Il Nobel a Paul Krugman

Il Nobel per l’economia a Paul Krugman non arriva del tutto inatteso. Da anni si parlava di questo popolare economista come possibile candidato al massimo riconoscimento scientifico per i suoi innovativi contributi alla teoria del commercio internazionale, che risalgono ancora agli anni ‘80. Paradossalmente, proprio la notorietà di Krugman anche fra i non addetti ai lavori sembrava averlo penalizzato rispetto agli elitari criteri di valutazione impiegati dalla giuria svedese. Paul Krugman è infatti noto al grande pubblico per i suoi editoriali sul New York Times,  molto polemici nei confronti dell’amministrazione Bush (i suoi articoli sono stati spesso tradotti per l’Italia nel dorso Affari e Finanza allegato a La Repubblica). Ma Krugman è molto noto, in particolare, fra gli studenti di economia, che sui suoi testi si sono formati soprattutto per preparare gli esami di Economia internazionale (il testo in due volumi scritto con Maurice Obstfeld, edito in Italia da Hoepli, è in assoluto tra i più diffusi al mondo).
Nelle motivazioni per il premio Nobel a Krugman, l’Accademia di Stoccolma fa riferimento a due distinti contributi offerti dall’autore alla comprensione del funzionamento dei processi economici: il primo è relativo al ruolo delle economie di scala nel commercio internazionale, il secondo alla localizzazione geografica delle attività economiche.
Laureato in Storia, Paul Krugman ha ottenuto un Phd in economia negli anni ’70, studiando con il gruppo guidato da Jagdish Bagwathi – uno dei massimi studiosi viventi del commercio internazionale – le pluralità di forme di scambio fra paesi. Secondo Ricardo, ogni paese dovrebbe specializzarsi in uno o pochi settori, importando dagli altri paesi i beni appartenenti a settori nei quali si è relativamente meno efficienti. In questo schema teorico, non si dovrebbe assistere ad un fenomeno, in realtà molto diffuso, rappresentato dal cosiddetto “interscambio intra-industriale” (intra-industry trade), ovvero lo scambio reciproco fra paesi di beni appartenenti allo stesso settore. Paul Krugman arriva tuttavia a dimostrare che tale esito non contraddice affatto la teoria ricardiana, ma anzi ne accentua il carattere libero scambista anche in mercati di concorrenza imperfetta. Infatti, l’esistenza di economie di scala (interne ed esterne all’impresa) fa si che un paese possa specializzarsi nella produzione di una precisa tipologia di beni – come, ad esempio, l’Italia in automobili economiche e abiti di lusso – e importi beni di altre tipologie all’interno degli stessi settori – ad esempio, automobili di lusso dalla Germania e abiti economici dalla Cina.
Gli sviluppi della “Nuova Economia Internazionale” hanno poi portato a mettere in luce fenomeni sempre più complessi, come quelli della “frammentazione produttiva” e del commercio di beni intermedi, dove la specializzazione dei paesi non riguarda più soltanto la tipologia dei prodotti, bensì le diverse funzioni produttive all’interno di catene globali del valore. Fenomeni molto attuali come l’outsourcing internazionale o la delocalizzazione, possono essere analizzati in termini economici alla luce di questi modelli.
Il secondo tema per il quale è stato riconosciuto a Paul Krugman il Nobel è quello che passa sotto il titolo di New Economic Geography, che costituisce una estensione dei modelli dell’economia internazionale in presenza di mobilità dei fattori produttivi, ovvero di strategie localizzative sempre più libere per le imprese e per i lavoratori. Krugman dimostra che l’esistenza di rendimenti crescenti genera effetti spaziali squilibrati – come la formazione di aree centrali e regioni periferiche – per contrastare i quali servono, perciò, politiche strutturali. Ciò vale, in particolare, laddove si riducono le barriere alla mobilità dei fattori: l’esempio del processo di integrazione economica europea rappresenta per Krugman un fondamentale campo applicativo .
Krugman mette in luce anche un altro aspetto interessante, che ha risvolti molto significativi per l’economia italiana: se imprese e lavoratori sono liberi di muoversi sul territorio, tenderanno a formare nuclei localizzativi specializzati – che altro non sono che i nostri distretti produttivi – per sfruttare al massimo le economie esterne connesse a bacini qualificati di lavoro, ai mercati di input intermedi e alla condivisone di conoscenze tecniche non trasferibili. Krugman dimostra che l’esistenza dei distretti produttivi (industriali, tecnologici, di servizio) potrebbe essere, alla fine, l’assetto geografico-economico più probabile in un’economia aperta.
In un’epoca di finanza impazzita e instabilità monetaria, questo ritorno alle logiche industriali e alle economie del territorio è un messaggio salutare per il futuro dell’economia.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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3 Responses to Il Nobel a Paul Krugman

