La misura del capitale umano

Venerdì scorso si è tenuta a Palazzo Ducale, in Venezia, la presentazione di una ricerca sulla misura del capitale umano fatta dalle due associazioni di Confindustria di Venezia e Treviso.
Il convegno non riguardava solo i rapporti tra l’azienda e gli uomini che essa più direttamente coinvolge (i dipendenti, o i lavoratori autonomi esterni). Riguardava anche i territori in cui queste reti si sviluppano e, più in generale i rapporti tra l’economia che usa il lavoro, con le sue capacità, e la società che genera il lavoro e alimenta molta parte della sua intelligenza. Al Convegno sono intervenuti, con contributi non di circostanza, in sindaco Massimo Cacciari – che ha parlato soprattutto di scuola – e il patriarca di Venezia, Angelo Scola, che ha richiamato l’importanza dei valori etici nel lavoro e della società civile che li accoglie, contribuendo anche per questa via alla produzione di valore.
Il punto di partenza di questa riflessione a più voci è stata la distanza che ormai comincia a delinearsi in modo netto tra un modello di economia (prima mercantile e poi fordista) in cui il lavoro viene svolto in modo impersonale, da anonimi lavoratori-massa sostanzialmente intercambiabili, perché destinati a svolgere ruoli esecutivi; e il modello emergente negli ultimi anni, che invece sta recuperando una crescente attenzione all’intelligenza degli uomini, considerati nella rete che mette insieme le loro differenze e unicità, valorizzandole invece di sopprimerle.
E’ una tendenza che si trova ovunque, in ogni agorà del vivere e del produrre moderno: nel mondo virtuale del web 2.0, nei flussi del lavoro mobile, che usano il collegamento col cellulare, nella moltiplicazione delle facce uniche e delle funzioni specializzate che popolano l’economia globale. In queste piazze  crescono ogni giorno le varietà a confronto, i fenomeni cangiati, gli spazi di libertà e di indeterminazione. Per far fronte a questa ondata di complessità crescente, il lavoro che era un insieme pre-programmato di compiti esecutivi diventa, in risposta, working knowledge, intelligenza in azione.
Alla fine, la complessità – che cresce – rimette l’uomo al centro dei processi produttivi, perché solo l’uomo è in grado di essere abbastanza flessibile e creativo da adattarsi a vivere e produrre in un ambiente complesso, vale a dire vario, variabile e indeterminato. Le altre forme di investimento di capitale (nelle macchine, nei software e nelle procedure formali) non rispondono a questa esigenza.
Nel Nordest, questo si sa da tempo: il capitalismo personale della piccola e piccolissima impresa ha affiancato, nel corso degli anni le (poche) imprese industriali classiche, fondate su ruoli impersonali e prescrizioni burocratiche, ripetitive. Qui da noi, gli uomini hanno sempre contato più delle macchine e delle procedure formali. Eppure siamo rimasti indietro, rispetto al veloce avanzare della frontiera dell’innovazione. In una economia che diventa sempre più globale, molti dei nostri operatori sono ancora discretamente immersi nel locale (sono i leader a praticare il mercato internazionale); e in un’economia diventata sempre più immateriale, molti dei nostri sono ancora legati a vantaggi che si riferiscono al prodotto materiale, quasi che la sua qualità fosse auto-evidente.
In passato, la maggior parte degli uomini operanti nel nostro sistema produttivo sono stati plasmati dalla pratica e le loro capacità frutto del learning by doing sul campo, che ha esaltato una base innata di capacità artigianale e di problem solving. Oggi che queste abilità manuali e pratiche non bastano più, per stare al passo con le esigenze della globalizzazione e della smaterializzazione, c’è bisogno di un altro tipo di capitale umano. E di maggiori investimenti in questa direzione.
Puntando sulla flessibilità e sulla creatività derivante dalle abilità pratiche, abbiamo forse sbagliato?
Certo che no, anche se in passato questo ci è costato uno svantaggio in termini di efficienza (costi). Ma c’è capitale umano e capitale umano. Non tutte le abilità valgono allo stesso modo, perché il valore di certe capacità può essere alto o basso in rapporto alle esigenze specifiche dell’impresa cui sono destinate. L’impresa che ha fatto della flessibilità una bandiera, farà di tutto per coltivare capacità flessibili nella propria organizzazione, magari trascurando l’efficienza. Lo stesso vale per l’impresa creativa, che ha bisogno di un imprenditore ricco di coraggio e di immaginazione, messo in sintonia con un gruppo direttivo che sia capace di lavorare con i creativi.
Se oggi vogliamo andare avanti, oltre le capacità pratiche fornire da questo modello, è assolutamente necessario che le famiglie e le aziende investano capitali – e in misura rilevante – per accrescere quantità e qualità del capitale umano. Ma non lo faranno se non lo giudicheranno conveniente in base a qualche documentata e condivisa unità di misura.
Ecco il tema della ricerca: misurare il valore del capitale umano, riportare il suo articolato apporto ad un numero (un indice) che definisce per ogni euro investito in questa direzione quant’è l’incremento degli assets immateriali dell’azienda che ne consegue. Naturalmente si tratta di un incremento molto difficile da stimare e soprattutto da condividere sia sul terreno della metodologia di stima impiegata che su quello della misura ottenuta. Essendo il valore dell’asset “capitale umano” legato – come tutti gli altri assets – ad una valutazione dei maggiori profitti futuri (legati a quell’euro di investimento), in pratica misurare il capitale umano e i suoi progressivi incrementi significa disegnare un percorso che porta dalla situazione attuale a quella, futura, in cui le maggiori capacità create oggi potranno tradursi in profitto.
Misurare è difficile: in un mondo complesso e tra poco “pieno di cinesi”, qual è la misura del valore del lavoro? Da cosa dipende il fatto che la sua produttività non cresce da anni? E che, dunque, il reddito pro-capite ristagni?
Sono domande che attendono ipotesi e discussioni credibili.
Intanto la misura accresce la reputazione di chi la fa e, se viene condivisa da molti, costituisce una base fiduciaria per apprezzare il futuro prendendo impegni e responsabilità reciproche sul processo di esplorazione che porterà alla sua “costruzione”.
Niente di sicuro, intendiamoci. Ma – fornendo dati che altrimenti andrebbero persi, consentendo un confronto tra imprese diverse e dando informazioni sulle persone che si legano nelle reti di filiera – questa misurazione progressiva, passo per passo, di quello che si è imparato a fare è sempre meglio di quella finanza creativa secondo cui “denaro che produce denaro”.

Enzo Rullani

Questa voce è stata pubblicata in Innovazione. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

8 Responses to La misura del capitale umano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *