benessere… Tutto si impernia sul mercato e questo vuol dire economia, industria, finanza che hanno come riferimento ultimo dei buyers. In nome del benessere è caduto il muro di Berlino, abbiamo fatto il MEC seguito dalla EU poi conclusosi con la moneta unica e, in nome del “benessere”, abbiamo fatto anche tante guerre. La tecnica ha fatto passi da gigante, l’efficienza industriale ha raggiunto livelli altissimi rompendo gli equilibri convenzionali del valore. Già, se produco un valore di “10″ e il mercato ha un potenziale di “5″ ci troviamo di fronte a delle scelte: o abbasso il valore alla produzione o creo nuovo valore nel mercato. Come ben sappiamo, la tendenza degli ultimi 20anni è stata quella di immettere valore sul mercato sottoforma di prodotti finanziari dopando, così facendo, l’economia. Moltiplicare i pani e i pesci è una questione che appartiene alla meta-fisica…

    La globalizzazione è stato l’asso nella manica per contrastare i possibili effetti collaterali del doping economico-finanziario, ma, da quanto si evince, l’operazione ha sortito un effetto poco duraturo, placebo direi. Un medico del pronto soccorso direbbe: lo stiamo perdendo, siamo con il “paziente” in piena fibrillazione… Forse siamo arrivati ai limiti delle nostre possibilità -intendo in tutti i sensi- e probabilmente per il nostro futuro dovremmo intendere, interpretare e leggere il significato di “benessere” in azioni diverse da quelle attuali. Già, quali???

    L’evento Obama, oltre al colore della pelle, ci ha dato delle indicazioni strategiche nelle quali è contemplata una netta suddivisione delle economie globali: in primo luogo quelle in via di sviluppo tendenzialmente propense a prendere 10 e restituire 2, regola che non può perdurare per il prossimo futuro; in secondo luogo ci troviamo con le economie mature ormai al limite della saturazione dei mercati in cui lo sviluppo richiede un netto cambiamento delle regole di consumo, tipo, fare un passo indietro per poterne fare due in avanti (togli la cera, rimetti la cera tanto per intenderci), e la questione eco-compatibile credo ci dia da fare per un bel po’ di anni.

    Stefano, la mia proposta? Semplice! Se è di competizione che stiamo parlando, come io penso, l’obiettivo è perseguire e raggiungere dei primati. Anche se può sembrare retorico e questione ormai inflazionata, la parola d’ordine è innovazione e gestione dell’innovazione che sappiamo sviluppare. Non importa se nella low, middle o high technology, l’importante è che corrisponda a qualcosa di utile: il mercato c’è e sicuramente ne deriveranno dei benefici economici; in cui prevalga la sostanza alla forma: con caratteristiche che rientrino nei requisiti per la protezione intellettuale/industriale; impegnandoci a intraprendere con coraggio a discapito delle innumerevoli indecisioni che ci possono pervenire: coinvolgere ed educare il settore del credito, dell’industria e della politica a concepire il nuovo con ottimismo.

    Io ci sto provando… Però. Azzzz! La trovo assai dura a interloquire con dei sordi…

  10. Comment by Stefano — January 20, 2009 @ 10:54 pm

    il libro di gladwell ci dice che innovare è la chiave del successo, ma che per diventare un outlier l’innovazione deve concentrarsi su quegli aspetti di trasformazione strutturale che spesso sottostimiamo.

    insomma, solo parte dello sforzo è lavorare sodo; in parte quello che dobbiamo fare è cercare e trovare una di quelle linee di frattura che segna il discrimine fra passato e futuro. ci vuole un po’ di fortuna (qualche volta capita di trovarsi in mezzo a qualcosa di importante) e la capacità di guardare il mondo con occhi nuovi.

    oggi ci lamentiamo della grande crisi che stiamo vivendo. forse dovremmo festeggiare la fine di un’epoca e l’inizio di qualcosa di radicalmente nuovo. immagino che a decidere fra il primo e il secondo scenario ci sia la nostra determinazione e il nostro talento.

    s.

