Si vive bene anche nella società liquida

L’ultimo libro di Zygmunt BaumanConsumo, dunque sono” è una critica severa, a tratti severissima, della società contemporanea. La tesi fondamentale del libro è sostanzialmente questa: il consumo è diventato il parametro fondamentale sul quale si costruisce la società e si instaurano le relazioni umane. Le persone si trasformano in merce per vendersi sul “mercato” del lavoro, dell’amicizia, delle relazioni sentimentali ecc. Le virtù cardinali (lavoro, ordine, progresso) della società dei produttori, per le quali nel libro traspare una certa nostalgia, decadono per lasciare spazio al dis-ordine della società dei consumatori: tanti polli in batteria dediti all’acquisto sistematico.
Nel suo ragionamento Bauman non risparmia Internet che viene messo all’indice sia come luogo nel quale si manifesta con maggiore forza la consumerizzazione della società sia come tecnologia che ha reso possibile questa trasformazione.
D’accordo che Bauman, da buon sociologo, tende sempre a prendere in contropiede il lettore, ma perché prendersela proprio con il consumo e con Internet? E’ un peccato che l’inventore della società liquida abbia messo nel mirino due tra gli ambiti che nel corso degli ultimi anni hanno rappresentano spazi di grande creatività ed innovazione. Il consumo da fenomeno passivo (acquisto come scelta tra alternative esistenti) è diventato maggiormente intraprendete ed autonomo. Sono i consumatori che hanno reclamato maggior coinvolgimento da parte delle aziende industriali nella progettazione del prodotto e, in alcuni casi, si sono spinti fino ad inventarsi nuove tendenze e pratiche di consumo (es. snowboard, mountainbiking). Non sono forse i consumatori più sensibili alle tematiche ambientali a spingere oggi le imprese ad affrontare con maggiore decisione il problema della sostenibilità?
Internet, dopo la crisi della new economy, è stato ed è tuttora un laboratorio di sperimentazione a scala globale dove si mettono a punto nuove modalità di produzione del sapere (wikipedia), forme innovative di relazioni sociali (social network), nuovi modelli di comunicazione (youtube). E soprattutto è lo spazio delle persone, nel quale possono esprimere le proprie passioni ed idee.
Insomma nella società liquida non si sta poi così male come sembra. Capisco che non possa piacere a tutti. Ma perché prendersela con chi compera una camicia online e chatta con i propri amici su facebook?

Marco

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13 Responses to Si vive bene anche nella società liquida

  1. Sono d’accordo con te Marco, personalmente ritengo che la sensazione del “cosa vi siete persi” sia piuttosto ricorrente per cui chi è nato negli anni 80 non ha vissuto fiori e maggioloni nei fantastici 60 e probabilmente i bambini di oggi non potranno godere di exogini e baby mia (elevati a trofei da chi in realtà comincia a sentirsi vicino ai 30 e ne è piuttosto scocciato). Sto leggendo il libro di Lewis Wolpert “sei cose impossibili prima di colazione”, http://www.ibs.it/code/9788875781071/wolpert-lewis/sei-cose-impossibili-prima.html con taglio da biologo dell’evoluzione quale è egli ci spiega che in tempi ragionevolmente lunghi potrebbero crescerci le ali (adattamento) o potremmo divenire dei cani, è fisicamente poco probabile ma comunque possibile. Questo libro a mio avviso ci insegna che l’evoluzione è insita in noi (me lo ha confermato il dentista stamattina quando non ha saputo spiegarmi l’utilità dei denti del giudizio, saranno solo un residuo evolutivo, o magari diventeranno ali) e credo che le dinamiche sociali non ne siano esenti, nella società liquida l’unica cosa da fare è stare in guardia, la lettura di un buon libro o il valore di una partita a calcio a mio avviso non valgono un ebook su kindle o tre ore di facebook ma forse è destino futuro l’apprezzare queste cose come una rarità, del resto proprio su firtstdraf (se non ricordo male palando di like.com) ci insegnate che la rarità è il nuovo lusso.. Sicuramente la società liquida accorcia l’obsolescenza naturale di cose, processi ed eventi e abbassa la “soddisfazione residua” in noi proponendo (e facendoci pagare) sempre nuovi stimoli, aumenta la dissonanza cognitiva (che, ci dice wolpert, è una forma di credenza) e ci induce all’acquisto, ma questi sono problemi del marketing.. l’unica colpa della tecnologia è quella di portare più velocemente segnali e stimoli, spegnamo la tv?

  2. Stefano dicono:

    abbiamo speso più di un secolo per imparare a organizzare la produzione. dopo sofferenze e difficoltà siamo riusciti a dare senso alle regole che la tecnologia hai imposto ai processi della produzione. per chi ha costruito il suo mondo su questo faticosissimo apprendistato, l’organizzazione del consumo (facebook in primis) è roba da mollaccioni.
    e devo dire che, dal suo punto di vista, è pure comprensibile.

    per contro capisco benissmo anche giorgio quando dimostra tutta la sua insofferenza per tutta questa storia di fiori, happening e maggioloni e fantastici anni ’60.

    finalmente un po’ di scontro generazionale..
    s.

  3. Lancio un’altra provocazione generazionale, anzi, secolare… Marco dice che Internet e’ uno spazio “di grande creatività ed innovazione”. Ma sono meglio tutti i video presenti oggi su YouTube, o i cinque anni in cui Francis Ford Coppola diresse Il Padrino, La Conversazione, Il Padrino Parte II e Apocalypse Now? Sono meglio gli mp3 disponibili su MySpace, o gli otto anni dal 1962 al 1970 in cui i Beatles rivoluzionarono la musica pop? Siamo sicuri che Internet sia veramente creativita’ ed innovazione? 😉

  4. Preciso che la mia non è tanto insofferenza generazionale quanto perplessità verso la politica della nostalgia che tutte le generazioni, la mia per prima, portano avanti probabilmente per paura del nuovo.

    Sulla provocazione di Massimo si è scritto molto parlando di long tail, restano imbattuti (e sono di quel periodo) molti record di ascolti, dischi venduti e biglietti staccati al cinema. Indubbiamente internet ha dato un bel colpo alle hit (o almeno le ha sfoltite) ma il rovescio della medaglia è che ha dato tante possibilità a molti, meglio vedersi “Il padrino” sul divano o sentirsi registi per un giorno con una telecamera da 400 euro e un tasto “share”?

  5. marco dicono:

    @stefano e giorgio credo che un po’ di conflitto sarà inevitabile, se non altro per il fastidio quasi insopportabile di sentirsi ricordare quanto si stava bene ai vecchi tempi. sarà però un conflitto molto ironico e a parole. per una generazione abituata al tasto undo la parola “rivoluzione” ha perso molto del suo fascino originario.

    @max internet è un nuovo media e come tale ha bisogno ancora di un po’ di tempo prima di arrivare a raggiungere le vette di qualità che citi. di sicuro è un luogo di grande sperimentazione. non era forse tu che mi ricordavi come proprio all’inizio della storia del cinema i fratelli lumiere avessero utilizzato la loro innovazione per riprendere spezzoni piuttosto banali di vita quotidiana (es. la colazione del bimbo)? non è forse quello che sta accadendo su youtube?

  6. Pingback: MarketingArena »  Noi siamo figli delle reti

  7. Nicolò corrà dicono:

    Per cercare di rispondere a Massimo Benvegnù dico che internet è un mezzo di diffusione, non certo un utensile di produzione (anche se c’è ua tendenza in questo senso). Spiegando meglio quel che intendo dire: La creatività e lo “stile innovativo” di Beatles e Coppola rimane ancora oggi la conditio sine qua non per la riuscita di un progetto; sia esso creativo o industriale. Internet e le nuove tecnologie hanno solo aperto le possibilità di realizzare prodotti di qualità simile al lavoro professionale (mantenedo un livello di “sbattimento” alto per riuscire in ciò, sia ben chiaro) ed internet ed i social media sono il canale “libero” attraverso il quale possiamo far veicolare i nostri contenuti. Non tutti avranno successo, anzi.
    Ciò che è cambiato rispetto agli anni 60 è proprio questo: la possibilità di realizzazione e diffusione di contenuti di un certo livello tecnico/realizzativo ampliata. Il fattore vincente, però, è e rimane la creatività e l’artisticità (in questi casi) del prodotto che ne determinano il successo o meno; esattamente come negli anni 60.

  8. Ivano dicono:

    Premetto che non ho letto l’opera di Zygmunt Bauman. Percepisco, però, da quanto riportato nella breve prefazione e dal sunto fatto da Marco, una forte nostalgia per tempi ormai passati. Per esempio il periodo del bum industriale degli anni 60, quando “l’egoismo” della gente era giustificato da bisogni che potremmo distinguere come nobili: avere il bagno in casa, il riscaldamento con i termosifani, il salotto o una automobile e via dicendo… La passione per il fare concretizzave le idee e il lavoro aveva indirizzi e regole, anche etiche, condivise da tutti.

    Il cosumo, come allora, è il nettare per le economie di mercato in cui i prodotti ne diventano gli attori protagonisti con un valore economico direttamente proporzionale alle proprie caratteristiche peculiari. Oggi c’è una sostanziale differenza non trascurabile, secondo me: i nostri “bisogni” non giustificano il nostro egoismo, manifestato per lo più per soddisfare delle pseudo-esigenze. Per ovviare al calo dei consumi conseguente alla progressiva saturazione dei mercati, è stato introdotto il pagamento a rate che ha drogato il mercato; la comunicazione ha adottato argomenti che hanno alterato sicuramente il nostro naturale buon senso, a discapito delle nostre innumerevoli peculiarità distintive.

    Bauman probabilmente non ha tutti i torti nel criticare l’attuale status sociale. Anchio ogni tanto sento la nostalgia dei tempi passati, non del bum industriale: ero ancora in fasce… :-)

  9. Stefano dicono:

    @nicolò
    concordo. rispetto alla tesi di bauman, internet offre la possibilità di “consumare” più contenuti culturali (in senso lato) ma, allo stesso tempo, di diventare produttori di contenuti da riprorre in rete.
    questa commistione fra consumo e produzione (o come la mette marco, questa forma di consumo intreprendente), costituisce uno dei tratti più difficili da digerire per la generazione che ci ha preceduto.

  10. marco dicono:

    Vale la pena tornare sul tema generazione dopo la pubblicazione dei dati Censis 2008.
    La divisione tra quelli che ormai possiamo chiamare Nonni (la società dei produttori) e la generazione Internet (la società liquida cioè i nuovi barbari) è ormai evidente. Tra chi ha tra i 14-29 anni il 74% usa abitualmente internet, 62,1 %, legge più di tre libri all’anno (esclusi testi scolastici), il 50 % usa il cellulare in forma molto avanzata (smartphone). Certo guardano anche la TV (80%). La media italiana è sulle stesse voci molto diversa: uso abituale di Internet 38, 8% , libri 52,9 %, cellulare in forma avanza 29,4%, Tv 91,4%. E’ chiaro che chi abbassa la media (che tanto ha fatto discutere sui giornali) sono proprio i Nonni (gli anziani) che sono allergici all’innovazione tecnologica. Mi sembra una frattura culturale difficilmente sanabile.

    Marco

  11. Antonio dicono:

    Non ho letto questo specifico scritto di Bauman.
    In ogni caso posso immaginare si tratti del “consumo” in maniera negativa.
    E da un certo punto di vista concordo: se non è utilizzata a livello specialistico (sottolineo), la parola “consumo” è proprio brutta.
    Nulla si “consuma”, tutto si trasforma.
    L'”insofferenza” di Bauman per la società liquida è dovuta al fatto che il consumo, nell’individuo medio, avviene ancora in maniera abbastanza cieca e legata a schemi del secolo scorso.
    Dobbiamo crescere. Crescere (grazie anche a mezzi come internet, e qui Bauman a mio avviso sbaglia) perchè aumentando la qualità del “consumatore” esso può diventare un “trasformatore”.

    Il discorso è comunque complesso. Molto complesso. Anche e soprattutto dal punto di vista sociologico e antropologico. Molti commenti fanno riferimento a “passato/futuro”. Ricordiamo quanto sia necessario fare grande attenzione se si giudica un qualcosa “nel tempo”, in quanto il tempo stesso è un relativo e soggettivo. Sia il rivolgersi nostalgico ad un fantomatico “passato in cui si stava meglio” che l’incondizionato guardare avanti, sono atteggiamenti troppo spesso inconsciamente influenzati, in maniera decisiva, dall’appartenenza a un determinato modo di pensare socio-ulturale (Zerubavel, Le mappe del tempo, 2007)!

    Interessante, infine, l’analisi della “frattura culturale” tra le generazioni di “consumatori-trasformatori-prosumer” di cui si parla negli ultimi commenti. Come intervenire?? Lascio aperta la domanda.

  12. Ivano dicono:

    E’ la domanda che crea l’offerta, o è l’offerta che crea la domanda?? Questo è il classico caso in cui la soluzione sta nel mezzo: il mercato dovrebbe essere alimentato da un lato con “prodotti” che soddisfano esigenze provenienti da chiare manifestazioni di bisogno, e dall’altro lato con “prodotti” che integrano la pretesa di creare nuove potenziali esigenze. Il difficile, o vera e propria utopia, sta nel trovare un punto di equilibrio; l’essere umano -punto di riferimento- costituisce paradossalmente il problema e nello stesso tempo anche la soluzione.

    Credo che la complessita della faccenda stia sul fatto di impegnarci molto di più nel capire quali siano i nostri limiti, ovviamente intesi da un punto di vista individuale, e agire di conseguenza.

    L’accelerazione impressa al processo evolutivo degli ultimi vent’anni non trova delle giustificazioni plausibili con le nostre esigenze, bensì spiegabile solo ed eclusivamente con la manifestazione di un egoismo forzato, troppo forzato.

    Forse stiamo peccando di presunzione e il particolare momento che stiamo vivendo ci sta mostrando, in modo evidente e direi anche incontrovertibile, quali sono i nostri limiti:

    Internet è uno strumento straordinariamente eccezzionale, sicuramente non indispensabile però…

  13. Giancarlo dicono:

    I nostalgici à la Bauman non mi sono mai stati molto simpatici, ma l’idea di una modernità cibernetica che perde progressivamente di “solidità culturale” – norme condivise, sistemi di relazione sociale, scansione dei tempi di vita, …–, diventando perciò “liquida”, ha qualcosa di inquietante. Provo a raccontarla al contrario. Qualche giorno fa mio figlio, che ha 14 anni, ha bruciato il disco fisso del macbook. Mi ero oramai abituato a vederlo sparire subito dopo cena a chattare o navigare o scaricare file. Era diventato inafferrabile come l’acqua che scorre. Da qualche giorno, privato della sua device cibernetica, è come riapparso nella sua solidità di ragazzo in carne e ossa: si è messo di sera a leggere un libro, indugia di più a tavola, parla più volentieri dei suoi problemi con il resto della famiglia. Insomma, mi sto seriamente chiedendo se non sia il caso di ritardare la riparazione dell’hd!

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