L’ananas e il radicchio rosso

Qualche giorno fa, il ministro dell’agricoltura ha dispensato, urbi et orbi, l’ennesimo consiglio per una gastronomia localisticamente corretta: vietato mangiare l’ananas a Natale! Il consiglio segue una lunga lista di ricette autarchiche, il cui obiettivo dovrebbe essere quello di proteggere i prodotti eno-gastronomici tipici e di qualità dall’invasione dell’agricoltura globale. Infatti, prendendo a riferimento i dettami della “filiera corta”, in ogni luogo si dovrebbero consumare solo i prodotti che quel luogo riesce a produrre. Dunque, considerato che l’ananas non è prodotto in Italia, in Italia non deve essere consumato. Che dire di fronte a questa ulteriore espressione del protezionismo nostrano? A parte il sentimento di insofferenza che ogni individuo libero dovrebbe provare ogni qualvolta un’autorità cerca di ridurre la libertà di scelta dei consumatori, come si fa a non vedere che questa politica autarchica rappresenterebbe proprio la morte dei prodotti tipici e di qualità in nome dei quali viene sbandierata?
Se in Italia non si deve mangiare l’ananas a Natale, a rigor di logica nessuno a Rio de Janeiro o Città del Messico, a New York come a Mosca, dovrebbe allora consumare il radicchio rosso di Treviso o il prosciutto di San Daniele, né sorseggiare il prosecco di Valdobbiadene o una grappa di Bassano. Questa malintesa idea di localismo non riesce a vedere che il valore delle tipicità locali è in stretta relazione con le dimensioni del mercato di domanda: se il Brunello di Montalcino si consumasse solo a Montalcino, non avremmo certo l’alta qualità di questo vino delizioso! E’ solo perchè il Brunello, oltre a Firenze, si beve anche nei ristoranti di Tokio e Los Angeles che i produttori di Montalcino possono garantire un processo produttivo complesso e molto costoso. L’alto costo (marginale) di produzione, può infatti essere ripagato solo da livelli di prezzo assicurati dall’ampiezza della domanda. La sostenibilità economica di tale processo dipende, perciò, dall’apertura dei mercati, non dall’autarchia. E solo se il processo produttivo è economicamente sostenibile si riuscirà ad assicurare ai consumatori di tutto il mondo, italiani compresi, le straordinarie qualità di un prodotto “tipico”.
I numeri, del resto, ci dicono che la razionalità economica vale più delle dichiarazioni di un ministro: per l’Italia, il valore di alimentari e bevande vendute all’estero ammonta a 20 miliardi di euro, il 5,5% del totale dell’export nazionale. Dal 2001 al 2006, nonostante il tasso di cambio sfavorevole, questo valore è cresciuto del 30%, 10 punti oltre la media dei prodotti industriali. E’ cresciuto anche l’import, com’è giusto che sia. Lo sviluppo del commercio internazionale dei prodotti alimentari significa, infatti, che sono premiate le specificità locali – gli economisti le chiamano “vantaggi comparati” – a beneficio sia del reddito dei produttori, sia del palato – molto spesso anche del portafoglio – dei consumatori.

Giancarlo

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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