    @giorgio.
    complimenti apprezzati

  11. Comment by Caos — January 21, 2009 @ 1:51 am

    Nel cambiamento ci sono più possibilità di guadagnare ma anche di perdere… bisogna lavorare sodo ma bisogna chiedersi in ogni momento dove bisogna andare, ci sono pochi “modelli” da seguire, è un merito self-made.

  12. Comment by bauhaus — January 21, 2009 @ 8:29 am

    Rischiamo, mi sa, di leggere in chiave agiografica anche questo ennesimo tentativo di caratterizzare il successo nel capitalismo americano. Se è vero che si tratta di persone che sfuggono alle classificazioni canoniche allora forse è più interessante guardarli quando il successo devono ancora ottenerlo ed il loro essere “fuori della media” non è ancora da celebrare ma piuttosto qualcosa di problematico, prima di tutto per i diretti interessati. Se statisticamente un outlier se ne sta nascosto nelle code delle gaussiane, socialmente la sua posizione è, ancora più letteralmente, quella di chi “sta ai margini”. Gli outlier seguono molto probabilmente un traiettoria di marginalità che gli deriva dalla loro capacità di cogliere la frattura o il cambio di paradigma più e meglio degli altri. Ma questo credo che non li renda particolarmente felici e/o socialmente accettati, almeno nelle fasi di scalata al successo. Molti dei nomi citati da Gladwell/Stefano (basta leggere le biografie di Carnegie o di Gates) rivelano esistenze problematiche, frustrazioni, tentativi falliti di inserimento sociale e colossali esiti filantropici del successo che sembrano mettere in discussione lo stesso sistema economico che li ha generati. Insomma, secondo me, non si “diventa” un outlier, casomai si è condannati ad esserlo. Se si rimuove questa condizione di sofferenza di chi non vive in sincronia con il proprio tempo (e quindi vede e fa altro separandosi dagli altri) si finisce con il farne l’ennesimo modellino virtuoso, da incubare riproducendo (con soldi pubblici) occasioni per mettere a valore le competenze che ci sono. E così a nord-est, terra feconda di sperimentazioni, accanto ai meeting delle classe dirigenti e le adunate dei creativi avremo (ma anche…) le convenscion degli autlaier.

  13. Comment by andrea casadei ACK — January 21, 2009 @ 9:17 am

    interessante ma non risolutivo perchè il paragone “titans” di fine 800 con i guru dell’informatica di fine anni ‘70 non regge… per un sacco di motivi a cominciare dal territorio di sviluppo ( tutto il paese contro la sola silicon valley) e dal valore di comunità che ebbero gli informatici rispetto ai grandi raider di 100 anni prima che a volte non si conobbero se non dopo anni aver raggiunto il successo ( ricordo che a fine ‘800 fare il viaggio costa est-ovest non era una passeggiata di salute)…

    per il resto è vero che la competizione in un mercato aperto genera successi multipli…

    ed a noi, quarantenni del nord est, in cerca di una classe politica con una visone, dato che ci è impedito dalla natura di poter dominare il vento non ci resta che aggiustare almeno le vele…

    :)

  14. Comment by Caos — January 21, 2009 @ 9:36 am

    L’idea dell’erore che solo sfida il mondo mi sa un po’ di stantio… fatico a pensare complessità senza connessione, la collaborazione migliora progetti e conoscenze.

  15. Comment by Ivano — January 21, 2009 @ 2:44 pm

    “..Insomma, secondo me, non si “diventa” un outlier, casomai si è condannati ad esserlo..” (by Bauhaus)

    Leggendo questa frase mi è venuto un brivido seguita da una netta sensazione di invidia. Avrei voluto dirla io, ma, nello stesso tempo, sono immensamente felice di averla letta per scritto di qualcun’altro. Vuol dire che esiste gente che riesce ad andare oltre… e questo mi rende maggiormente ottimista per il futuro.

    “Il male, il bene, il dolore, la felicità come tante altre cose si possono descrivere, spiegare ma non si possono capire fino a quando non si provano di persona”. Quindi, Mr Bauhaus, secondo me, deve essere una persona di fine esperienza…

    Le conoscenze e il sapere che il genere umano ha saputo generare sin dalla propria esistenza, non è altro che un muro costruito con una infinità di mattoni che poggiano uno sopra l’altro, e non potrebbe essere altrimenti perchè “noi”, anche se facciamo una terribile fatica ad ammetterlo, abbiamo dei limiti. La nascita delle comunità, delle società, delle aggregazioni ci ha reso maggiormente efficaci a superare le avversità della vita dove, però, paradossalmente, si è reso necessario creare e imporre delle regole per gestire la convivenza: da qui la nascita delle civiltà. Il paradosso sta nel fatto che noi siamo i creatori di regole in funzione alla difesa da “noi stessi”, da quell’innato istinto/desiderio di protagonismo che ci porta ad essere, spesso e volentieri, degli individualisti e prevaricatori nei confronti di chi, in un modo o in un altro, minaccia il nostro status quo.

    Certo, non è facile capire quello che è giusto o sbagliato: è un concetto relativo che, però, ci impone la doverosità di fare delle scelte, di prendere delle decisioni che si devono, gioco forza, trasformare in azioni. Se l’argomento è la nostra efficienza economico-competitiva, questo vuol dire che il suo livello efficienza/efficacia verrà determinato dalla nostra capacità di saper fare aggregazione, fare squadra in cui ognuno di noi deve sapere qual è il proprio posto e limitare, per quanto sia possibile, i tentativi di prevaricare e/o primeggiare sugli altri. Solo così si possono raggiungere dei primati sia a livello micro e tanto più a livello macroscopico.

    Personalmente non credo che esistano dei “superman” e neppure dei terreni fertili affinché questa tipologia di persone si possa sviluppare e progredire. Sono più propenso a pensare che tutti noi sviluppa, nel proprio percorso educativo, delle attitudini piuttosto di altre che non sempre possiamo coltivare, esaltare e sviluppare come vorremmo. Sono fermamente convinto, invece, che i termini e i significati attribuiti a primo della classe, fuori classe, superman e genio sia una invenzione di gente mediocre che tenta di giustificare, dopo essersi opposta con molta energia, le proprie sconfitte pur di mantenere inalterata la propria autorità. In pratica potremmo anche spiegare volgarmente la questione dicendo che per i mediocri, maggiormente se ricoprono posizioni di potere, preferiscono innalzare a geni altri piuttosto che definirsi dei cretini loro stessi.

  16. Comment by stefano — January 22, 2009 @ 12:37 am

    andrea
    hai detto bene: “quarantenni in cerca di una classe politica con una visone”.

    gli outliers di gladwell non cercano qualcuno con una visione.
    hanno visioni.
    e non possono fare altro che provare a farle diventare realtà (mi pare questo il punto di bauhaus).
    non hanno personalità concilianti. si impongono perché probabilmente non hanno proprio i mezzi per fare altro (oscillando drammaticamente fra l’uomo di successo e il drop out).

    dopo gli anni della contestazione, la nostra educazione (quella dei quarantenni) si è costruita attorno al rispetto delle istituzioni, al rispetto dei curricula, dei test, delle regole.
    noi conciliamo.
    il che non è sempre un buon modo per essere protagonisti del mondo che verrà.

    s.

  17. Comment by corog — January 22, 2009 @ 12:59 am

    Avete sentito il discorso di insediamento di Barak Obama? Secondo me è lui il campione degli Outlier. Perché la teoria degli Outlier ci dice una cosa semplice: le persone contano. Conta il loro coraggio, la creatività, la capacità di credere in un obiettivo. Gli Outlier cambiano il valore delle medie: fanno la storia!

