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	<title>Comments on: Due modi diversi di interpretare la sostenibilità</title>
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	<description>Creatività ed Innovazione</description>
	<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 18:56:51 +0000</pubDate>
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		<title>By: stefano</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/12/09/due-modi-diversi-di-interpretare-la-sostenibilita/#comment-56148</link>
		<dc:creator>stefano</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Jan 2009 15:52:28 +0000</pubDate>
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		<description>Maddalena
un qualche legame fra brevetti e innovazione (per quanto ci possano stare antipatici i brevetti) esiste. E soprattutto se parliamo di vecchi o nuovi artigiani.

Gli artigiani di un tempo conoscevano il mestiere, ma non erano in grado di beneficiare (né di contribuire) al circuito internazionale della ricerca e dell'innovazione tecnologica. Padroneggiavano conoscenze tacite (come si usa dire in economia), che però non riuscivano a codificare e a valorizzare dentro una logica di mercato più ampia del contesto locale in cui erano inseriti. 

I nuovi artigiani (come i signori di cui si parla in questo blog) non sono più soggetti marginali proprio perché le loro pratiche (il loro mestiere, il loro rapporto con la materia) non è più ai margini dello sviluppo e dei saperi. La misura della loro capacità di stare nelle reti internazionali del sapere è data anche dalla capacità di brevettare.

Ciò detto mi pare che siamo più d'accordo che no, almeno nella sostanza. Queste nuove piccole imprese (di cui si parla parecchio su firstdraft) sono uno degli elementi più interessanti del contemporaneo del nostro paese. 

