Due modi diversi di interpretare la sostenibilità

Giovedì scorso (4 dicembre) abbiamo lanciato in VIU una nuova linea di ricerca sul design sostenibile in stretta collaborazione con alcune tra le più importanti aziende dell’arredamento made in Italy (Artemide, Casamania, Moroso, Tomasella, Valcucine, ecc.). Per presentare l’iniziativa, realizzata in collaborazione con la piattaforma di comunicazione di elogico, abbiamo organizzato una tavola rotonda, moderata da Adriano Favaro del Gazzettino, che ha coinvolto Gabriele Centazzo, designer-imprenditore di Valcucine, Giulio Iacchetti, designer, e Stefano Micelli, direttore di VIU. Dalla discussione sono emersi con chiarezza due modi contrapposti di interpretare il tema della sostenibilità ambientale. Vale la pena riprenderli.
Sostenibilità come privazione. L’idea è quella sostanzialmente di riportare indietro l’orologio della storia e ritornare all’equilibrio ecologico della pre-modernità. In questo senso, la sostenibilità significa rinuncia consapevole di tutte quelle attività che possono generare un danno all’ambiente (produzione industriale, utilizzo dell’automobile, riscaldamento) con conseguente forte critica alla società dei consumi (e dello spreco). Si richiamano in auge le virtù cardinali dell’autoconsumo e del riciclo che caratterizzano quella civiltà contadina e artigianale che ci siamo lasciati alle spalle. Una vita quindi più sobria ed essenziale, senza concessioni al superfluo.
Sostenibilità come innovazione. L’approccio è molto diverso rispetto a quello precedente. E’ Gabriele Centazzo che lo chiarisce: ”la necessità di rispettare criteri ambientali più stringenti è una fortissima spinta per le imprese alla ricerca di soluzioni innovative”. Proprio da qui nasce il percorso di profondo rinnovamento che ha portato Valcucine ha lavorare su quattro principi di base: durata (sia tecnica che estetica) del prodotto, basse emissioni tossiche, riciclabilità del prodotto, dematerializzazione (riduzioni della quantità di materie prime utilizzate). Proprio dal rispetto di questi quattro principi sono nati oltre 40 brevetti trai i quali l’anta più sottile al mondo e la cucina riciclabile al 100%. Innovazione è in questo senso non è solo tecnologia ma anche capacità di seguire percorsi non pianificati attraverso lo studio del contesto di utilizzo del prodotto.
Lo spiega bene Giulio Iacchetti raccontando la storia di moscardino, la forchetta che finisce in cucchiaio, prodotto per il quale ha vinto un compasso d’oro per il design. Inizialmente realizzato solo in Mater-Bi (plastica prodotta dal mais) per un consumo usa e getta, moscardino è oggi realizzato anche in plastica tradizionale. Una contraddizione? Solo apparente. Il prodotto piaceva così tanto che le persone non gettavano moscardino nella spazzatura, ma lo mettevano in lavastoviglie e lo riutilizzavano più volte. C’era bisogno quindi di un materiale capace di resistere nel tempo (il Mater-BI si decompone dopo pochi lavaggi). E’ proprio l’estetica un fattore importante da considerare nell’ambito della sostenibilità. Stefano Micelli riprende questo aspetto all’interno di una riflessione sul made in Italy. Le nostre imprese hanno puntato da tempo sul design come fattore distintivo. Devono oggi affrontare una nuova sfida: declinare l’estetica del prodotto con la sua sostenibilità. Il consumo svolge, da questo punto di vista, un ruolo strategico.
Il dibattito sul tema della sostenibilità è tutt’altro che concluso. Resta però una differenza di fondo tra chi pensa che la sostenibilità sia un ritorno al piccolo mondo antico dei propri nonni e chi invece ritiene che sia un’occasione per guardare avanti. Io mi sento più vicino ai secondi. Voi?

Marco

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27 Responses to Due modi diversi di interpretare la sostenibilità

  1. Stefano dicono:

    A proposito della contesa fra chi vorrebbe portare indietro le lancette dell’orologio e chi scommette sull’innovazione segnalo un lungo articolo di Repubblica di ieri sull’ultimo libro di Richard Sennett.

    Il tema, in questo caso, è quello del lavoro (la virtù dell’artigianato materiale contro l’evanescenza del knowledge worker), ma lo schema di ragionamento più o meno lo stesso: il futuro come ritorno a un equilibrio originale pre-modernità industriale.

    http://www.dirittiglobali.it/articolo.php?id_news=9651

  2. Matteo dicono:

    Mi pare una dicotomia superata da anni ormai.

