Due modi diversi di interpretare la sostenibilità

Giovedì scorso (4 dicembre) abbiamo lanciato in VIU una nuova linea di ricerca sul design sostenibile in stretta collaborazione con alcune tra le più importanti aziende dell’arredamento made in Italy (Artemide, Casamania, Moroso, Tomasella, Valcucine, ecc.). Per presentare l’iniziativa, realizzata in collaborazione con la piattaforma di comunicazione di elogico, abbiamo organizzato una tavola rotonda, moderata da Adriano Favaro del Gazzettino, che ha coinvolto Gabriele Centazzo, designer-imprenditore di Valcucine, Giulio Iacchetti, designer, e Stefano Micelli, direttore di VIU. Dalla discussione sono emersi con chiarezza due modi contrapposti di interpretare il tema della sostenibilità ambientale. Vale la pena riprenderli.
Sostenibilità come privazione. L’idea è quella sostanzialmente di riportare indietro l’orologio della storia e ritornare all’equilibrio ecologico della pre-modernità. In questo senso, la sostenibilità significa rinuncia consapevole di tutte quelle attività che possono generare un danno all’ambiente (produzione industriale, utilizzo dell’automobile, riscaldamento) con conseguente forte critica alla società dei consumi (e dello spreco). Si richiamano in auge le virtù cardinali dell’autoconsumo e del riciclo che caratterizzano quella civiltà contadina e artigianale che ci siamo lasciati alle spalle. Una vita quindi più sobria ed essenziale, senza concessioni al superfluo.
Sostenibilità come innovazione. L’approccio è molto diverso rispetto a quello precedente. E’ Gabriele Centazzo che lo chiarisce: ”la necessità di rispettare criteri ambientali più stringenti è una fortissima spinta per le imprese alla ricerca di soluzioni innovative”. Proprio da qui nasce il percorso di profondo rinnovamento che ha portato Valcucine ha lavorare su quattro principi di base: durata (sia tecnica che estetica) del prodotto, basse emissioni tossiche, riciclabilità del prodotto, dematerializzazione (riduzioni della quantità di materie prime utilizzate). Proprio dal rispetto di questi quattro principi sono nati oltre 40 brevetti trai i quali l’anta più sottile al mondo e la cucina riciclabile al 100%. Innovazione è in questo senso non è solo tecnologia ma anche capacità di seguire percorsi non pianificati attraverso lo studio del contesto di utilizzo del prodotto.
Lo spiega bene Giulio Iacchetti raccontando la storia di moscardino, la forchetta che finisce in cucchiaio, prodotto per il quale ha vinto un compasso d’oro per il design. Inizialmente realizzato solo in Mater-Bi (plastica prodotta dal mais) per un consumo usa e getta, moscardino è oggi realizzato anche in plastica tradizionale. Una contraddizione? Solo apparente. Il prodotto piaceva così tanto che le persone non gettavano moscardino nella spazzatura, ma lo mettevano in lavastoviglie e lo riutilizzavano più volte. C’era bisogno quindi di un materiale capace di resistere nel tempo (il Mater-BI si decompone dopo pochi lavaggi). E’ proprio l’estetica un fattore importante da considerare nell’ambito della sostenibilità. Stefano Micelli riprende questo aspetto all’interno di una riflessione sul made in Italy. Le nostre imprese hanno puntato da tempo sul design come fattore distintivo. Devono oggi affrontare una nuova sfida: declinare l’estetica del prodotto con la sua sostenibilità. Il consumo svolge, da questo punto di vista, un ruolo strategico.
Il dibattito sul tema della sostenibilità è tutt’altro che concluso. Resta però una differenza di fondo tra chi pensa che la sostenibilità sia un ritorno al piccolo mondo antico dei propri nonni e chi invece ritiene che sia un’occasione per guardare avanti. Io mi sento più vicino ai secondi. Voi?

Marco

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