Che Sennett abbia in mente davvero Valcucine? A questo punto tanto vale chiamarlo dalle nostre parti e chiederglielo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Maddalena<br />
un qualche legame fra brevetti e innovazione (per quanto ci possano stare antipatici i brevetti) esiste. E soprattutto se parliamo di vecchi o nuovi artigiani.</p>
<p>Gli artigiani di un tempo conoscevano il mestiere, ma non erano in grado di beneficiare (né di contribuire) al circuito internazionale della ricerca e dell&#8217;innovazione tecnologica. Padroneggiavano conoscenze tacite (come si usa dire in economia), che però non riuscivano a codificare e a valorizzare dentro una logica di mercato più ampia del contesto locale in cui erano inseriti. </p>
<p>I nuovi artigiani (come i signori di cui si parla in questo blog) non sono più soggetti marginali proprio perché le loro pratiche (il loro mestiere, il loro rapporto con la materia) non è più ai margini dello sviluppo e dei saperi. La misura della loro capacità di stare nelle reti internazionali del sapere è data anche dalla capacità di brevettare.</p>
<p>Ciò detto mi pare che siamo più d&#8217;accordo che no, almeno nella sostanza. Queste nuove piccole imprese (di cui si parla parecchio su firstdraft) sono uno degli elementi più interessanti del contemporaneo del nostro paese. </p>
<p>Che Sennett abbia in mente davvero Valcucine? A questo punto tanto vale chiamarlo dalle nostre parti e chiederglielo.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>By: Maddalena Di Tolla Deflorian</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/12/09/due-modi-diversi-di-interpretare-la-sostenibilita/#comment-56015</link>
		<dc:creator>Maddalena Di Tolla Deflorian</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Dec 2008 14:25:07 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.firstdraft.it/?p=353#comment-56015</guid>
		<description>Solo due rapide considerazioni: 1) Richard Sennet (che per chi non lo sapesse è anche compagno di vita e ricerca della grande sociologa Sasskia Sassen, le cui letture sui cambiamenti fondativi delal globalizzazione sono illuminanti)non dice che dobbiamo tornare indietro ma propone in modo complesso, di andare avanti migliorando però il grado di  libertà e di indipendenza strutturale di chi crea valore (artigiani quindi non contro l'industria ma artigiani non succubi della finanziarizzazione della produzione industriale). L'artigianato di cui parla Sennet è ultramoderno, non retrogrado. Siamo vicini insomma anche a Vandana Shiva, che fa più ricerca sociale ed economica di tanti finti innovatori! Entrambi si preoccupano dei gradi di libertà e non di fare passi indietro!
2) Io sono Presidente di Legambiente Trento, conosco bene il mondo delle associazioni ambientaliste e guardate che ci sono un sacco di ambientalisti in questo Paese che fanno compromessi utili, che ricercano soluzioni praticabili, che praticano una seria analisi economica. La decrescita è un tassello (far decrescere lo spreco, i consumi stupidi e evitabili), il secondo tassello è ovviamente l'innovazione, che però deve essere strutturale. I brevetti non hanno niente a che vedere con l'innovazione. Hanno a che vedere con la struttura delle proprietà intellettuale, che è altra cosa. Pensatee solo a questo: se chi ha inventato la chioccioal (@) del web l'avesse brevettata, il nostro grado di libertà di comunicare sarebbe molto limitato, perchè la chiocciola avrebbe un costo! Era una grande innovazione, gratuita, però. Quindi, bisogna distinguere gli ambiti e non generalizzare le analisi.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Solo due rapide considerazioni: 1) Richard Sennet (che per chi non lo sapesse è anche compagno di vita e ricerca della grande sociologa Sasskia Sassen, le cui letture sui cambiamenti fondativi delal globalizzazione sono illuminanti)non dice che dobbiamo tornare indietro ma propone in modo complesso, di andare avanti migliorando però il grado di  libertà e di indipendenza strutturale di chi crea valore (artigiani quindi non contro l&#8217;industria ma artigiani non succubi della finanziarizzazione della produzione industriale). L&#8217;artigianato di cui parla Sennet è ultramoderno, non retrogrado. Siamo vicini insomma anche a Vandana Shiva, che fa più ricerca sociale ed economica di tanti finti innovatori! Entrambi si preoccupano dei gradi di libertà e non di fare passi indietro!<br />
2) Io sono Presidente di Legambiente Trento, conosco bene il mondo delle associazioni ambientaliste e guardate che ci sono un sacco di ambientalisti in questo Paese che fanno compromessi utili, che ricercano soluzioni praticabili, che praticano una seria analisi economica. La decrescita è un tassello (far decrescere lo spreco, i consumi stupidi e evitabili), il secondo tassello è ovviamente l&#8217;innovazione, che però deve essere strutturale. I brevetti non hanno niente a che vedere con l&#8217;innovazione. Hanno a che vedere con la struttura delle proprietà intellettuale, che è altra cosa. Pensatee solo a questo: se chi ha inventato la chioccioal (@) del web l&#8217;avesse brevettata, il nostro grado di libertà di comunicare sarebbe molto limitato, perchè la chiocciola avrebbe un costo! Era una grande innovazione, gratuita, però. Quindi, bisogna distinguere gli ambiti e non generalizzare le analisi.</p>
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	<item>
		<title>By: Ivano Urban</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/12/09/due-modi-diversi-di-interpretare-la-sostenibilita/#comment-52404</link>
		<dc:creator>Ivano Urban</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Dec 2008 11:00:20 +0000</pubDate>
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		<description>Stefano,
spero di poter condividere insieme le eventuali "avvertenze" di Centazzo...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Stefano,<br />
spero di poter condividere insieme le eventuali &#8220;avvertenze&#8221; di Centazzo&#8230;</p>
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	</item>
	<item>
		<title>By: Ivano Urban</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/12/09/due-modi-diversi-di-interpretare-la-sostenibilita/#comment-52400</link>
		<dc:creator>Ivano Urban</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Dec 2008 10:47:12 +0000</pubDate>
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		<description>Credo ormai condivisa l'idea che il design -forma- sia un ottimo mezzo per introdurre nuove tecniche -sostanza-, in grado di modificare e/o cambiare i nostri stili di vita e abitudini per uso e consumo delle materie prime -energia compresa-. I super-conduttori e il tanto decantato idrogeno per il momento risultano essere una mera utopia. Quando adoperiamo plastica biodegradabile -poliamidi prodotti dal mais- e il bio-fuel e/o etanolo da trazione -anche questi derivati del mais e della canna da zucchero-, è bene ricordare quanta gente al mondo muore di fame ogni giorno; così tanto per comprendere cosa sia questa eco-sostenibilità che i santoni della scienza, J. Rifkin in testa, di tanto in tanto ci propinano...

E' altrettanto vero che l'inerzia acquisita dalla gigantesca macchina economico-industriale non si può fermare, sarebbe utopistico il solo pensiero. Dunque, parlando di macro-sistemi ecosostenibili, le uniche questioni che secondo me devono essere tenute in considerazione sono il buon uso delle materie prime al fine di diluirne il più possibile nel tempo il loro consumo: che gioco forza riconduce a un risparmio, possibilmente senza privazioni...

Il design in un simile contesto di operatività, come dicevo all'inizio, gioca un ruolo fondamentale nell'ipotesi intenzionale di far cambiare abitudini e stili di vita alla gente. Come mettere l'olio di fegato di merluzzo nelle pappette dei bambini sennò non lo prendono, tanto per intenderci. Design e comunicazione&#38;marketing sono discipline strettamente collegate per tali intenti: la prima per proporre nuove soluzioni di prodotto con una stretta correlazione, per un verso o per un altro, con la eco-compatibilità generalizzata, e la seconda con il compito di agevolare la suo introduzione sul mercato adoperandosi per far diventare "moda" il nuovo prodotto-sistema-servizio.

Bene, se accettata la tesi esposta dovremmo aprire una nuova branca del design da contrapporre come possibile alternativa al convenzionale studio delle proporzioni, e cioè: design quale diretta conseguenza di un nuovo apporto tecnico che ne migliori le prestazioni e la funzionalità del prodotto. Come diceva l'Artista e Architetto Antoni Gaudì: ciò che è funzionale è anche bello.

Anche il designer, in tempi in cui si parla tanto ell'importanza "dell'economia della conoscienza", si deve evolvere implementando maggiormente le proprie conoscenze nelle discipline tecnico-scientifiche,allo scopo di individuare un giusto equilibrio tra "forma" e "sostanza" condivisibili con l'attualità delle problematiche temporali.

Non basta più avere come obiettivo la forma estetica o proporre innovazioni tecniche che si limitino al chiavistello della porta/antina o all'interuttore della lampada. Credo che bisogna fare di più "less is more" come dice Fabrizio.

PS: se a qualcuno interessa lo status quo sulla proprietà intellettuale/industriale di qualcuno, vi consiglio questi tre link:

Archivio mondiale dei brevetti EPO:
http://ep.espacenet.com/

Questo invece relaziona sul processo di brevettazione di una ipotetica nuova invenzione:
http://www.epoline.org/portal/public/!ut/p/kcxml/04_Sj9SPykssy0xPLMnMz0vM0Y_QjzKLN4i3dAfJgFjGpvqRqCKOcAFvfV-P_NxU_QD9gtzQiHJHRUUAedRa9w!!/delta/base64xml/L0lDU0NUTzdvSko3dWFDU1lKQ2dwUkEhIS9vSG9RQUFJUUpBQU1ZeGpHTVVwakdLWXd4bUljRklVdUNBISEvNEpGaUNPc1RsRTZDdUEySnlpZEJYZnJDRlpzT1liaEUvN18wX0cyLzE5NDgyNTIvb3JnZXBvbGluZXBvcnRhbGZyYW1ld29ya3BvcnRsZXRiYXNlU3RhdGVQb3J0bGV0QmFzZUFjdGlvbi9vcmcuZXBvbGluZS5wb3J0YWwuYXBwbGljYXRpb25zLnJlZ2lzdGVycGx1cy5wb3J0bGV0LlJQQWN0aW9uU2VhcmNo

Questo è la stessa cosa del secondo relativamente ai brevetti USA, per questo però vi serve il numero della pubblicazione del documento che dovete cercare:
http://portal.uspto.gov/external/portal/pair

a riPS: sulla pagina che si apre con il secondo link (epoline) cliccate su “register Plus” &gt; selezionate “applicant” o “inventor” ci infilate il nome and go…</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Credo ormai condivisa l&#8217;idea che il design -forma- sia un ottimo mezzo per introdurre nuove tecniche -sostanza-, in grado di modificare e/o cambiare i nostri stili di vita e abitudini per uso e consumo delle materie prime -energia compresa-. I super-conduttori e il tanto decantato idrogeno per il momento risultano essere una mera utopia. Quando adoperiamo plastica biodegradabile -poliamidi prodotti dal mais- e il bio-fuel e/o etanolo da trazione -anche questi derivati del mais e della canna da zucchero-, è bene ricordare quanta gente al mondo muore di fame ogni giorno; così tanto per comprendere cosa sia questa eco-sostenibilità che i santoni della scienza, J. Rifkin in testa, di tanto in tanto ci propinano&#8230;</p>
<p>E&#8217; altrettanto vero che l&#8217;inerzia acquisita dalla gigantesca macchina economico-industriale non si può fermare, sarebbe utopistico il solo pensiero. Dunque, parlando di macro-sistemi ecosostenibili, le uniche questioni che secondo me devono essere tenute in considerazione sono il buon uso delle materie prime al fine di diluirne il più possibile nel tempo il loro consumo: che gioco forza riconduce a un risparmio, possibilmente senza privazioni&#8230;</p>
<p>Il design in un simile contesto di operatività, come dicevo all&#8217;inizio, gioca un ruolo fondamentale nell&#8217;ipotesi intenzionale di far cambiare abitudini e stili di vita alla gente. Come mettere l&#8217;olio di fegato di merluzzo nelle pappette dei bambini sennò non lo prendono, tanto per intenderci. Design e comunicazione&amp;marketing sono discipline strettamente collegate per tali intenti: la prima per proporre nuove soluzioni di prodotto con una stretta correlazione, per un verso o per un altro, con la eco-compatibilità generalizzata, e la seconda con il compito di agevolare la suo introduzione sul mercato adoperandosi per far diventare &#8220;moda&#8221; il nuovo prodotto-sistema-servizio.</p>
<p>Bene, se accettata la tesi esposta dovremmo aprire una nuova branca del design da contrapporre come possibile alternativa al convenzionale studio delle proporzioni, e cioè: design quale diretta conseguenza di un nuovo apporto tecnico che ne migliori le prestazioni e la funzionalità del prodotto. Come diceva l&#8217;Artista e Architetto Antoni Gaudì: ciò che è funzionale è anche bello.</p>
<p>Anche il designer, in tempi in cui si parla tanto ell&#8217;importanza &#8220;dell&#8217;economia della conoscienza&#8221;, si deve evolvere implementando maggiormente le proprie conoscenze nelle discipline tecnico-scientifiche,allo scopo di individuare un giusto equilibrio tra &#8220;forma&#8221; e &#8220;sostanza&#8221; condivisibili con l&#8217;attualità delle problematiche temporali.</p>
<p>Non basta più avere come obiettivo la forma estetica o proporre innovazioni tecniche che si limitino al chiavistello della porta/antina o all&#8217;interuttore della lampada. Credo che bisogna fare di più &#8220;less is more&#8221; come dice Fabrizio.</p>
<p>PS: se a qualcuno interessa lo status quo sulla proprietà intellettuale/industriale di qualcuno, vi consiglio questi tre link:</p>
<p>Archivio mondiale dei brevetti EPO:<br />
<a href="http://ep.espacenet.com/" rel="nofollow" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/ep.espacenet.com/?referer=');">http://ep.espacenet.com/</a></p>
<p>Questo invece relaziona sul processo di brevettazione di una ipotetica nuova invenzione:<br />
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<p>Questo è la stessa cosa del secondo relativamente ai brevetti USA, per questo però vi serve il numero della pubblicazione del documento che dovete cercare:<br />
<a href="http://portal.uspto.gov/external/portal/pair" rel="nofollow" onclick="pageTracker._trackPageview('/outgoing/portal.uspto.gov/external/portal/pair?referer=');">http://portal.uspto.gov/external/portal/pair</a></p>
<p>a riPS: sulla pagina che si apre con il secondo link (epoline) cliccate su “register Plus” > selezionate “applicant” o “inventor” ci infilate il nome and go…</p>
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	</item>
	<item>
		<title>By: stefano</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/12/09/due-modi-diversi-di-interpretare-la-sostenibilita/#comment-52389</link>
		<dc:creator>stefano</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Dec 2008 09:30:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.firstdraft.it/?p=353#comment-52389</guid>
		<description>Ivano 
grazie dell'indicazione. Girerò l'osservazione al diretto interessato (che è poi la fonte del numero che ho citato). Magari anche lui ha qualche avvertenza a riguardo.

