Ma gli italiani sono ricchi?

L’ultima indagine della Banca d’Italia sulla ricchezza degli italiani conferma l’ipotesi che – nonostante le difficoltà di accrescere i livelli di produzione e, quindi, del reddito – l’Italia è un paese sempre più ricco. Questo paradosso può essere in parte spiegato precisando la differenza fra reddito e ricchezza. Il reddito corrisponde al valore economico dei beni e dei servizi prodotti in un anno dai cittadini di un paese e fra loro distribuito sotto forma di salari, profitti e rendite in ragione della diversa partecipazione al processo produttivo. La ricchezza è invece lo stock di attività reali (case e terreni) e finanziarie (azioni, obbligazioni e liquidità) accumulato nel tempo dai cittadini residenti in un paese. E’ evidente che fra i due fenomeni c’è una qualche relazione: nessuna ricchezza può essere accumulata senza reddito, in particolare senza risparmio, cioè la parte di reddito che non va ai consumi. L’aspetto interessante è, però, che gli italiani misurano un rapporto fra “ricchezza netta” (attività meno passività, cioè al netto dei debiti) e “reddito disponibile” (al netto delle imposte) pari a 8,1: un valore superiore a tutte le principali economie al mondo. Quello della ricchezza è un un aspetto spesso sottovalutato nelle analisi economiche. Eppure, si tratta di una questione tutt’altro che marginale: una famiglia è ricca non solo perché percepisce oggi un certo reddito, ma perché ha alle spalle una storia di accumulazione, ovvero una accorta gestione del patrimonio trasmesso attraverso le generazioni. Tanto più cresce la base della ricchezza familiare, tanto più per il benessere di quella famiglia conterà il capital gain rispetto al reddito. Ma vediamo qualche numero. All’inizio del 2008 ogni famiglia italiana disponeva, in media, di una “ricchezza netta” di 360mila euro, per un totale di 8.500 miliardi di euro. Certo – come ricordava Trilussa – le medie sono peggio delle bugie, ed è perciò importante guardare anche alla distribuzione . Tuttavia, è interessante osservare che solo il 3% delle famiglie italiane ha debiti che superano il valore del patrimonio, e anche questo ci distingue, in positivo, dagli altri paesi. Inoltre, la recente crisi dei mercati finanziari ha indubbiamente avuto un effetto re-distributivo: chi possedeva attività finanziarie private (circa il 20% dei patrimoni) ha ridimensionato la propria ricchezza, mentre chi non possedeva nulla, o disponeva solo di beni immobili, ha così migliorato la sua “posizione relativa”. Ma l’aspetto sul quale meditare è il tasso di crescita della ricchezza, determinato dai flussi di risparmio più l’aumento del valore netto delle attività: negli ultimi dieci anni – un periodo ritenuto critico per l’economia italiana – tale crescita è stata, in valore corrente, superiore al 6% all’anno!

Proviamo a fare un’ultima considerazione: se ogni famiglia italiana investisse, come una Fondazione, il proprio patrimonio in un insieme di attività reali e finanziarie, ricevendo nel lungo periodo un interesse reale corrispondente al tasso di crescita media dell’economia mondiale, potrebbe contare su un reddito da capitale di 18mila euro all’anno. In Veneto, tale valore salirebbe a quasi 22mila euro, che corrisponde ad un terzo del reddito familiare medio! Che senso ha misurare ancora benessere, posizione sociale e politiche previdenziali solamente in base al lavoro che facciamo? Sindacato e partiti (di sinistra) hanno afferrato il concetto?

Giancarlo  

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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