  3. marco dicono:

    Non mi pare. C’è molta voglia in giro, vedi commento di Stefano, di ritorno al passato. L’ambiente si presta particolarmente bene a questo proposito.

    Marco

  4. Caos dicono:

    Con la crisi si vorrebbe andare avanti guardando all’indietro… pessima idea.
    La prima filosofia è di nicchia, la vedo dura che molti rinuncino a ciò che hanno per il bene comune.

  5. Valentina dicono:

    Il tema dell’innovazione è sicuramente l’aspetto più interessante che lega l’impresa, soggetto atto alla creazione di valore (nonchè di fatturato) alla sostenibilità ambientale, per anni considerato appannaggio di piccole nicchie di consumo attente e di pochi attivisti. Quello che di più interessante ho colto nella conferenza di cui ci parla Marco è stato che l’innovazione può risolvere questa tradizionale dicotomia tra industria e ambiente, grazie ad innovazioni non soltanto tecnologiche, nelle quali l’Italia delle 4A (abbigliamento,automazione-meccanica, agro-alimentare, arredo casa) fa fatica a competere con i più avanzati produttori di Germania, Regno Unito e US, ma soprattutto innovazioni di senso. Innovazioni nel senso del produrre e del consumare, che valorizzano i prodotti come il Moscardino non solo per la loro estetica ma per i valori che incorporano. Un tipo di innovazione, insomma, in cui l’Italia del Made in Italy può (e deve) giocarsi una battaglia importante nei mercati internazionali, battaglia in cui il design può rappresentare l’arma vincente per combinare estetica e sostenibilità con competitività.

  6. Stefano dicono:

    @matteo
    venerdì scorso ho partecipato alla presentazione del libro “Idea di Natura”.
    http://libreriarizzoli.corriere.it/libro/cadelo_elio_a_cura-idea_di_natura.aspx?ean=9788831795289

    Scienziati autorevoli si sono cimentati con un tema difficile (l’idea di natura appunto), dando vita a una raccolta di saggi che propone punti di vista molto diversi fra loro. Venerdì sera è stata l’occasione per una discussione in versione meno accademica.
    Tutti, dico tutti, hanno esordito dicendo che la natura non esiste, che dobbiamo rassegnarci a ripiegare su concetti più maneggiabili come quello di ambiente, e che ogni ipotesi di ritorno alla natura (inteso come ipotesi regressiva di equilibrio fra l’uomo e ciò che lo circonda) deve lasciare spazio a proposte in chiave “adattiva” (l’uomo e il suo mondo coevolvono e il problema è gestire una coevoluzione sostenibile).

    Trovo ragionevole la posizione di questi scienziati e in parte capisco pure l’aria benevolmente spazientita con cui ripetono a noi non addetti ai lavori che “la natura non esiste”. Così come trovo giusto sottolineare (è quello che fai nel commento) che il dibattito economico ha identificato da tempo l’innovazione come unica via praticabile per un futuro sostenibile.

    Eppure mi rendo conto che queste ipotesi “regressive”, che il dibattito scientifico ha liquidato da mo’, sono molto vive nel dibattito della cosiddetta opinione pubblica e trovano uno spazio considerevole sulla stampa (vedi anche il dibattito sull’artigianato che ho citato qui sopra).

    Il problema non mi pare legato a cosa cosa reputa essere vero la comunità scienfitica più avanzata, ma come mai idee che trovano un consenso scientifico forte non riescano ancora a diventare dominio comune. Alcune ragioni sono evidenti (la scienza è da tempo sul banco degli imputati in quanto “irresponsabile” di fronte alla politca), altre sono più sottili e probabilmente meriterebbero più attenzione.

    Ritornando all’incontro di giovedì scorso, segnalo volentieri che, per una volta, il tema dell’innovazione non è stato sviluppato da un quasi-premio-nobel ma da un imprenditore che ha proposto con straordinaria carica umana la sua posizione ai presenti.

    Questa sì è una novità.

    s.

