Ritorno alla manifattura

Domenica scorsa, Giovanni Costa ha scritto un bell’articolo sulla prima pagina del Corriere del Veneto su innovazione e politica industriale. La tesi di Costa è che le politiche a sostegno dell’innovazione devono favorire un diverso posizionamento delle imprese lungo le catene globali della produzione industriale. Come fare? La bussola è l’esempio dell’ultracelebre iPod. Se consideriamo la distribuzione del valore legata alla produzione del lettore musicale di Apple impariamo molto. Impariamo – questo ce lo dice Hal Varian – che le statistiche su importazioni e esportazioni vanno prese con la dovuta cautela. Impariamo – e questo invece lo sottolinea Giovanni Costa – che il valore è attratto dagli estremi, ovvero da quelle funzioni che stanno a monte (sviluppo tecnologico e design) e a valle (distribuzione) della catena del valore. Verso queste posizioni “estremiste” dovrebbero concentrarsi le politiche per l’innovazione.
Concordo su tutta la linea. Sposo la metodologia e le conclusioni. Mi sono io stesso cimentato in esercizi simili insieme a Giancarlo Corò sulla filiera di scarpe e occhiali.
Mentre leggevo il pezzo di Costa, però, qualche dubbio mi assaliva. E il dubbio nasce proprio dalle ultime trovate di questi signori della Apple. Proprio loro, dopo anni di “made in China designed in Cupertino” hanno deciso di cambiare registro e di investire in manifattura. A guardare l’ultimo video di presentazione del PowerBook a 13 pollici si rimane sorpresi dal tempo dedicato alla descrizione del processo produttivo che consente di costruire lo chassis di un portatile a partire da un unico blocco di alluminio. Si parla di estrusioni, di tolleranze, di combinazione unica fra parti elettroniche e meccaniche. E tutto questo non più in Cina o in qualche altro paese emergente. No, proprio negli Stati Uniti, dove da anni nessuno si sognava di mettere in piedi costose fabbriche per l’elettronica di consumo.
In realtà la mossa di Apple gioca di anticipo rispetto a un cambio di prospettiva più generale. Micheal Mandell, editorialista di Business Week, ha posto la questione dicendo che questo modello di globalizzazione non funziona proprio: gli Stati Uniti non possono solo pensare e consumare (estremi assoluti della catena del valore), ma devono fare qualcosa pure in mezzo. Rimettere denaro in un modello che non funziona – dice BW – non farà uscire gli Stati Uniti dalla crisi.
Ma è possibile immaginare una manifattura che crea valore? L’esempio di Apple ci parla di una manifattura green, tecnologicamente all’avanguardia, capace di saldarsi ai processi di innovazione. Esiste, e noi in Italia lo sappiamo bene, una dimensione della manifattura che è tutt’altro che scontata e ripetitiva. Fin qui nulla di particolarmente nuovo. Apple, però, stupisce perché inizia raccontarla diversamente. Il video di Apple ricorda i documentari di National Geografic su megamacchine e megastrutture. Racconta il lavoro industriale (quello di qualità) come un’avventura, come una sfida al futuro, come un’opera d’ingegno e di talento. Proprio questa manifattura innovativa potrebbe rappresentare uno degli “estremi” che saremo presto chiamati a esplorare.

Stefano

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