Mondi artificiali

So che la crisi finanziaria attuale è difficilmente paragonabile ad altre crisi del passato; anche i riferimenti al ’29 sembrano poco calzanti. Credo, tuttavia, che ci siano molti più punti di contatto di quanto si pensi con quanto è accaduto con lo scoppio della bolla della new economy. E che dal confronto con quello che è successo nel 2001 si possa trarre qualche lezione possibile.
Al pari dell’attuale sistema finanziario, la new economy aveva costruito il suo successo sulla possibilità di dare vita a un universo di tecnologie e di servizi modo in completamente artificiale, fatto di sigle incomprensibili (un po come quello della finanza, fatto di swap, hedge fund, derivati) e di business plan per iniziati. La logica della sua crescita si è basata su un assunto altrettanto totalizzate e astratto: Internet come un grande ed unico mercato composto da una quantità molto elevata di transazioni elettroniche. Non importa chi sei, da dove vieni o quello che fai; conta soprattutto cosa puoi proporre al mercato. Ad internet (e alle nuove tecnologie) il compito di mettere insieme tutta la domanda e l’offerta possibile e rendere le transazioni efficienti. Eravamo nel mondo dei mercati elettronici Business to Business quelli che all’epoca erano i più gettonati in borsa. Un modo di concepire le relazioni totalmente votato al virtuale  e all’efficienza che si è trasformata in una illusione collettiva.
Questa ipotesi non ha tenuto alla prova dei fatti: il mondo economico non è diventato un mercato digitale perfetto. Contano ancora la fiducia, i rapporti interpersonali, la prospettiva di lungo periodo nella gestione delle relazioni tra impresa ed i suoi fornitori e che tutto non può essere ridotto all’hic et nunc dell’incontro tra domanda e offerta.
Da questo fallimento si è imparato molto.  Dall’internet delle transazioni e del tutto virtuale siamo passati all’internet delle persone. La crisi della new economy ha spianto la strada a quel mondo emergente delle comunità online e dei social network che avevano trovato nella rete prima di tutto uno spazio dove esprimersi e condividere idee. Il web 2.0, negli anni successivi, ha avuto il merito di trasformare questa esperienza di nicchia (riservato ai pochi capaci a districarsi tra le tagliole dell’informatica) in un mondo accessibile a tutti, contribuendo così ad un salto di qualità e di scala di questo modo di interpretare la rete. Oggi Internet è uno spazio molto più creativo di quando accadeva in passato dove vengono generate idee che poi trovano applicazione nella nostra vita. Google, Youtube, Myspace Facebook, sono i risultati di questo internet che guarda alle persone.
Non voglio (né posso) trarre dal fallimento della new economy  una ricetta applicabile alla crisi di oggi. Non rinuncio alla speranza però che dal fallimento finanziario attuale possa rapidamente emergere una nuova finanza, meno basata sulla costruzione di mondi artificiali, e più orientata alle persone. Non mi auguro un ritorno al passato delle casse di risparmio locali. Penso ad una finanza che attraverso la propria agilità di manovra, garantita da internet, consenta alle persone di collaborare mettendo insieme in modo originale le proprie competenze e capacità. Insomma, quello che è stato lo sviluppo della rete dopo la bolla.
Marco
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6 Responses to Mondi artificiali

  1. Samuel dicono:

    Me lo auguro anch’io Marco, pur potendo disporre di poca liquidità (quindi non sono a rischio)

    Mi viene in mente Yunus e la filosofia del microcredito, nata ai margini del sistema bancario ufficiale ma leva concreta di sviluppo per gli “esclusi”: più web 2.0 invece conoscerete http://www.zopa.it  forse un primo tentativo di tornare sulla filosofia del “ci metto la faccia”.

    Piccolo è sano?

  2. marco LP dicono:

    ciao Marco
    non è mia natura e nemmeno è parte della mia preparazione poter dare un contributo sostanziale a questi tuoi stimoli. Certamente dirò banalità.

    Io lavoro da sempre (da prima della “bolla”) nell’IT e malgrado questo ritengo che i motivi e le difficoltà di questa crisi difficilmente si risolveranno con un uso più contemporaneo del web (il fin troppo chiacchierato e forse sopravvalutato 2.0).