  1. tommaso regazzola dicono:

    Giancarlo, questo é un bel problema di antropologia culturale comparata : cosa vuol dire, se si pensa simultaneamente alla situazione francese e italiane “se imprese e lavoratori sono liberi di muoversi sul territorio” ?
    Di che “libertà” si tratta ? Formalmente, sono altrettanto liberi da una parte e dall’altra… Eppure…

  2. Giancarlo dicono:

    @tommaso regazzola: liberi di muoversi significa, semplicemente, che si riducono i vincoli ascrittivi che legano i fattori produttivi ad uno specifico territorio, e ciò dipende sia da cambiamenti di natura tecnologica (riduzione costi di trasporto), che istituzionale (riduzione barriere tariffarie e non tariffarie fra paesi). Secondo Krugman la maggiore mobilità spaziale dei fattori non porta affatto all’indifferenza localizzativa, bensì al suo esatto contrario, e cioè alla formazione di regioni forti (e di periferie), di città (e di campagna) e di distretti (tanti cluster specializzati). La comparazione internazionale conferma l’ipotesi di Krugman: la maggiore libertà di movimento dei fattori all’interno degli Usa sarebbe all’origine di fenomeni localizzativi più accentuati rispetto all’Europa.

  3. antonio dicono:

    Un modello certamente affascinante quello proposto da Krugman che pensa ad un sistema dinamico che attrezza centri forti per renderli economicamente solidi. Purtroppo cercare di allacciare tutto ciò al contesto italiano appare certamente utopico poichè il sistema Italia viaggia con mille modelli di sviluppo differenti. Ma non solo. Sul processo di cambiamento italiano grava la patologica gestione degli interessi che trova sfogo,ancora oggi, nella visione corporativa, causa del blocco alla libera circolazione dei capitali e delle idee di sviluppo. Provate a sistemare un modello come quello proposto da Krugman in Calabria, in Sicilia o in una qualunque area del Sud italiano e osservate cosa accade. Eppure l’Italia avrebbe geografie e dotazioni ambientali tali da rendere possibile lo spostamento e la costruzione dei famosi distretti. Ma così non accade. Le maglie avvolgenti di una crisi di sistema si rafforzano con le microcrisi dei sistemi locali vorticosamente avvolti da tanti microconflitti che si consumano nel sistema economico e sociale italiano. Ripensare il modello è certamente possibile poichè le grandi crisi portano sempre buoni consigli. Un primo consiglio è di carattere materiale: al sud e al centro del nostro Paese servono infrastrutture forti e funzionali capaci di rendere possibili gli spostamenti e la trasferibilità. Un secondo consiglio è dedicato all’innovazione: il sud Italia rappresenta una piattaforma naturale per i processi economici e sociali dei Paesi dell’area del mediterraneo e per questo servono infrastrtture tecnologiche e capitale umano pronto a ricevere questa manna. Un terzo consiglio è rivolto alle Scuole, alle Università e alle Istituzioni locali che hanno a disposizione il materiale più malleabile che esista nel mercato: le menti giovani. Su di loro bisogna fare leva poichè loro hanno il background più innovativo per gestire processi innovativi come quello della specializzazione e della trasferibilità nello spazio dei capitali edelle risorse.

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