  18. Comment by emanuele — January 22, 2009 @ 10:33 am

    Interessante il dato anagrafico che può anche essere spiegato congiunturalmente e con un po’ di fantasia. Alla metà degli anni 70 molti degli studenti erano appassionati dalla politica e dal cazzeggio post 68ino, gli sgobboni interessati a settori specifici, fondamentalmente apolitici, si sono invece applicati ai loro progetti con la stessa pervicacia con cui il 90% degli altri abitanti dei campus sperimentavano allucinogeni, sesso libero e forme di protesta più o meno trendy. :-)

    A parte gli scherzi ( ma mica tanto ) mi riservo di leggere il libro di Gladwell ma vi porto questa provocazione:

    A fronte di alcune personalità di spicco al momdo ci sono milioni di individui medi che innovano, cambiano il mondo in silenzio, combattono battaglie immani contro il castello kafkiano senza grandi risorse ne finanziarie ne intellettuali e spesso senza neanche cercare la fama e il profitto, siamo sicuri che i parametri del successo economico e dell’eccezionalità siano anche parametri di successo a livello di specie, di coscienza collettiva? Invece di cercare e perseguire l’eccezionalità che necessariamente crea cittadini di serie a e b non sarebbe opportuno spostare il focus sull’innalzamento del valore medio del materiale umano a disposizione per apportare i cambiamenti che l’evoluzione dei vari sistemi richiede?

  19. Comment by andrea casadei ACK — January 22, 2009 @ 11:20 am

    ehehe,

    riformulo il postulato : “40enni, outlier da sempre, ancora in cerca di una classe politica con una visione”

    perchè è innegabile che ci siano dei momenti di definizione nella storia in cui crescono improvvise figure storiche in campi di applicazione diversi: a fine anni ‘70 in california non ci fu solo silicon valley ci fu anche l’esplosione dei grandi del cinema di oggi che attorno alla zoetrope di coppola fece crescere talenti come lucas, spielberg, griggio, borman e altri…

    quando parlo di classe politica con una visione parlo di una classe politica presentre nel tempo in cui governa, magari con un occhio anche al futuro…

    torno sul cinema di holliwood di fine anni settanta : la leggenda narra che nel giugno del ‘77 l’allora governatore della california vedendo una immensa coda di ragazzini davanti al china theatre, sapendo che doveva essere programmata “la stangata” si stupì della cosa. la segretaria gli disse che stavano invece programmando un Bmovie di fantascienza, dato che la stangata era in ritardo nella postproduzione, e che la sua sorellina e tutti i ragazzi di los angeles ne erano assolutamente entusiasti. il governatore chiese di fermare la macchina e si mise in coda… ne uscì entusiasta anche lui e volle conoscere il giovane e semisconosciuto regista, senza per altro riuscirci, dato che pieno di debiti fino al collo per finire il film, si era barricato in casa totalmente depresso per quello che i boss della 20th century fox davano per un flop annunciato e certo….

    il nome del governatore non è passato alla storia, per il bmovie ed il regista lascio a voi:
    Star Wars e George Lucas…

    :)

  20. Comment by Ivano — January 22, 2009 @ 1:43 pm

    Alla provocazione di Emanuele provo ad aggiungerci qualcosa, come potrebbe interpretarlo un noto saggista, poeta e umorista Italiano certo “Cetto La Qualunque” alias A. Albanese.