    Il mio quindi è un giudizio che viene dal lavoro in “prima linea”. Due le parole che trovo (e di cui trovo riscontro) per giudicare questo momento: ingordigia del mondo finanziario e un conseguente insieme di delusione+sfiducia+prudenza del mercato e delle imprese (i soldi ci sono ma non si usano i attesa ti tempi migliori). Il primo si commenta da solo mentre il secondo ha come risultato, fra le altre cose, un impiego di risorse sempre piu scarse a fronte di una richiesta di prodotti invariata (voglio lo stesso prodotto di ieri ma oggi te lo pago la metà). Le conseguenze sono fin troppo ovvie una innovazione “di carta”, prodotti di bassa (bassissima) qualità e professionalità senza sostanza ne etica.

    Io progetto e lavoro ogni giorno nel 2.0 ma francamente non gli riconosco la capacità di risolvere questi effetti o cause.

    Come può un web 2.0 contribuire a cambiare o migliorare questa “catena”? Solo aumentando la capacità collaborativa? Mah…

    M.

  3. marco dicono:

    @Samuel e @ Marco

    Non penso che il web 2.0 potrà salvarci dall’attuale tempesta finanziaria. I casi di social lending che citava Samuel sono molto interessanti e promettenti ma sono ancora in una fase embrionale e soprattutto sono stati pensati più come uno strumento di mutuo aiuto tra consumatori che come sistema di investimento a rischio.

    Speriamo che dalla crisi attuale possa nascere una finanza meno artificiale e più votata a sostenere le persone che hanno progetti innovativi da realizzare. Non credo sia un caso se proprio dopo lo scoppio della bolla del 2000, il sistema dei venture capital attivo nella silicon valley ha corretto il tiro, rinunciando alle sirene della speculazione, e si è tirato su le maniche mettendosi di nuovo a finanziere persone con idee innovative. Con i risultati che consociamo: google e youtube ad esempio. Il problema è che questo sistema ha dimostrato di funzionare molto bene nella silicon valley meno in altri contesti (made in Italy ad esempio). Da questo punto di vista penso che il fallimento del sistema finanziario posso essere un’opportunità per inventare nuovi strumenti (che ancora non conosciamo) votati a sostenere le persone e le loro idee.

    Marco

  4. Alex dicono:

    Premetto che non sono affatto un esperto del settore economico-finanziario, ma ho vissuto da risparmiatore il periodo della bolla speculativa del 1999/2000 e lavoro direttamente nel settore dell’IT.

    A mio giudizio (personalissimo) la bolla speculativa del 2000 era soprattutto pura speculazione. Qualunque persona obiettiva avrebbe capito che un provider di rete non poteva capitalizzare più di FIAT. Tutto sommato l’euforia non venne a mancare fino a che esplose la bolla, ma ricordo perfettamente che mentre tante salivano (semplicemente annunciando la creazione di un portale web) già sui giornali si parlava della bizzaria di questo fenomeno. Chi ci perse, a parte qualche trader arrivato in ritardo al banchetto, furono soprattutto le aziende che avevano ricevuto troppa fiducia. Oltre ai licenziamenti in Silicon Valley non ci fu altro.

    Oggi la cosa mi pare che non provenga semplicemente da speculazione nei mercati dovuti ad euforia, ma proviene da un mercato che già dal 2000 non ha avuto altre impennate. Come dire, nel 2000 la crisi era dovuta al aver sopravvalutato internet (soprattutto dal punto di vista della raccolta pubblicitaria e non solo efficienza), mentre ora non si sta sopravvalutando niente se non il sistema nel suo complesso, e la cosa è quindi enormemente più grave.

    Dopo il 2000 il vantaggio (Bush e guerre a parte) fu che cominciarono di nuovo a velere le idee innovative e non gli annunci. Oggi non basta premiare un’idea imprenditoriale… bisogna premiare un’idea di sistema politico-economica e la situazione italiana (soprattutto per la sua bizzarra vita politica simil-stadio) non mi sembra dare sufficiente sicurezza.

    Vi chiedo… secondo voi questa crisi è un’ottima opportunità per recuperare il terreno perso o invece non fa che rendere il sistema italiano ancora più penalizzato?

    P.S.
    E pensare che fino a qualche mese il problema più grande sembrava la Cina!

  5. marco LP dicono:

    @alex

    Come te anche io non sono esperto dell’argomento ma posso contribuire (per quanto può valere) nel dire la mia da neofita. Anche io ho passato la bolla del 2000 ma come operatore. Sono sempre stato una piccola realtà imprenditoriale e forse proprio per questo ho retto la botta. Però ricordo che dal 2000 la “crisi” non è mai scesa anzi, nel nostro quotidiano, è sempre stata in background e sempre più evidente.

    Concordo con te e con @marco che l’italia dovrebbe imparare a premiare il coraggio e le idee di qualsiasi natura di molti (tantissimi) imprenditori e professionisti di svariati settori guardando finalmente al loro “merito” e non alla grandezza del loro portafogli.

    Sulla crisi rimango della mia idea la parola che sintetizza in maniera inequivocabile è “ingordigia”.
    Ci siamo presi una bella indigestione (più di “aria” che di cibo).

    Ogni crisi è una nuova opportunità ma o impariamo a mangiare (cibo) accontentandoci quando la pancia e piena oppure facciamo la fine del ciccione al ristorante del film “Il senso della vita” dei Monty Python.

    da “nòva” del sole24ore 09/10/2008
    rubrica “motto perpetuo” – prima pagina
    “Ci sono abbastanza risorse nel mondo per i bisogni dell’uomo. Non per la sua avidità” M.K.Gandhi

    M.

    P.S.
    La Cina è stato un problema solo per chi con la Cina non ci ha lavorato. Prova a farti un giro nelle imprese dell’entroterra vicentino ad esempio e chiedi se era/è un problema. Chiedi a Montezemolo (ex) come fa a parlare di made in italy quando tutto il merchandising Ferrari, ad esempio, è prodotto in Cina e India. Ma questo è un altro argomento…

  6. Giancarlo dicono:

    L’analogia fra la crisi attuale e lo scoppio della bolla finanziaria della new economy può essere utile, anche se è bene segnalare alcune differenze. Quando alla fine degli anni ’90 crollarono le quotazioni delle dot.com, molti fecero l’errore di scambiare lo sgonfiamento dei titoli azionari con l’inconsistenza delle nuove tecnologie. In realtà, i due piani – finanziario e industriale – erano solo parzialmente collegati. Dopo i primi duri colpi al mercato, lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie di rete non si fermò affatto, ma anzi proseguì con più forza di prima. Dalla crisi si imparò una lezione importante, che giustamente Marco segnala come l’evoluzione dalla logica delle transazioni anonime a quella dei supporti per le comunità in rete. Un risultato, questo, che ha rilanciato le nuove tecnologie come strumenti indispensabili per ogni affare economico, come per ogni progetto politico. Allo stesso modo di allora, in molti, oggi, stanno scambiando i crolli degli indici di borsa con la fine della finanza innovativa. Invece, l’innovazione finanziaria sarà indispensabile per tirarci fuori dalla crisi, se non altro perché dovremo per forza inventarci strumenti finanziari efficienti se vogliamo superare la situazione, già in atto, di razionamento del credito. Il timore, tuttavia, è che questa crisi sia più lunga e profonda di quella che l’ha preceduta. Con il prosciugamento della liquidità stanno infatti venendo a nudo le molte carcasse di attività sopravalutate, messe negli attivi patrimoniali di imprese e banche con troppa leggerezza (in molti casi con criminale complicità). L’intreccio dei circuiti globali della finanza e dell’economia amplifica a dismisura il senso di sfiducia, creando un effetto domino che nessuno Stato riesce ancora a fermare. Lo shock per l’economia reale, questa volta, è trasversale: d’altro canto, i mercati finanziari interessano tutti i settori, e coinvolgono sia il lato della domanda (il consumo), che quello dell’offerta (la produzione). Da questa crisi, dunque, il mondo uscirà cambiato. E voglio anch’io sperare, come Marco, che lo shock serva a riportare la finanza alla sua funzione utile: intermediare risparmio e investimento, fornendo le risorse per lo sviluppo di progetti imprenditoriali.

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