A proposito della nomina di Mario Resca alla direzione dei musei

La nomina di Mario Resca, ex amministratore delegato di McDonald’s, a direttore generale per la Valorizzazione dei musei ha scatenato la solita, prevedibilissima, serie di reazioni più o meno indignate sulla mercificazione della cultura e sullo scempio che se ne fa nel Belpaese. Con automatismo da rana galvanica, la stampa nazionale ci ha riproposto il kit standard di critiche contro l’assalto della cultura aziendale al patrimonio culturale.
Suggerisco un cambiamento di prospettiva. Mentre leggo questi commenti vivo altro rammarico e altro sdegno. Sono sorpreso ormai per la totale assenza di mobilità a contrario: non vedo, ahimé, nessun conservatore di museo andare nelle nostre imprese a impostare le linee creative dei nostri mobili e dei nostri vestiti. Non li vedo nemmeno come consulenti delle campagne di comunicazione del nostro made in Italy. Eppure gran parte del valore generato dai nostri settori tradizionali affonda le sue radici nel patrimonio culturale del nostro paese: le nostre imprese vendono estetica, significati, valori cultuali. Chi dovrebbe essere l’esperto della nuova economia? Chi avrebbe più titolo di un curatore nell’identificare i valori del futuro?
All’università, il presupposto della cultura come valore assoluto scricchiola. Sono in tanti ormai a suggerire caldamente che i professori si diano da fare per trovare qualche soldino per le loro ricerche e per mettere sul mercato un po’ delle loro idee (magari brevettandole). Se siamo un’economia della conoscenza, questa conoscenza (anche quella accumulata nei nostri musei) avrà pure un valore.
Si dirà: nel nostro paese collegare cultura e affari è una missione impossibile. Mi permetto di dissentire. La vicenda di Carlo Petrini (Slow Food) è lì a dimostrare che un progetto culturale può diventare un business con tutti i crismi. La cultura gastronomica di un paese, a quanto ci dice l’Unesco, è un pezzo importante del suo patrimonio culturale. Slow Food ha raccontato e tutelato questo patrimonio rilanciando i consumi (e i prezzi) delle castraure di Sant’Erasmo, della gallina bianca padovana e di tante altre produzioni a rischio estinzione. Non è stata solo tutela. In alcuni casi qualcuno ha investito e ci ha guadagnato. Senza scandalo, anzi. Siamo tutti convinti che l’esperienza Slow Food rappresenti un successo.
Quanto dovremo aspettare perché un Petrini esca dagli uffici di un museo italiano?

Stefano

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7 Responses to A proposito della nomina di Mario Resca alla direzione dei musei

  1. marco dicono:

    anche il NYtimes ne parla http://www.nytimes.com/2008/11/22/arts/design/22dire.html?_r=1&scp=1&sq=resca&st=cse
    … anche se con toni più equilibrati rispetto alla stampa nostrana.

  2. pierpaolo dicono:

    Beh, i custodi dell’ortodossia della conservazione risponderebbero al tuo commento che un caravaggio non è assolutamente paragonabile ad alla gallina bianca padovana, anche perchè la gallina e le modalità con cui cucinarla sono replicabili (a condizione che se ne salvaguardi e tramandi la ricetta, certamente) mentre il caravaggio no. Condivido comunque la tua idea di fondo: uno dei fattori che determinano l’impaludamento dell’intero sistema museale italiano è dato dal fatto che a gestirlo sono chiamati archeologi e storici dell’arte. Vedremo come va a finire, con la nuova direzione generale sui musei, ma è in ogni caso un segnale forte di cambiamento che mi auguro non affondi nella melma della retorica della conservazione e della tutela “all’italiana”.

  3. Caos dicono:

    Se riuscisse a rendere i musei un po’ meno pallosi sarebbe una bella cosa

  4. Lorenzo dicono:

    Concordo assolutamente: molte aziende italiane, e lo sappiamo bene, hanno saputo fondere cultura e management con ottimi risultati.
    Purtroppo la maggioranza di chi cura e gestisce la cultura e l’arte, vette assolute della creatività, risulta essere ben poco flessibile e creativo e inorridisce di fronte ai concetti di intersezione e di ibridazione, concetti che gli stessi artisti contemporanei hanno fatto propri da sempre: è frequente che l’artista citi l’advertising e viceversa, per esempio.

  5. andrea ACK dicono:

    ben venga…

    si continua a confondere la tutela del patrimonio con la fruizione…

    ed il settore industriale della fruizione è fermo d a5 anni in attesa che gli ultimi 3 ministri (bondi escluso) facessero e disfacessero la legge ronchey… aziende che sono in proroga da ormai 4 anni, concessioni ponte di 2 o 3 anni, un intero comparto paralizzato dove nessuna azienda può investire perchè non sa se ci sarà ancora domani oppure no.

    per altro tutti coloro che gridano allo scandalo oltre a far parte della gerontocrazia culturale che non ha lasciato eredi per paura che altri potessero accampare idee e proposte sul patrimonio, tutti costoro dicevo sono i colpevoli di aver fatto proliferare indefinitamente il mercato delle esposizioni temporanee dove la tutela della singola opera spesso viene scordata in favore di un bel saggio su di un catalogo…

    ben venga il bigmac manager dunque, almeno sappiamo che gli hanno insegnato cosa vuol dire mantenere una tradizione di qualità costante…

    :)

  6. gian luigi Daccò dicono:

    Lavoravo al Personale della Siemens, ho fatto un concorso per Conservatore di Museo. Guadagno la metà
    ma sono soddisfatto anche se i Musei italiani sono ammazzati dalla burocrazia: servono pratiche di mesi e mesi per un restauro, le sponsorizzazioni seguono regolamenti assurdi che fanno scappare anche gli sponsor più motivati. Non hanno nessuna autonomia: sono semplici uffici amministrativi con mani, piedi e tutto il resto legati da codicilli complicati ed assurdi. Liberateli e sapranno dare straordinari risultati.

  7. stefano dicono:

    Gian Luigi
    sono convinto di quello che dici.
    Non si tratta semplicemente di proteggere i musei dai vandali alle porte, ma anche di liberare energie oggi soffocate dall’incubo della burocrazia. Se saremo in grado di farlo, vedremo conservatori di museo capaci di intraprendere carriere oggi impensabili.
    s.

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