    Ma cosa sono questi outliers, io dico: A FANCULO GLI OUTLIERS!! :-)

    Anchio non ho letto il libro di Gladwell quindi mi riservo di parlare per voce della mia modesta esperienza. Bene! Un outlier, ma anche un leader diventa tale quando viene riconosciuto e sostenuto da qualcun’altro affinchè ricopra una simile funzione/posizione. Dunque è la gente, i tecnici, i collaboratori etc etc che elevano questi visionari e promotori di modelli di riferimento a leaders perchè si immedesimano, individuano e condividono un’idea o un progetto che questi propongono; intendo a tutti i livelli. Credo anche, come dice Bauhaus e Stefano, che questi outliers siano destinati/condannati a rimanere degli sfigati fino a quando qualcuno non li riconosce e li eleva al rango meritato. Quindi la funzione di chi eleva a leaders queste “particolari persone” penso che ricopra una funzione, anche se poco riconosciuta, probabilmente molto più importante dello stesso leaders. Poi ci sono gli intellettuali come M. Gladwell, ma anche E. De Bono e J. Freedman etc. che ci aiutano a pensare fornenduci degli spunti di riflessione, dei modelli di riferimento e delle indicazioni affinchè NOI possiamo farci un’idea su cosa sia più giusto per poi, alla fine, DECIDERE le nostre posizioni e/o scelte. Certo, non è facile. Ci vuole coraggio perchè delle decisioni sbagliate possono influire negativamente sulla propria carriera, sulla propria posizione sociale ma anche sui destini temporali di una nazione o, nel global network, influenzare un’intera cultura sociale.

    La crisi economico-finanziaria ci sta suggerendo che i paradigmi su cui facevano riferimento non tengono più. In gioco c’è, oltre ai nostri privilegi, anche una identità culturale che necessita di un rinnovamente per restare attuali nell’era globale… Dunque, scelte e decisioni da prendere quanto prima altrimenti rischiamo di restare per troppo tempo nel bel mezzo del disordine in cui siamo.

    Da cosa nasce cosa, anche nei sistemi complessi, e tutto parte dalle cose semplici, quel tipo di cose che spesso sottovalutiamo proprio perché sono semplici. Gli outliers, quando sono riconosciuti tali, sono soltanto la punta dell’iceberg. Sotto c’è molto ma molto di più.. cioè NOI!

  21. Comment by stefano — January 22, 2009 @ 2:31 pm

    emanuele

    la tua tesi è anche quella di david autretsch, autore di “the entrepreneurial society”. http://www.amazon.com/Entrepreneurial-Society-David-B-Audretsch/dp/0195183509/ref=sr_1_1?ie=UTF8&s=books&qid=1232626670&sr=1-1

    l’inizio del libro è folgorante (e anche utile per la nostra conversazione). descrive la scena del laureato in cui dustin hoffman chiede a un’avvenente signora che cosa dovrà combinare da grande. la risposta, nel versione inglese del film, è “plastics”. entra nella plastica, dustin, è il business del futuro, la grande azienda, agio e comodità.

    il nostro protagonista ha tutto il disagio degli outliers (senza avere né particolari competenze, né 10.000 ore di pratica in qualcosa che potesse contare). e ne combinerà di tutti i colori. però quel disagio diventerà il disagio di una generazione e, secondo audrestch, diventerà la molla di imprenditori che ascolteranno bob dylan così come oggi lo ascoltano i fan di obama.

    in italia questa tensione al cambiamento ha avuto ben altri esiti. da noi la voglia di rivoluzione non ha prodotto personal computer o pixar o star wars. molti dei nostri rivoluzionari hanno “concilato” preferendo comode posizioni nei partiti, alla rai, nei giornali, all’università.

    rivoluzionari “senza un discorso” hanno provato a mettere in piedi aziende di scarpe, di abiti, di macchine per tagliare la lamiera. oggi alcuni di questi sono diventati famosi grazie a marchi come diesel, gas, replay. ma questa storia della terza italia non ha mai avuto le parole per diventare proposta culturale a livello nazioale. i nostri outliers sono rimasti degli eccentrici fortunati, non una lezione per il paese.

    s.