Nella sostanza però il ragionamento non cambia. L'artigiano classico (quello che amiamo dipingere chiuso nella sua bottega) ereditava il mestiere dalla tradizione. Il nuovo artigiano fa ricerca, si confronta con i nuovi materiali, mette insieme tecnologie che provengono da contesti produttivi diversi. 
Insomma, è qualcosa di nuovo che merita di essere capito.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ivano<br />
grazie dell&#8217;indicazione. Girerò l&#8217;osservazione al diretto interessato (che è poi la fonte del numero che ho citato). Magari anche lui ha qualche avvertenza a riguardo.</p>
<p>Nella sostanza però il ragionamento non cambia. L&#8217;artigiano classico (quello che amiamo dipingere chiuso nella sua bottega) ereditava il mestiere dalla tradizione. Il nuovo artigiano fa ricerca, si confronta con i nuovi materiali, mette insieme tecnologie che provengono da contesti produttivi diversi.<br />
Insomma, è qualcosa di nuovo che merita di essere capito.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>By: Ivano Urban</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/12/09/due-modi-diversi-di-interpretare-la-sostenibilita/#comment-52382</link>
		<dc:creator>Ivano Urban</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Dec 2008 08:56:46 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.firstdraft.it/?p=353#comment-52382</guid>
		<description>Stefano,
mi sono preso la briga di dare un'occhiata alla proprietà industriale in capo alla Valcucine di cui, certo Centazzo, risulta come inventore. Premetto che una invenzione è tale fino a prova contraria, quindi una domanda di brevetto non significa che è un brevetto. Inoltre, UIBM (Ufficio Italiano Brevetti e Marchi) fino al 1 Luglio 2008 non era abilitato a compiere i relativi esami di merito sullo stato della tecnica, dunque, tutti i brevetti italiani rilasciati prima di tale data contano poco più di niente.

La Valcucine non ha affatto 40 brevetti bens' solo 19 domande di brevetto di cui, quelle che hanno iniziato il processo brevettuale internazionale (3) non hanno ottenuto i requisiti necessari per diventare un brevetto. Allo stato dei fatti Valcucine non possiede una proprietà industriale internazionale e "Certo Centazzo" invidiato in tutto il mondo, di conseguenza, è un pseudo inventore. 

Ocio "Direttore" a non prendere fischi per fiaschi ;-)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Stefano,<br />
mi sono preso la briga di dare un&#8217;occhiata alla proprietà industriale in capo alla Valcucine di cui, certo Centazzo, risulta come inventore. Premetto che una invenzione è tale fino a prova contraria, quindi una domanda di brevetto non significa che è un brevetto. Inoltre, UIBM (Ufficio Italiano Brevetti e Marchi) fino al 1 Luglio 2008 non era abilitato a compiere i relativi esami di merito sullo stato della tecnica, dunque, tutti i brevetti italiani rilasciati prima di tale data contano poco più di niente.</p>
<p>La Valcucine non ha affatto 40 brevetti bens&#8217; solo 19 domande di brevetto di cui, quelle che hanno iniziato il processo brevettuale internazionale (3) non hanno ottenuto i requisiti necessari per diventare un brevetto. Allo stato dei fatti Valcucine non possiede una proprietà industriale internazionale e &#8220;Certo Centazzo&#8221; invidiato in tutto il mondo, di conseguenza, è un pseudo inventore. </p>
<p>Ocio &#8220;Direttore&#8221; a non prendere fischi per fiaschi <img src='http://www.firstdraft.it/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /></p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>By: Giuseppe</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/12/09/due-modi-diversi-di-interpretare-la-sostenibilita/#comment-52368</link>
		<dc:creator>Giuseppe</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Dec 2008 07:25:39 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.firstdraft.it/?p=353#comment-52368</guid>
		<description>caro Ringo, riponi la colt nella fondina!
Ti ringrazio per i complimenti in merito alle nostre esperienze lavorative precedenti. E' vero siamo stati facchini e ancora lo siamo.
Se fossimo interessati ad "arricchire le nostre tasche e al nostro vile guadagno" faremmo ben altro..
Elogico è una piattaforma che al secondo anno dalla sua nacita non si copre neanche le spese. Pensa che avidi inprenditori siamo. Hai ragione tu, dei veri facchini!
Ci piacerebbe però che il progetto creasse consapevolezza, sensibilità, lavoro attorno a questo tema. E ci piace l'idea di impegnarci in questa cosa, perchè in Italia di gente che parla e critica ce n'è fin troppa.

Giuseppe</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>caro Ringo, riponi la colt nella fondina!<br />
Ti ringrazio per i complimenti in merito alle nostre esperienze lavorative precedenti. E&#8217; vero siamo stati facchini e ancora lo siamo.<br />
Se fossimo interessati ad &#8220;arricchire le nostre tasche e al nostro vile guadagno&#8221; faremmo ben altro..<br />
Elogico è una piattaforma che al secondo anno dalla sua nacita non si copre neanche le spese. Pensa che avidi inprenditori siamo. Hai ragione tu, dei veri facchini!<br />
Ci piacerebbe però che il progetto creasse consapevolezza, sensibilità, lavoro attorno a questo tema. E ci piace l&#8217;idea di impegnarci in questa cosa, perchè in Italia di gente che parla e critica ce n&#8217;è fin troppa.</p>
<p>Giuseppe</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>By: ringo</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/12/09/due-modi-diversi-di-interpretare-la-sostenibilita/#comment-52243</link>
		<dc:creator>ringo</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2008 22:00:29 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.firstdraft.it/?p=353#comment-52243</guid>
		<description>Elogico e' una grandissima farloccata, creata da chi non e' per niente interessato ad ecologia ed innovazione, ma solo da ex-facchini che si improvvisano imprendtori neocom.
Tutto sotto questa grande bandiera verde, proposta unicamente perche' il nuovo modo di guadagnare e' essere eco-compatibili.
Probabilmente chi e' coinvolto in elogico adesso  50/60 anni fa avrebbe intrapreso sicuramente la promozione della plastica, del nucleare e del consumo sfrenato.
E' una gang di avidi, interessata solo ed unicamente al denaro, e non al rispetto dell'ambiente, pronta a scaricare il progetto dell'eco-compatibilita', con la prossima piattaforma che possa produrre denaro.
Diffidate di chi si presenta come eco-compatibile, unicamente per arrichire le propie tasche, e continuare a distruggere nel nome del proprio vile guadagno.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Elogico e&#8217; una grandissima farloccata, creata da chi non e&#8217; per niente interessato ad ecologia ed innovazione, ma solo da ex-facchini che si improvvisano imprendtori neocom.<br />
Tutto sotto questa grande bandiera verde, proposta unicamente perche&#8217; il nuovo modo di guadagnare e&#8217; essere eco-compatibili.<br />
Probabilmente chi e&#8217; coinvolto in elogico adesso  50/60 anni fa avrebbe intrapreso sicuramente la promozione della plastica, del nucleare e del consumo sfrenato.<br />
E&#8217; una gang di avidi, interessata solo ed unicamente al denaro, e non al rispetto dell&#8217;ambiente, pronta a scaricare il progetto dell&#8217;eco-compatibilita&#8217;, con la prossima piattaforma che possa produrre denaro.<br />
Diffidate di chi si presenta come eco-compatibile, unicamente per arrichire le propie tasche, e continuare a distruggere nel nome del proprio vile guadagno.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>By: stefano</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/12/09/due-modi-diversi-di-interpretare-la-sostenibilita/#comment-51844</link>
		<dc:creator>stefano</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2008 00:07:09 +0000</pubDate>
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		<description>@fabrizio
mi pare di capire che toccherà leggere sennett queste vacanze di natale. è chiaro che i resoconti di repubblica e del corriere non bastano per prendere posizione su problemi così complicati. dedicherò del tempo alla causa e magari ne uscirà un post.

ritorno invece sull'opposizione "capitalismo della conoscenza vs artigianato". su questo tema abbiamo già riflettuto in questo blog qualche settimana fa a proposito di qualità e di manifattura. http://www.firstdraft.it/2008/11/19/manifattura-estremista/. 

la creazione del valore, è questo che suggerisci, non passa solo attraverso gli estremi della catena del valore (ideazione e distribuzione del valore), ma anche attraverso una dimensione manifatturiera che richiede cura e ossessione di tipo artigianale. 
ancora una volta scopriamo che la conoscenza ha dimensioni diverse (anche in chiave economica) e che la possibilità di costruire strategie economiche sostenibili non può limitarsi al presidio di attività che manipolano simboli (come peraltro ha fatto la finanza). 

confesso di non cogliere ancora fino in fondo i tratti distintivi di questa innovazione artigianal/imprenditoriale. di certo sappiamo che esiste una differenza fra come i media amano ritrarre una certa imprenditorialità alla centazzo (enfatizzando il ritorno all'artigianato in senso classico), e di quello che valcunine è effettivamente in grado di mettere in campo (un'attività di ricerca applicata di tutto rispetto con al proprio attivo oltre 40 brevetti). valcucine, se devo rimanere sul caso specifico, è un artigiano che produce più ricerca dell'università in cui lavoro. 
è una contraddizione, questa dell'artigiano-knowledge worker, che consente di guardare alla stessa realtà da punti di vista molto diversi. non so se è di questa realtà che parla sennett; di certo vale la pena capire se si tratta di un'esperienza replicabile o di un'eccezione che conferma la regola.

s.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@fabrizio<br />
mi pare di capire che toccherà leggere sennett queste vacanze di natale. è chiaro che i resoconti di repubblica e del corriere non bastano per prendere posizione su problemi così complicati. dedicherò del tempo alla causa e magari ne uscirà un post.</p>
<p>ritorno invece sull&#8217;opposizione &#8220;capitalismo della conoscenza vs artigianato&#8221;. su questo tema abbiamo già riflettuto in questo blog qualche settimana fa a proposito di qualità e di manifattura. <a href="http://www.firstdraft.it/2008/11/19/manifattura-estremista/" rel="nofollow">http://www.firstdraft.it/2008/11/19/manifattura-estremista/</a>. </p>
<p>la creazione del valore, è questo che suggerisci, non passa solo attraverso gli estremi della catena del valore (ideazione e distribuzione del valore), ma anche attraverso una dimensione manifatturiera che richiede cura e ossessione di tipo artigianale.<br />
ancora una volta scopriamo che la conoscenza ha dimensioni diverse (anche in chiave economica) e che la possibilità di costruire strategie economiche sostenibili non può limitarsi al presidio di attività che manipolano simboli (come peraltro ha fatto la finanza). </p>
<p>confesso di non cogliere ancora fino in fondo i tratti distintivi di questa innovazione artigianal/imprenditoriale. di certo sappiamo che esiste una differenza fra come i media amano ritrarre una certa imprenditorialità alla centazzo (enfatizzando il ritorno all&#8217;artigianato in senso classico), e di quello che valcunine è effettivamente in grado di mettere in campo (un&#8217;attività di ricerca applicata di tutto rispetto con al proprio attivo oltre 40 brevetti). valcucine, se devo rimanere sul caso specifico, è un artigiano che produce più ricerca dell&#8217;università in cui lavoro.<br />
è una contraddizione, questa dell&#8217;artigiano-knowledge worker, che consente di guardare alla stessa realtà da punti di vista molto diversi. non so se è di questa realtà che parla sennett; di certo vale la pena capire se si tratta di un&#8217;esperienza replicabile o di un&#8217;eccezione che conferma la regola.</p>
<p>s.</p>
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		<title>By: Fabrizio</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/12/09/due-modi-diversi-di-interpretare-la-sostenibilita/#comment-51774</link>
		<dc:creator>Fabrizio</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Dec 2008 10:00:53 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.firstdraft.it/?p=353#comment-51774</guid>
		<description>è un giochetto retorico decisamente consunto quello di inventarsi un avversario, o un’alternativa, deboli o inesistenti per riuscire ad affermare un’idea. ed è un vero peccato che si ritenga necessario ricorrere al mezzuccio anche per sostenere l’idea e la cultura dell’innovazione che di suo, se è davvero tale, dovrebbe stare in piedi da sola. Invece no, come nelle fiabe, per far trionfare il bene pare che sia prima necessario tratteggiare a tinte fosche “il male”. Anche se non è poi così cattivo. Anche se proprio non esiste. Il vizio è sempre quello di farne una caricatura in modo che quello che vogliamo dire risalti di più e meglio. E così per parlare di innovazione e sostenibilità ci inventiamo “privazioni”, “regressioni” e “fondamentalismi” che esistono, al limite, come astratta ed elitaria affermazione ideologica (alla Latouche, per intenderci) ma non penetrano nel dibattito intellettuale diffuso e di certo non costruiscono pratiche sociali. Ma alla ricerca di qualche manifestazione di questa cultura regressiva che non c’è si finisce nell’imbarazzante abbaglio di leggere nel contributo di Sennett il suo esatto contrario. Una delle più articolate e lucide argomentazioni a sostegno di quella “cultura del fare” che anima ogni vera “società imprenditoriale” viene grossolanamente scambiata per nostalgia di un’economia chiusa, priva di ambizioni e di slanci innovativi. Ed invece, almeno dal mio punto di vista, il messaggio di Sennett viaggia parallelo a quello che, mi par di capire, si vuole affermare con questa linea di ricerca. Non ho avuto la grazia di assistere allo show del designer-imprenditore ma, da come lo descrivete, mi pare la plastica celebrazione di uno spirito artigianale inseparabile dalla creatività e dall’innovazione e legato senza soluzione di continuità all’iniziativa imprenditoriale. È in questa inestricabile commistione, secondo me e Richard Sennett, che va ricercato il tratto distintivo di un regime di produzione fondato su creatività, innovazione e design. Al contrario, la formulazione agonistica dei “due modi diversi di intendere…..” disaggrega e banalizza la complessità di quegli stessi fenomeni che pretende di comprendere. Non a caso, è proprio un designer e docente di design che ci ha consegnato, in estrema sintesi, la formula radicalmente alternativa: less is more. Forse sarebbe meglio ripartire da qui.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>è un giochetto retorico decisamente consunto quello di inventarsi un avversario, o un’alternativa, deboli o inesistenti per riuscire ad affermare un’idea. ed è un vero peccato che si ritenga necessario ricorrere al mezzuccio anche per sostenere l’idea e la cultura dell’innovazione che di suo, se è davvero tale, dovrebbe stare in piedi da sola. Invece no, come nelle fiabe, per far trionfare il bene pare che sia prima necessario tratteggiare a tinte fosche “il male”. Anche se non è poi così cattivo. Anche se proprio non esiste. Il vizio è sempre quello di farne una caricatura in modo che quello che vogliamo dire risalti di più e meglio. E così per parlare di innovazione e sostenibilità ci inventiamo “privazioni”, “regressioni” e “fondamentalismi” che esistono, al limite, come astratta ed elitaria affermazione ideologica (alla Latouche, per intenderci) ma non penetrano nel dibattito intellettuale diffuso e di certo non costruiscono pratiche sociali. Ma alla ricerca di qualche manifestazione di questa cultura regressiva che non c’è si finisce nell’imbarazzante abbaglio di leggere nel contributo di Sennett il suo esatto contrario. Una delle più articolate e lucide argomentazioni a sostegno di quella “cultura del fare” che anima ogni vera “società imprenditoriale” viene grossolanamente scambiata per nostalgia di un’economia chiusa, priva di ambizioni e di slanci innovativi. Ed invece, almeno dal mio punto di vista, il messaggio di Sennett viaggia parallelo a quello che, mi par di capire, si vuole affermare con questa linea di ricerca. Non ho avuto la grazia di assistere allo show del designer-imprenditore ma, da come lo descrivete, mi pare la plastica celebrazione di uno spirito artigianale inseparabile dalla creatività e dall’innovazione e legato senza soluzione di continuità all’iniziativa imprenditoriale. È in questa inestricabile commistione, secondo me e Richard Sennett, che va ricercato il tratto distintivo di un regime di produzione fondato su creatività, innovazione e design. Al contrario, la formulazione agonistica dei “due modi diversi di intendere…..” disaggrega e banalizza la complessità di quegli stessi fenomeni che pretende di comprendere. Non a caso, è proprio un designer e docente di design che ci ha consegnato, in estrema sintesi, la formula radicalmente alternativa: less is more. Forse sarebbe meglio ripartire da qui.</p>
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