Goodbye New York?

La lettura di Braudel aiuta a farsi un’idea di quello che sta a accadendo in questi giorni e, soprattutto, a dare un minimo di prospettiva storica a sigle come CDS, MBS, etc. etc.
Secondo Braudel il capitalismo ha sempre avuto le sue capitali: prima in Italia (Venezia, Firenze e Genova), poi Amsterdam, poi ancora Londra e New York. In queste capitali prende forma quel processo di accumulazione della ricchezza che supera le regole dell’economia di mercato e consente ad alcuni (pochi) di consolidare enormi ricchezze grazie una mescola di imprenditorialità e finanza su scala internazionale.
Come si passa da una capitale all’altra? Il capitalismo, anche prima della rivoluzione industriale, presenta alcune fasi ricorrenti. La prima è quella dei grandi mercanti-imprenditori: sono coloro che inventano le nuove rotte commerciali verso l’oriente, che organizzano le flotte, che raccolgono i capitali necessari per le spedizioni. Insomma, si tratta di imprenditori coraggiosi, persone in grado di mettere in piedi progetti che sono oggi l’equivalente delle spedizioni spaziali. A questa fase, ci spiega sempre Braudel, ne segue un’altra: i mercanti smettono di essere capitani coraggiosi e, di solito, si mettono nel business della finanza. E’ il capitalismo nella sua fase di maturità. Cominciano a scarseggiare le occasioni di investimento e il denaro deve essere fatto fruttare in altro modo. A chi offrire capitali? Il migliore cliente è sempre lo stesso (anche oggi): il principe o lo stato, meglio se impegnato in qualche guerra complicata (viene in mente qualcosa?). L’operazione presenta, però, rischi importanti e qualche volta le cose vanno male; nel qual caso la capitale perde il suo ruolo nell’economia internazionale.
Braudel ci spiega, ad esempio, che questo è stato il percorso di Genova, i cui successi e le cui rovine sono legate ai prestiti concessi alla corona spagnola, poi finita in bancarotta a più riprese tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600. E’ la stessa traiettoria seguita da Amsterdam nel secolo che segue. Nel 1595, l’olandese Cornelius Houtman rilancia coraggiosamente i commerci con l’India doppiando per la seconda volta il capo di Buona speranza. Solo dopo pochi decenni ad Amsterdam “si fa largo un capitalismo complicato, dedito alla speculazione, svincolato dalla merce” (p.59). Come a Genova, anche ad Amsterdam il credito prende la strada dei principi e degli Stati della cristianità con risultati poco edificanti: ” un sistema che in breve si espande, poi erode tutto e tutto spazza via” (p.60).
Le crisi di questi centri nevralgici del capitalismo internazionale non è la crisi del capitalismo tout court: il processo si rinnova a spese di qualcuno e a vantaggio di altri. L’introduzione di scienza e tecnologia come benzina dello sviluppo ha allungato la vita di queste capitali (l’ultima è New York), ma non ha modificato nella sostanza le regole del gioco.
Quando scorriamo i curricula di coloro che hanno avuto in mano le redini del Tesoro negli USA (consiglio a questo proposito un bell’articolo del NYT) ritroviamo i tratti del capitalismo della maturità descritto da Braudel. Pare che siamo arrivati al capolinea. Se seguo il ragionamento fino in fondo, il superamento della crisi dovrebbe coincidere con l’emergere di una nuova capitale. E non è troppo difficile capire dove trovarla.

Stefano

Share
Questa voce è stata pubblicata in Varie. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

24 Responses to Goodbye New York?

  1. Matteo dicono:

    Alcuni dati impressionanti che rafforzano le tue ipotesi di declino della città, e come sempre a farne maggiormente le spese sono le fasce deboli.
    Secondo la Food Bank dal 2003 il prezzo del cibo a New York è cresciuto del 15%, i carburanti del 37%, l’abitazione del 18% e i trasporti del 14%. Come risultato, un incredibile 45% della famiglie con bambini ha difficoltà a fare la spesa. Un bambino su cinque mangia alle mense gratuite tipo la nostra Caritas. Cifre da terzo mondo. La dichiarazione dei redditi media di un lavoratore newyorkese a basso reddito recita 14.800 dollari lordi l’anno, pari a 10.000 euro appena.

    http://www.nydailynews.com/ny_local/2008/10/08/2008-10-08_economic_crisis_same_old_for_citys_poor.html

  2. Pingback: martameo » Ai confini di un impero marginale

  3. tommaso regazzola dicono:

    Mi stupirebbe che Sarkozy avesse letto Braudel.
    Però da Amsterdam in poi, sono passati quattro secoli, durante i quali si é comunque dovuto decidere come le cose dovevano essere organizzate. In un modo o nell’altro. Vero : le capitali si spostano, ma la migrazione é talmente lenta che, nel frattempo, dovremo comunque “far politica”

  4. giovanni dicono:

    e allora vai con il grande progetto
    PIANIGA CAPITALE DEL MONDO

  5. Stefano dicono:

    giovanni
    avevo in mente qualche località leggermente più a est..
    s.

  6. Giancarlo dicono:

    I passaggi di testimone fra una capitale e l’altra nelle dinamiche dello sviluppo mondiale possono essere molto lenti, ma quando il processo è innescato risulta difficile fermarlo. Le crisi segnano in modo inesorabile questo passaggio, accelerandone le tendenze. E’ quanto sta avvenendo in questi giorni drammatici per la finanza mondiale, durante i quali abbiamo capito che si sta chiudendo un lungo ciclo espansivo – quello del secolo americano – e se ne apre un altro, il cui centro si sta decisamente spostando in Asia. Quanto sostiene Stefano deve dunque farci riflettere, ma senza drammi, né eccessivi timori. Anzi, questo cambiamento può essere un segno di vitalità dell’economia mondiale. Ogni volta che l’asse dello sviluppo si è spostato da un’area all’altra della geografia mondiale sono ovviamente cambiate le posizioni relative, ma non si è ridotto il livello assoluto di benessere di chi perdeva la posizione centrale. Per capirci, nonostante Venezia e le altre città stato italiane inizino a perdere la loro supremazia economica e culturale già nel tardo Cinquecento, ancora oggi non si vive affatto male da queste parti. E anche quanto sostiene Matteo è, paradossalmente, la conferma che New York è una città che continua ad attirare popolazione e attività economiche, nonostante l’aumento dei costi delle abitazioni (la crescita dei valori immobiliari è un indice di vivacità, non di declino!). Credo, perciò, che andremo ancora per molto tempo a vedere i film americani (magari girati in India). Anche se i corsi di lingua più richiesti sono già oggi quelli di cinese.

  7. Matteo Gubitta dicono:

    Scorgo però alcune differenze rispetto al passato. New York è stata fondata dagli olandesi (si chiamava Nuova Amsterdam). Invece, Cina ed Hong Kong, è vero che stanno vivendo una fase di sviluppo del capitalismo stile occidentale e che si stanno economicamente globalizzando ma sono città nate su una cultura diversa, la millenaria cultura cinese confucio-maoista.
    Mentre prima il capitalismo si sviluppava in un humus democratico, ora non mi pare segua la stessa strada.

    Non sarà molto facile per le democrazie europee e nordamericane il passaggio da “essere centro” ad “essere periferia”.

    E non è così facile imparare il cinese quanto imparare l’inglese…

  8. Caos dicono:

    @Matteo Gubitta
    Non penso che il cinese possa diventare lingua globale

    Fino ad oggi gli stati che si sviluppavano erano tendenzialmente piccoli rispetto a Cina e India, sono paesi che gestiscono variabili che possono sconvolgere il paesaggio economico, dalle materie prime al riscaldamento globale.

  9. paolo di bella dicono:

    @stefano
    ormai lo spostamento è consolidato e il declino dell’impero americano ampiamente in atto. e su questo non si discute.
    credo però che il mondo futuro ci riserverà sorprese riguardo l’ idea che il pianeta sia sempre divisibile in poli di attrazione.
    condivido il concetto che a medio termine il boccino sarà nelle mani delle economie orientali, che gli arabi torneranno nell’oblio dal quale provengono e che gli stati uniti soffriranno una profonda crisi “da fatiscenza” ma che presto rivivranno “un secondo rinascimento” di braudeliana memoria.
    ritengo, però che sul lungo periodo le risorse si distribuiranno più uniformemente sul pianeta per una sorta di effetto a vasi comunicanti.
    non penso questo perchè io sia in grado di fare previsioni sul futuro scenario mondiale in base a consolidate teorie economiche ma perchè credo che il mondo si riequilibri in qualche modo all’apice del caos. finora questi cambiamenti sono stati sempre traumatici. perchè il genere umano viveva dentro una storia a sviluppo verticale, tesa verso un fine. ora direi che l’orizzonte si è appiattito e che i rovesciamenti di ruolo avvengono ad altezze meno vertiginose

  10. Stefano dicono:

    ricevo oggi da un amico americano il link a un articolo del nyt sul tema del declino americano. il ragionamento di david leonhardt parte proprio dal declino di londra e dell’impero britannico all’inizio del ‘900.
    http://www.nytimes.com/2008/10/12/weekinreview/12leonhardt.html?em

    si chiude con una domanda che in italia suona persino sorprendente: potrà la politica invertire il processo avviato in questi anni?
    s.