  7. Ivano dicono:

    Bravi, Bravi Bravi! :-)) :-))

    Sembra proprio che quando l’acqua tocca el dadrè: Scienziati, Guru e pure anche gli immancabili “Para-Guru” si diano da fare per imparare a nuotare o, alla più disparata, restare a galla in qualche modo…

    Scusate il sarcasmo ma c’è qualcosa che forse vi sta sfuggendo. Se a Gennaio l’asta dei famosi BOT e CCT va deserta, o non come quanto auspicato, si prospettano tempi duri: default vi dice niente??

    Di solito sono i somari che si accorgono di essere arrivati a fine corsa quando sentono il tonfo.

    Mi sono letto “Piano B3.0” e mi sembra sia il quarantesimo libro scritto sul problema climatico-ambientale da Lester Brown in un trentennio. Dunque, mi vien da dire: meglio tardi che mai… A Venexia i dise anca: pitosto de un pugno so un ocio, se meio pitosto… :-)

  8. Caos dicono:

    @Ivano: il rischio di default c’è ma si potrebbe sempre far cassa vendendo asset dello stato senza rischio con un diritto di riacquisto al termine. Ad esempio se su Trenitalia si propagandasse il cambio di gestione e che non si faranno più ritardi e non ci saranno più ritardi uno ci crede anche, Mussolini docet.

  9. Matteo dicono:

    La dicotomia che propone Marco è non solo da tempo superata, ma rischia pure di non cogliere veramente un punto focale. Se vogliamo continuare a interpretare la società con l’ottica del consumo, pensate ad un particolare segmento, i consumatori di “sobrietà”. La sobrietà è una filosofia di vita, ma origina un sacco di innovazioni: ad esempio chi si costruisce una casa passiva può farlo per amore di sobrietà, eppure realizzare un edificio altamente spinto, con alte prestazioni ambientali e personalizzato, in un settore fortemente tradizionale. Chi vuole ridurre l’uso dell’auto utilizzerà ampiamente i servizi di web mobility, il car pooling, magari si comprerà un’auto ibrida perchè non sopporta di inquinare anche nei pochi spostamenti che fa.
    Se poi c’è qualcuno che veramente vuole tornare a vivere come nel passato, magari si ritirerà in un borgo medioevale assieme ad altre famiglie e lo recupererà, come succede negli ecovillaggi. Nessuno di questi signori comunque torna effettivamente al passato, ma propone pur sempre delle innovazioni.
    Alla fine della fiera, comunque, ed è bene che si cominci subito, bisogna tornare ai numeri. Forse non sarà nostro compito, e ognuno farà la sua parte, ma prendiamola come la lezione di educazione civica, una serie di conoscenze di base che tutti devono avere: quante risorse consumiamo come individui e come nazioni? Quanto di questo consumo è sostenibile? Di quanto dobbiamo rientrare come singoli, imprese, città, nazioni?
    Ho trovato straordinaria l’intervista di Fabio Fazio sabato a Renato Soru a “Che Tempo che Fa”. Credo che abbiamo bisogno di leader come lui, capaci di guardare al lungo termine, al perdurare di imprese, società, uomini, maggioranze politiche oltre la scadenza di budget trimestrali. Solo così la sostenibilità può diventare un obiettivo raggiungibile.

  10. Ivano dicono:

    Se Se… Caos, non farti sentire da nessuno… se no i te boccia :-)

    Io penso che forse ci dovremmo impegnare molto di più su come a fare per guadagnare di più… E quanto commentato in questo post ci sta dando degli indirizzi molto utili in tal senso…

    Ci troviamo di fronte a un cambiamento epocale che vuol dire, nella sostanza, che buona parte dell’economia mondiale necessita di essere reinventata. Ops, volevo dire ripensata… :-)

  11. giuseppe dicono:

    Non credo sia anacronistica la domanda di Marco, anzi mi sembra sia molto attuale.
    Fin dalla nascita di questa piattaforma uno dei punti fondamentali e imprescindibili per noi che l’abbiamo pensata era quello di non abbassare mai il tono della comunicazione e delle proposte.
    La convinzione che solo proponendo qualcosa di nuovo e diverso ci si potesse contrapporre alla tendenza ormai comune e molto in voga di pensare, comunicare e agire in modo GREEN-FREAK (con conseguente ritorno al passato) è stata una delle molle che ci hanno spinto ad ideare questo progetto.
    Elogico non è un progetto “ambientalista”, e non è nemmeno un progetto pensato per dar spazio a militanze ecologiste. Abbiamo immaginato quindi che come comunicatori avremmo dovuto chiarire il prima possibile ogni possibile fraintendimento ed ogni ambiguità.
    Mantenere alto il livello della comunicazione dicevamo…
    Il titolo del dibattito “la comunicazione della sostenibilità tra verità e mistificazione” è sembrato da subito molto ambizioso sia a noi che lo abbiamo pensato che a Adriano Favaro moderatore dell’incontro .
    L’idea era quella di raccontare per voce dei relatori quante verità si possono ascoltare in merito a questo tema. Micelli, Iacchetti e Centazzo sono stati perfetti ognuno nel proprio ambito nel raccontare cosa concretamente si è fatto finora e cosa si dovrà ancora fare.
    In particolare l’approccio visionario di Gabriele Centazzo è riuscito a creare un’interesse nella platea assolutamente unico. Ho visto manager ed industriali catturati dalla forza delle idee e dalla assolutà semplicità della comunicazione. Parole semplici e calibrate condite da esempi pratici molto efficaci hanno restituito forza e credibilità all’idea che si può veramente realizzare qualcosa di concreto, ed eccellente (come Valcucine) cambiando alcune priorità o semplicemente iniziando ad essere finalmente consapevoli.
    La “mistificazione” della sostenibilità invece ci piacerebbe affrontarla denunciando la spazzatura che vediamo quotidianamente, i vari prodotti “ecofriendly”, il “green design”, il “greenwashing” che deviano e disorientano i consumatori.

    Giuseppe

  12. Ivano dicono:

    Approposito di di eco-sostenibilità vi vorrei presentare, in ante-prima, il mio ultimo sforzo mentale: il “Pannello Solare Traslucido” che promette, grazie alle nuove tecniche applicate, un notevole risparmio energetico nella gestione degli edifici. Questo è il link a cui accedere per scaricare una scheda informativa di progetto:

    http://www.sendspace.com/file/x3ahkn

    I due concetti tecnici che costituiscono la sostanza delle innovazioni applicate sono molto curiosi, per la loro semplicità ovviamente. Le ricerche sullo stato della tecnica anteriore hanno dato esito negativo e, fino a prova contraria, per quanto la mia attuale esperienza tecnica mi insegna il “Pannello Solare Traslucido” presenta tutte le prerogative per diventare, quello che tecnicamente chiamano gli “esperti”, un brevetto di sbarramento.

    Se trovate il tempo di darci una letta, mi piacerebbe avere una vostra opinione in merito. Thanks :-)

  13. Matteo dicono:

    Giuseppe,
    prima parli di Green-Freak riferendoti ad ambientalisti retrogradi, e poi parli di Centazzo, che è un Ambientalista con la A maiuscola. Non capisco bene dove vuoi andare a parare.

  14. Giuseppe dicono:

    Matteo,
    nel mio commento facevo esclusivamente riferimento al progetto e alle linee guida che ci siamo dati. Diciamo però che se tutti gli ambientalisti fossero come Centazzo ben venga una rivoluzione ambientalista con la A maiuscola!
    Gli ambientalisti sono retrogradi quando fanno militanza e non accettano compromessi di sorta, causando molto spesso più danni che benefici.

    Giuseppe

  15. Matteo dicono:

    Su questo concordo.
    Non so se è una leggenda metropolitana, ma so che Centazzo vive in collina, ha il suo orto e il suo bosco, fa pochissima vita pubblica. Non dimentichiamoci che sta cercando di creare un’azienda ad emissioni e rifiuti zero, probabilmente ha “sacrificato” (direi investito) un bel po’ di redditività a breve per una maggiore sostenibilità ambientale, è quello che ha scritto su Repubblica che vorrebbe vedere le autostrade del Nord Est circondate di alberi per non far vedere ai suoi clienti che arrivano dall’aeroporto le brutture della città diffusa. Potrebbe benissimo essere un testimonial della decrescita (decrescita di quella parte di PIL che crea mali anzichè beni).
    Comunque, averne come Centazzo! Ce lo invidiano in tutto il mondo.

  16. Thomas dicono:

    Per completezza d’informazione mi permetto di segnalare un altro articolo (questa volta del Corriere) in cui si fa riferimento all’ultimo lavoro di Sennett.
    In questo pezzo, però, la posizione del sociologo americano appare molto più vicina a quella di Marco e Giuseppe che non al ritratto di colui che predica un ritorno (tout court) al passato.
    Sembra poi voler rispondere ad Ivano quando dice “Da come parlano certi miei amici, so che in Italia è diventato uno sport piangersi addosso, dire che il Paese è al collasso e sta diventando da Terzo Mondo. Non credo che ve la passiate così male. Il vostro problema è che…”
    A mio avviso illuminante, infine, quando parlando di finanza afferma “… per anni hanno guadagnato un mucchio di soldi con grande facilità, senza che ci fosse nemmeno bisogno di capire cosa stessero facendo.”
    Per sopire ogni eventuale curiosità ecco il link all’articolo:
    http://archiviostorico.corriere.it/2008/novembre/14/riscoperta_dell_uomo_artigiano_lavoro_co_9_081114045.shtml

    P.S.
    Professor Micelli
    non lo faccio apposta, ma sembra che ultimamente io e lei guardiamo le stesse cose. Ma da punti di vista diversi

  17. Ivano dicono:

    Il Caro Artur sosteneva che “la verità passa per tre gradini: viene ridicolizzata, viene contestata, e alla fine viene presa per ovvia”.

    Stiamo andando incontro all’ignoto e sembra che tutti sappiano qual è la soluzione del “problema/i”, e nessuno la sa mettere in pratica. Che equivale, nella sostanza, in un mucchio di chiacchere senza nessun senso…

    “Caro lettore se mi stai leggento chiudi subito il libro e comincia a pensare con la tua testa, fidati del tuo istinto e agisci”. Non è roba mia, è sempre roba del Caro Artur.

    Per quanto mi riguarda, sono convinto che siamo arrivati al capolinea. Dunque, se ci troviamo di fronte a un futuro pieno di incognite a cui neppure il raziocinio e la logica ci può dare delle risposte esaustive, non ci resta altro che affidarci al nostro caro e bene amato istinto.

    Gli “ingenui”, quelli che non si pongono una marea di perchè prima di fare ogni cosa ma seguiranno la passione e il proprio istinto, saranno i vincenti nel prossimo futuro. Sempre che i “razional-pensati” detentori del “sapere consolidato” non si impongano con troppa prepotenza…

  18. Fabrizio dicono:

    è un giochetto retorico decisamente consunto quello di inventarsi un avversario, o un’alternativa, deboli o inesistenti per riuscire ad affermare un’idea. ed è un vero peccato che si ritenga necessario ricorrere al mezzuccio anche per sostenere l’idea e la cultura dell’innovazione che di suo, se è davvero tale, dovrebbe stare in piedi da sola. Invece no, come nelle fiabe, per far trionfare il bene pare che sia prima necessario tratteggiare a tinte fosche “il male”. Anche se non è poi così cattivo. Anche se proprio non esiste. Il vizio è sempre quello di farne una caricatura in modo che quello che vogliamo dire risalti di più e meglio. E così per parlare di innovazione e sostenibilità ci inventiamo “privazioni”, “regressioni” e “fondamentalismi” che esistono, al limite, come astratta ed elitaria affermazione ideologica (alla Latouche, per intenderci) ma non penetrano nel dibattito intellettuale diffuso e di certo non costruiscono pratiche sociali. Ma alla ricerca di qualche manifestazione di questa cultura regressiva che non c’è si finisce nell’imbarazzante abbaglio di leggere nel contributo di Sennett il suo esatto contrario. Una delle più articolate e lucide argomentazioni a sostegno di quella “cultura del fare” che anima ogni vera “società imprenditoriale” viene grossolanamente scambiata per nostalgia di un’economia chiusa, priva di ambizioni e di slanci innovativi. Ed invece, almeno dal mio punto di vista, il messaggio di Sennett viaggia parallelo a quello che, mi par di capire, si vuole affermare con questa linea di ricerca. Non ho avuto la grazia di assistere allo show del designer-imprenditore ma, da come lo descrivete, mi pare la plastica celebrazione di uno spirito artigianale inseparabile dalla creatività e dall’innovazione e legato senza soluzione di continuità all’iniziativa imprenditoriale. È in questa inestricabile commistione, secondo me e Richard Sennett, che va ricercato il tratto distintivo di un regime di produzione fondato su creatività, innovazione e design. Al contrario, la formulazione agonistica dei “due modi diversi di intendere…..” disaggrega e banalizza la complessità di quegli stessi fenomeni che pretende di comprendere. Non a caso, è proprio un designer e docente di design che ci ha consegnato, in estrema sintesi, la formula radicalmente alternativa: less is more. Forse sarebbe meglio ripartire da qui.

  19. stefano dicono:

    @fabrizio
    mi pare di capire che toccherà leggere sennett queste vacanze di natale. è chiaro che i resoconti di repubblica e del corriere non bastano per prendere posizione su problemi così complicati. dedicherò del tempo alla causa e magari ne uscirà un post.

    ritorno invece sull’opposizione “capitalismo della conoscenza vs artigianato”. su questo tema abbiamo già riflettuto in questo blog qualche settimana fa a proposito di qualità e di manifattura. http://www.firstdraft.it/2008/11/19/manifattura-estremista/.

    la creazione del valore, è questo che suggerisci, non passa solo attraverso gli estremi della catena del valore (ideazione e distribuzione del valore), ma anche attraverso una dimensione manifatturiera che richiede cura e ossessione di tipo artigianale.
    ancora una volta scopriamo che la conoscenza ha dimensioni diverse (anche in chiave economica) e che la possibilità di costruire strategie economiche sostenibili non può limitarsi al presidio di attività che manipolano simboli (come peraltro ha fatto la finanza).

    confesso di non cogliere ancora fino in fondo i tratti distintivi di questa innovazione artigianal/imprenditoriale. di certo sappiamo che esiste una differenza fra come i media amano ritrarre una certa imprenditorialità alla centazzo (enfatizzando il ritorno all’artigianato in senso classico), e di quello che valcunine è effettivamente in grado di mettere in campo (un’attività di ricerca applicata di tutto rispetto con al proprio attivo oltre 40 brevetti). valcucine, se devo rimanere sul caso specifico, è un artigiano che produce più ricerca dell’università in cui lavoro.
    è una contraddizione, questa dell’artigiano-knowledge worker, che consente di guardare alla stessa realtà da punti di vista molto diversi. non so se è di questa realtà che parla sennett; di certo vale la pena capire se si tratta di un’esperienza replicabile o di un’eccezione che conferma la regola.

    s.

  20. ringo dicono:

    Elogico e’ una grandissima farloccata, creata da chi non e’ per niente interessato ad ecologia ed innovazione, ma solo da ex-facchini che si improvvisano imprendtori neocom.
    Tutto sotto questa grande bandiera verde, proposta unicamente perche’ il nuovo modo di guadagnare e’ essere eco-compatibili.
    Probabilmente chi e’ coinvolto in elogico adesso 50/60 anni fa avrebbe intrapreso sicuramente la promozione della plastica, del nucleare e del consumo sfrenato.
    E’ una gang di avidi, interessata solo ed unicamente al denaro, e non al rispetto dell’ambiente, pronta a scaricare il progetto dell’eco-compatibilita’, con la prossima piattaforma che possa produrre denaro.
    Diffidate di chi si presenta come eco-compatibile, unicamente per arrichire le propie tasche, e continuare a distruggere nel nome del proprio vile guadagno.

  21. Giuseppe dicono:

    caro Ringo, riponi la colt nella fondina!
    Ti ringrazio per i complimenti in merito alle nostre esperienze lavorative precedenti. E’ vero siamo stati facchini e ancora lo siamo.
    Se fossimo interessati ad “arricchire le nostre tasche e al nostro vile guadagno” faremmo ben altro..
    Elogico è una piattaforma che al secondo anno dalla sua nacita non si copre neanche le spese. Pensa che avidi inprenditori siamo. Hai ragione tu, dei veri facchini!
    Ci piacerebbe però che il progetto creasse consapevolezza, sensibilità, lavoro attorno a questo tema. E ci piace l’idea di impegnarci in questa cosa, perchè in Italia di gente che parla e critica ce n’è fin troppa.

    Giuseppe

  22. Ivano Urban dicono:

    Stefano,
    mi sono preso la briga di dare un’occhiata alla proprietà industriale in capo alla Valcucine di cui, certo Centazzo, risulta come inventore. Premetto che una invenzione è tale fino a prova contraria, quindi una domanda di brevetto non significa che è un brevetto. Inoltre, UIBM (Ufficio Italiano Brevetti e Marchi) fino al 1 Luglio 2008 non era abilitato a compiere i relativi esami di merito sullo stato della tecnica, dunque, tutti i brevetti italiani rilasciati prima di tale data contano poco più di niente.

    La Valcucine non ha affatto 40 brevetti bens’ solo 19 domande di brevetto di cui, quelle che hanno iniziato il processo brevettuale internazionale (3) non hanno ottenuto i requisiti necessari per diventare un brevetto. Allo stato dei fatti Valcucine non possiede una proprietà industriale internazionale e “Certo Centazzo” invidiato in tutto il mondo, di conseguenza, è un pseudo inventore.

    Ocio “Direttore” a non prendere fischi per fiaschi 😉

  23. stefano dicono:

    Ivano
    grazie dell’indicazione. Girerò l’osservazione al diretto interessato (che è poi la fonte del numero che ho citato). Magari anche lui ha qualche avvertenza a riguardo.

    Nella sostanza però il ragionamento non cambia. L’artigiano classico (quello che amiamo dipingere chiuso nella sua bottega) ereditava il mestiere dalla tradizione. Il nuovo artigiano fa ricerca, si confronta con i nuovi materiali, mette insieme tecnologie che provengono da contesti produttivi diversi.
    Insomma, è qualcosa di nuovo che merita di essere capito.

  24. Ivano Urban dicono:

    Credo ormai condivisa l’idea che il design -forma- sia un ottimo mezzo per introdurre nuove tecniche -sostanza-, in grado di modificare e/o cambiare i nostri stili di vita e abitudini per uso e consumo delle materie prime -energia compresa-. I super-conduttori e il tanto decantato idrogeno per il momento risultano essere una mera utopia. Quando adoperiamo plastica biodegradabile -poliamidi prodotti dal mais- e il bio-fuel e/o etanolo da trazione -anche questi derivati del mais e della canna da zucchero-, è bene ricordare quanta gente al mondo muore di fame ogni giorno; così tanto per comprendere cosa sia questa eco-sostenibilità che i santoni della scienza, J. Rifkin in testa, di tanto in tanto ci propinano…

    E’ altrettanto vero che l’inerzia acquisita dalla gigantesca macchina economico-industriale non si può fermare, sarebbe utopistico il solo pensiero. Dunque, parlando di macro-sistemi ecosostenibili, le uniche questioni che secondo me devono essere tenute in considerazione sono il buon uso delle materie prime al fine di diluirne il più possibile nel tempo il loro consumo: che gioco forza riconduce a un risparmio, possibilmente senza privazioni…

    Il design in un simile contesto di operatività, come dicevo all’inizio, gioca un ruolo fondamentale nell’ipotesi intenzionale di far cambiare abitudini e stili di vita alla gente. Come mettere l’olio di fegato di merluzzo nelle pappette dei bambini sennò non lo prendono, tanto per intenderci. Design e comunicazione&marketing sono discipline strettamente collegate per tali intenti: la prima per proporre nuove soluzioni di prodotto con una stretta correlazione, per un verso o per un altro, con la eco-compatibilità generalizzata, e la seconda con il compito di agevolare la suo introduzione sul mercato adoperandosi per far diventare “moda” il nuovo prodotto-sistema-servizio.

    Bene, se accettata la tesi esposta dovremmo aprire una nuova branca del design da contrapporre come possibile alternativa al convenzionale studio delle proporzioni, e cioè: design quale diretta conseguenza di un nuovo apporto tecnico che ne migliori le prestazioni e la funzionalità del prodotto. Come diceva l’Artista e Architetto Antoni Gaudì: ciò che è funzionale è anche bello.

    Anche il designer, in tempi in cui si parla tanto ell’importanza “dell’economia della conoscienza”, si deve evolvere implementando maggiormente le proprie conoscenze nelle discipline tecnico-scientifiche,allo scopo di individuare un giusto equilibrio tra “forma” e “sostanza” condivisibili con l’attualità delle problematiche temporali.

    Non basta più avere come obiettivo la forma estetica o proporre innovazioni tecniche che si limitino al chiavistello della porta/antina o all’interuttore della lampada. Credo che bisogna fare di più “less is more” come dice Fabrizio.

    PS: se a qualcuno interessa lo status quo sulla proprietà intellettuale/industriale di qualcuno, vi consiglio questi tre link:

    Archivio mondiale dei brevetti EPO:
    http://ep.espacenet.com/

    Questo invece relaziona sul processo di brevettazione di una ipotetica nuova invenzione:
    http://www.epoline.org/portal/public/!ut/p/kcxml/04_Sj9SPykssy0xPLMnMz0vM0Y_QjzKLN4i3dAfJgFjGpvqRqCKOcAFvfV-P_NxU_QD9gtzQiHJHRUUAedRa9w!!/delta/base64xml/L0lDU0NUTzdvSko3dWFDU1lKQ2dwUkEhIS9vSG9RQUFJUUpBQU1ZeGpHTVVwakdLWXd4bUljRklVdUNBISEvNEpGaUNPc1RsRTZDdUEySnlpZEJYZnJDRlpzT1liaEUvN18wX0cyLzE5NDgyNTIvb3JnZXBvbGluZXBvcnRhbGZyYW1ld29ya3BvcnRsZXRiYXNlU3RhdGVQb3J0bGV0QmFzZUFjdGlvbi9vcmcuZXBvbGluZS5wb3J0YWwuYXBwbGljYXRpb25zLnJlZ2lzdGVycGx1cy5wb3J0bGV0LlJQQWN0aW9uU2VhcmNo

    Questo è la stessa cosa del secondo relativamente ai brevetti USA, per questo però vi serve il numero della pubblicazione del documento che dovete cercare:
    http://portal.uspto.gov/external/portal/pair

    a riPS: sulla pagina che si apre con il secondo link (epoline) cliccate su “register Plus” > selezionate “applicant” o “inventor” ci infilate il nome and go…

  25. Ivano Urban dicono:

    Stefano,
    spero di poter condividere insieme le eventuali “avvertenze” di Centazzo…

  26. Solo due rapide considerazioni: 1) Richard Sennet (che per chi non lo sapesse è anche compagno di vita e ricerca della grande sociologa Sasskia Sassen, le cui letture sui cambiamenti fondativi delal globalizzazione sono illuminanti)non dice che dobbiamo tornare indietro ma propone in modo complesso, di andare avanti migliorando però il grado di libertà e di indipendenza strutturale di chi crea valore (artigiani quindi non contro l’industria ma artigiani non succubi della finanziarizzazione della produzione industriale). L’artigianato di cui parla Sennet è ultramoderno, non retrogrado. Siamo vicini insomma anche a Vandana Shiva, che fa più ricerca sociale ed economica di tanti finti innovatori! Entrambi si preoccupano dei gradi di libertà e non di fare passi indietro!
    2) Io sono Presidente di Legambiente Trento, conosco bene il mondo delle associazioni ambientaliste e guardate che ci sono un sacco di ambientalisti in questo Paese che fanno compromessi utili, che ricercano soluzioni praticabili, che praticano una seria analisi economica. La decrescita è un tassello (far decrescere lo spreco, i consumi stupidi e evitabili), il secondo tassello è ovviamente l’innovazione, che però deve essere strutturale. I brevetti non hanno niente a che vedere con l’innovazione. Hanno a che vedere con la struttura delle proprietà intellettuale, che è altra cosa. Pensatee solo a questo: se chi ha inventato la chioccioal (@) del web l’avesse brevettata, il nostro grado di libertà di comunicare sarebbe molto limitato, perchè la chiocciola avrebbe un costo! Era una grande innovazione, gratuita, però. Quindi, bisogna distinguere gli ambiti e non generalizzare le analisi.

  27. stefano dicono:

    Maddalena
    un qualche legame fra brevetti e innovazione (per quanto ci possano stare antipatici i brevetti) esiste. E soprattutto se parliamo di vecchi o nuovi artigiani.

    Gli artigiani di un tempo conoscevano il mestiere, ma non erano in grado di beneficiare (né di contribuire) al circuito internazionale della ricerca e dell’innovazione tecnologica. Padroneggiavano conoscenze tacite (come si usa dire in economia), che però non riuscivano a codificare e a valorizzare dentro una logica di mercato più ampia del contesto locale in cui erano inseriti.

    I nuovi artigiani (come i signori di cui si parla in questo blog) non sono più soggetti marginali proprio perché le loro pratiche (il loro mestiere, il loro rapporto con la materia) non è più ai margini dello sviluppo e dei saperi. La misura della loro capacità di stare nelle reti internazionali del sapere è data anche dalla capacità di brevettare.

    Ciò detto mi pare che siamo più d’accordo che no, almeno nella sostanza. Queste nuove piccole imprese (di cui si parla parecchio su firstdraft) sono uno degli elementi più interessanti del contemporaneo del nostro paese.

    Che Sennett abbia in mente davvero Valcucine? A questo punto tanto vale chiamarlo dalle nostre parti e chiederglielo.

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