  22. Comment by marco — January 22, 2009 @ 6:07 pm

    @stefano non credo che possiamo imputare ai nostri “rivoluzionari senza discorso” la colpa di non essere diventati una lezione per il paese. è che da noi è mancata totalmente un’industria culturale in grado di dare un senso all’azione dei nostri outlier. hollywood non si è fatta tanto pregare per celebrare lo stile di vita californiano. da noi la terza italia è stata guardata con sospetto quando non con orrore (la terra dei schei). in fin dei conti agli outlier non possiamo chiedere troppo. perfino steve jobs (il re degli outlier), per sua stessa ammissione http://www.youtube.com/watch?v=_5Z7eal4uXI, non sapeva bene a che cosa il pc sarebbe servito tanto che una delle prime pubblicità del mac era stata pensata per segnalarne l’utilità nel catalogare le ricette in cucina! steve jobs sapeva solo che prima o poi avrebbe cambiato la nostra vita.

    marco

  23. Comment by Giorgio Soffiato — January 22, 2009 @ 10:06 pm

    Marco, credo che outlier si nasca, prima di diventarlo. Mi ha colpito molto un discorso di Steve Jobs ad un’università americana in cui sostiene di aver gironzolato per le aule prima di capire che l’università era uno spreco di denaro per i suoi genitori, ha però avuto il tempo di frequentare casualmente un interessante corso di calligrafia dove ha appreso la scrittura, quella grande varietà di caratteri che oggi tutti utilizziamo volentieri nei nostri word processor. Se Steve Jobs non avesse fatto per caso un corso di calligrafia Microsoft non avrebbe copiato Mac e oggi non avremmo la scelta di caratteri, hai perfettamente ragione nel dire che quello che è possibile influenzare non è tanto il carattere o il comportamento degli outliers, è piuttosto interessante predisporre un “humus” che renda queste persone “fuori dagli schemi” capaci di esperimersi con progetti concreti, serve inoltre un meccanismo che amplifichi tali iniziative, è forse questo che può rendere un territorio, una rete, una nazione outlier di per sé, e non solo somma destrutturata di alcune eccellenze

  24. Comment by Massimo Benvegnù — January 23, 2009 @ 2:56 pm

    Anch’io ho il mio bel trittico per giustificare la teoria di Gladwell: se volevi diventare un cantore dell’America, dovevi nascere nel 1949 (Billy Joel: 9 maggio 1949, Bruce Springsteen: 23 settembre 1949, Tom Waits: 7 dicembre 1949). A sette anni iniziavi a venir turbato dalla prima apparizione di Elvis all’Ed Sullivan Show, a 15 i Beatles, sempre da Ed Sullivan, avrebbero completato l’opera e acceso definitivamente la vocazione. Potevi sempre contare su un “fratello maggiore” come Bob Dylan (1942), e negli anni Settanta c’erano ancora case discografiche in giro disposte a farti debuttare…
    Però, se la teoria di Gladwell può essere considerata rivoluzionaria per gli americani, può solo far sorridere chi, convivendoci a stretto contatto ogni giorno, l’aveva già formulata nelle sue mille accezioni. Da noi può appena appena trovare spazio nelle pagine di qualche giovane scrittore ribelle della Einaudi Stile Libero (cito da: Nicola Lagioia, Occidente per principianti, Einaudi 2004 “Sono gli anni Novanta. Continui a studiare in vista di un concorso. O fai praticantato in uno studio legale (gratis). O uno stage (sempre gratis). Hai una famiglia solida alle spalle. Tuo padre rappresenta spumanti per conto di una famosa ditta del nord-est. Ha l’esclusiva di Lazio, Campania, Puglia e Basilicata. Porta a casa ogni mese dai sei ai dieci milioni di lire, nero escluso. Ha la seconda media. Come è possibile che tu (si chiede senza dirtelo), dottore in legge, patente classe B, vacanze studio in Inghilterra, conoscenze informatiche (sì), stato civile (celibe), capacità di relazione con l’esterno (buone), globuli rossi (tanti), disponibile agli spostamenti (signorsì signore), come è possibile, si chiede guidando da Frosinone a Battipaglia la sua Fiat Duna col campionario sbattuto dentro il bagagliaio, come è possibile che una perfetta macchina da guerra benedetta dalle istituzioni riesca a malapena a macinare i soldi per l’affitto?”)
    Quale sarà il passo successivo? Visto che la prossima settimana Gladwell passerà dalla mia città per una conferenza (con tanto di regolare biglietto - 20 Euro a cranio - già ovviamente sold out) cercherò di sgattaiolare nel suo camerino e dargli un paio di dritte: dopo il problema del Tempo e del Periodo Storico, potrebbe anche analizzare quello dello Spazio e della Zona Geografica. In fondo la vera lotteria è nascere: nell’80% dei casi sei fregato (Africa, Asia, etc.), ma se nasci uomo di lettere a Martellago ti troverai al bar a leggere il Gazzettino sbottando, se nascevi ai Parioli magari finivi a fare il redattore al Riformista… Gladwell secondo voi capirà? ;-)

  25. Comment by leonardo — January 30, 2009 @ 6:26 pm

    apprezzo gladwell per la sua capacità di cucire diversi materiali intorno a un tema, sia esso “tipping point” o “blink” (books) o la segmentazione nel marketing (vedi suo speech in TED). Nel suo ultimo lavoro distillo due cose. La prima è la conferma di una natura “caotica” (e quindi con attrattori e frattali vari) dei fenomeni in natura che spesso vogliamo leggere solo in termini di medie e deviazioni standard. La seconda è la conferma che nella vita personale e professionale la fortuna conta moltissimo. Per fortuna intendo la somma di preparazione (vedi la questione delle 10k ore di practice) e opportunità (vedi la questione delle finestre temporali - spaziali - di network). Credo che sia compito di chi tiene corsi universitari far percepire il background di “preparazione” dietro ad ogni successo (non solo di matrice accademica, ovviamente), senza ovviamente nascondere l’importanza dell’opportunità. Comunque, nonostante il “tappo” politico dell’Italia attuale, credo stiamo attraversando un’epoca incredibilmente densa di opportunità.

  26. Comment by Stefano — January 30, 2009 @ 6:47 pm

    @leonardo
    rilancio con un grande classico:

    « La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione. »

    Seneca

  27. Comment by andrea casadei ACK — January 30, 2009 @ 9:08 pm

    ne ho scovato un’altro:

    amsterdam… primi anni ‘50… 4 ragazzini, crescono a pochi isolati di distanza uno dall’altro, e si ritrovano nello stesso campetto a giocare a calcio… Johan, Johan, rob, e rudy…
    sognano di dominare il calcio mondiale…

    nel 1974, l’olanda del calcio totale perde la finale mondiale contro la germania in casa loro e 4 anni dopo bissa contro l’argentina sempre in casa dell’avversario…

    i 4 ragazzini dominano il campo, come già da anni fanno nella loro squadra di club: l’ajax…