  11. Caos dicono:

    @paolo di bella
    Perchè gli USA dovrebbero avere un nuovo rinascimento?
    Secondo me gli arabi e chi produce materie prime starà meglio di ora… se molte persone nei paesi poveri sono motivate a competere e imparano la pressione sui vincoli aumenterà.

  12. Massimo dicono:

    La nuova Amsterdam e’ Singapore.

  13. paolo di bella dicono:

    @caos
    parlavo del lungo periodo. finirà il petrolio prima o poi.
    secondo te saranno gli arabi a inventare una nuova fonte di energia? e i cinesi che stanno polverizzando il loro paese per fare centrali idroelettriche che producono un cinquantesimo e non di più del loro fabbisogno?
    questo mondo è il mondo dell’occidente. o finisce con l’occidente o con l’occidente muore.
    le capitali del mondo potranno anche cambiare collocazione geografica ma non l’idea sottesa allo sviluppo che la storia ha avuto sotto l’egida dell’occidente.
    sarà anche singapore la capitale del mondo ma pur sempre di un mondo occidentale.

  14. Matteo Gubitta dicono:

    .. di un mondo occidentale di proprietà globale(e sempre più orientale).

    Perchè ormai i capitali orientali, russi e arabi sono investiti in imprese e debiti occidentali.

  15. Pingback: First Draft » Società del Rischio

  16. Caos dicono:

    Se guardiamo in termini nominali la classifica del PIL vede 1°USA 2°Giappone 3°Germania 4°Cina mentre in quella reale 1°USA 2°Cina 3°Giappone 4°India.
    Con 4 miliardi di persone che nel lungo termine aspirano a consumi occidentali non basteranno piccole dosi di progresso tecnologico e attenzione all’ambiente ma un cambio di mentalità rispetto al consumo, di preferire il servizio alla merce perchè abbiamo abbondanza di persone non di materie prime.

  17. marco dicono:

    segnalo questa intervista a emmanuel todd, demografo francese, che propone una lettura diversa del futuro che ci aspetta. todd, sorprendentemente, individua nell’Europa il nuovo baricentro economico del mondo. mi sembra un’ipotesi interessante.

    http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/spettacoli_e_cultura/todd-intervista/todd-intervista/todd-intervista.html

  18. stefano dicono:

    marco
    ottimo il link. mi piace l’idea di un capitalismo policentrico e condivido con todd la sensazione che le nostre elite non si vogliano far carico delle responsabilità che ne derivano.
    s.

  19. Caos dicono:

    Ma si può fare affidamento sui dati storici per prevedere cosa avverrà nei prossimi 20-40 anni?
    Non penso che una caduta delle esportazioni in USA cambi così tanto nello sviluppo di Cindia che ha tassi di crescita del PIL che noi ci sognamo e che ormai ha sviluppato un mercato interno, fosse successo 5 o 10 anni fa avrebbe avuto ripercussioni più pesanti su questi paesi ma oggi non credo.
    Ci vorrà più del previsto per arrivare ad un energia pulita competitiva quindi Russia e Medio Oriente se la passeranno bene, aspettando una nuova bolla tipo dot.com che dia quei finanziamenti alla ricerca che gli stati sono restii a dare.

  20. stefano dicono:

    caos
    sono in molti a pensare che la vera sfida cinese sia mettere in moto la propria domanda interna per emanciparsi dalle esportazioni verso l’america.
    già nel primo semestre di quest’anno molto osservatori hanno visto le prime fluttuazioni dello yuan come prove tecniche di autonomia; anche la stretta delle autorità cinesi sulle aziende meno attente all’ambiente è stata letta come la fine di un modo di intendere la crescita.
    probabilmente hai ragione nel pensare che il processo sia troppo avanti per essere arrestato. rimane il fatto che in una fase di transizione i centri potrebbero essere diversi.

    s.

  21. marco dicono:

    tutto quello che non dobbiamo fare in questo momento è pensare che ci sia un destino scritto nelle stelle che aspetta solo di manifestarsi. al contrario quello che ci aspetta é un futuro tutto da costruire. la cina sta cercando di muovere i consumi interni ma non è detto che ci riuscirà tanto rapidamente da sostituire l’export usa. le transizioni sono appunto questo: momenti di instabilità i cui esiti sono imprevedibili.

    marco

  22. Giancarlo dicono:

    Ricordo male o qualcuno, giusto due anni fa, aveva scritto un libro dal titolo “Goodbye Europe”?

  23. Matteo dicono:

    Sì, ma sappiamo come il paese e i media abbiano la memoria molto corta!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *