Le ragioni del successo secondo Malcolm Gladwell

Il nuovo libro di Malcom Gladwell, l’autore di The Tipping Point (Il punto critico) e di Blink (In un batter di ciglia), si intitola Outliers. Nella lingua degli statistici gli outlier sono valori anomali, troppo distanti dalle medie per essere presi considerazione come indicativi di una certa popolazione. Gladwell (lui stesso, per molti versi, un outlier) ha deciso di studiare le storie di uomini straordinari per mettere in discussione il tradizionale ritornello sulle virtù del self made man capace di imporsi contro ogni avversità. Secondo Gladwell, i risultati – anche eccezionali – di artisti, sportivi, uomini d’affari sono il frutto di un ambiente che fornisce particolari opportunità. Anche nella società più meritocratica del mondo (gli Stati Uniti), essere parte di una comunità specifica, poter accedere a determinate relazioni, disporre di un’educazione e di contatti selezionati, alla fine, fa la differenza.
Fin qui, nulla che un lettore italiano possa trovare particolarmente sorprendente. In una società che secondo i più ha ben poco di meritocratico, l’idea che il successo dipenda principalmente da un contesto favorevole sorprende, al limite,  per la sua ovvietà. In realtà, l’argomentazione di Gladwell offre qualche spunto in più. Prendiamo ad esempio i grandi capitalisti di tutti i tempi. Gladwell ripercorre la lista delle grandi fortune americane e scopre che i vari Rockfeller, Carnegie, Gould, Morgan, Pullman, Armour sono nati tutti nello stesso decennio (tra il 1830 e il 1840). Essere nati in questi anni è stata una gran fortuna. Perché persone di talento hanno potuto incrociare le loro qualità con una serie di opportunità che poche volte di sono riproposte nella storia dell’umanità. Questi grandi personaggi avevano dalla loro l’intelligenza e la competenza in quella particolarissima fase storica che abbiamo imparato a conoscere come la seconda rivoluzione industriale.
La storia si è ripetuta più o meno cento anni dopo. Se andiamo a guardare la biografia dei grandi nomi della rivoluzione informatica scopriamo che le loro carte di identità hanno somiglianze impressionanti. Bill Gates è nato nell’ottobre del 1955; Paul Allen nel gennaio del 1953; Steve Jobs nel febbraio del 1955; Eric Schmidt nell’aprile del 1955; Scott Mc Nealy nel novembre del 1954. Tutti questi talenti hanno avuto dalla loro parte la fortuna di avere poco più di vent’anni (un’età a cui si prendono dei rischi senza pensare al mutuo prima casa) e già molta esperienza alle spalle (10.000 ore di pratica ad alto livello) nel momento in cui nasceva l’era del personal computer. Chi era lì in quel momento con la necessaria competenza ha potuto segnare la storia.
E gli altri? Nonostante il talento e le qualità è difficile farsi strada in terra ostile. Un avvocato che aveva vent’anni durante la grande depressione lavorava per venticinque dollari al mese senza grandi possibilità. Se i suoi figli hanno intrapreso la stessa carriera e si sono affacciati alla professione all’inizio degli anni ’80 hanno beneficiato di una fase storica irripetibile, quella dei primi takeover ostili che hanno fatto la ricchezza di tanti avvocati di Wall Street. A parità di intelligenza e competenza i primi hanno tirato la cinghia, i secondi hanno vissuto lusso e celebrità.
Insomma, il successo dipende dal talento ma anche dalla capacità di intercettare quei grandi cambiamenti che la teoria economica ha chiamato cambiamenti di paradigma. I paradigmi economici sono strutture che tendono a dare coerenza a variabili sociali e economiche che consentono di valorizzare particolari opportunità di ordine tecnologico. Grandi innovazioni come l’energia elettrica, la diffusione delle ferrovie o l’informatica innescano cambiamenti di paradisma. Essere protagonisti di queste grandi trasformazioni nella loro fase iniziale rappresenta un’opportunità irripetibile. Chi c’è c’è; chi non c’è aspetti la prossima.
Negli Stati Uniti, le critiche a Outliers sono state contrastate. C’è chi apprezza lo stile e il personaggio, e chi è scettico sul metodo (Gladwell racconta ricerca altrui, anche se in modo molto originale). In Italia potrebbe essere un’ottima lettura per quelli che si ostinano a proporre una caricatura della meritocrazia su cui anche gli americani iniziano a riflettere in modo più acuto. La lezione di Gladwell, dalle nostre parti, suona abbastanza chiara: non servono altri test e altri esamini ai trenta-quarantenni nostrani per vedere quanto valgono veramente. Servono opportunità per dimostrare il proprio talento. Nel nostro paese non mancano le competenze. Mancano le occasioni per metterle a valore.

Stefano

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