    ah, magari i nomi non vi dicono nulla… crujiff, neeskens, rensenbrink, krool…

    il calcio totale olandese ha vinto poco, ma resta immortale…

    come diceva herbert “il genio è la follia nel metodo”…

  28. Comment by Raffaele Napoli — October 29, 2009 @ 1:58 pm

    Un dato del libro di Gladwell ( ..in nomine homen?) mi ha molto interessato: comunque…diecimila ore sono comunque IMPRESCINDIBILI come conditio sine qua non per riuscire.
    Pensate ai risvolti che questa considerazione,se resa concretezza, avrebbe nel sistema educativo di qualunque Stato.
    Materna e primi due anni delle elementari come “vivaio”, luogo nel quale esporre i cuccioli d’uomo ad una variegata tavolozza di campi di applicazione della propria intelligenza e una volta che ciascuno ha individuato quale possa essere il campo privilegiato dal quale si sente maggiormente attratto, fornirgli tutti i percorsi migliori perché lo potenzi e vi si eserciti qualitativamente e…QUANTITATIVAMENTE al meglio ( non tralasciando certo anche altre materie e il divertimento, ma con la consapevolezza che non potrà raccontare in giro ” a me m’ha rovinato la guera…” come, per molti,si rivela il cercare facili giustificazioni di natura…esogena alla propria pigrizia).
    Forse è perché sono un musicista e per noi, lo studio di uno strumento quasi inevitabilmente comporta, se si vuole dominare la materia, 3 o 4 ore al giorno - come minimo - di studio per almeno dieci anni( in realtà…per tutta la vita).

    Grazie dell’attenzione…

  29. Comment by Stefano — October 31, 2009 @ 10:12 am

    Anche a me ha colpito la ricorrenza delle 10.000 ore come prerequisito all’eccellenza. Significa coltivare i propri talenti con ossessione, fin da piccoli, tralasciando un sacco di cose che, solitamente, consideriamo “qualità della vita”. Significa rischiare un pezzo importante dei nostri anni migliori senza sapere davvero se ne vale la pena.
    Non mi pare che il nostro sistema educativo sia programmato per assecondare questo tipo di talenti. Anzi mi pare che oggi faccia il contrario ovvero sia orientato prevalentemente a standardizzare il livello delle competenze dei nostri giovani. Non è necessariamente un male. Il soggetto pubblico garantisce i requisiti minimi; alla società civile a alle famiglie la possibilità di organizzare le cosiddette “eccellenze”.
    Come spiega Gladwell, il livello dell’eccellenza richiede un impegno tale da richiedere una mobilitazione diretta delle comunità locali, delle associzioni e delle famiglie secondo un principio di sussidiaretà.

  30. Comment by -.-' — October 31, 2009 @ 3:01 pm

    ammesso che esistano le “eccellenze” lo saprai solo alla termine delle 10k e passa ore se è un’eccellenza o meno. Quindi sarà la persona ad autovalutarsi e a rischiare, se non c’è una one best way per le aziende figurariamoci per le persone… tanto più che il tema è difficile da studiare quindi abbiamo poche indicazioni, quindi ci si può fare poco (anche un bambino di 4 anni sa autogiustificarsi ex-post). quindi che centrano la società civile e soprattutto le famiglie?

    P.S. in media la socialità ha un valore elevato, ma è sempre così? insomma senza gli altri non si fa niente?

  31. Comment by -.-' — October 31, 2009 @ 7:08 pm

    insomma anche queste cose rispondono alle regole dell’ imprenditorialità

  32. Comment by -.-' — October 31, 2009 @ 11:18 pm

    l’incertezza radicale è la normalità, che riduciamo con regole sociali, paradigmi,… ma c’è spazio per l’innovazione che rimescola totalmente le carte in tavola, anche se le indubbie qualità delle soluzioni all’incertezza ne riducono lo spazio e sembrano dire che c’è poco da cercare. è il solito compromesso tra efficienza operativa (la convergenza e coerenza che sono desunti con banalità dal modello) e creatività-innovazione oggettivamente difficile da inserire nel modello. e allora per coprire le falle saltano fuori i supereroi avvolti da un alone di mistero e con poteri quasi soprannaturali (come nei film e nelle religioni!), una volta sottoforma di imprenditori, un’altra di creativi,…

  33. Comment by -.-' — October 31, 2009 @ 11:30 pm

    sarebbe curioso sapere cosa pensino gli innovatori veri delle loro esperienze di scuola

  34. Pingback by MarketingArena »  Fuoriclasse, abilità e opportunità — January 2, 2010 @ 4:05 pm

    [...] di successo. Un mix di abilità anche esterne che ci porta, appoggiandoci al contributo di firstdraft sul tema, a confermare che la scienza del futuro non sarà tanto l’ottimizzazione delle [...]

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