Sulle conseguenze della crisi americana

In quest’ultima settimana ho ricevuto diverse richieste per qualche articolo sugli effetti della crisi americana sull’economia delle nostre piccole e medie imprese. Mi applicherò sull’argomento. Nel frattempo propongo un cambiamento di prospettiva.
E’ vero che la crisi americana avrà effetti sulle nostre esportazioni (come fu dopo il 2001). Ma oggi il punto mi pare un altro. La crisi dei derivati ha messo in evidenza i limiti di un capitalismo che, anche per molti osservatori americani, è arrivato definitivamente al capolinea. Difficile pensare che la macchina americana si rimetta in moto senza modifiche sostanziali. Difficile immaginare che Wall Street riguadagni in breve il peso e la credibilità che ha avuto fino ad oggi.
Se guardiamo allo stato di forma della nostro capitalismo abbiamo qualche motivo di soddisfazione. In parte, le nostre fortune sono imputabili ai nostri stessi ritardi. Un sistema finanziario ancora un po’ arrugginito non è stato capace (per fortuna) di entrare nel gioco della finanza aggressiva. In parte la nostra salute relativa è legata al rilancio economico dell’industria italiana. Il nostro made in Italy ha percorso la strada dell’innovazione mescolando insieme tecnologie e significati (identità territoriale, valori estetici, sostenibilità sociale). La pratica è consolidata anche se manca ancora una legittimazione sul piano istituzionale e della politica. Abbiamo una nostra versione dello sviluppo territoriale che continua a tenere insieme competitività e società civile (anche se l’evoluzione dei nostri distretti è ancora in fieri). Il nostro welfare, pur zoppicante, qualche punto di forza ce l’ha; il problema è come mettere in moto dinamiche virtuose.
Insomma, i pezzi ci sono; il problema è che il processo ha bisogno di direzione. E quella direzione dobbiamo dichiarala noi, in modo esplicito. Non è un fatto scontato. Abituati a guardarci in luce riflessa, continuiamo a misurare la nostra consistenza sulla distanza che ci separa dalla modernità americana. Ora che il capitalismo in versione Usa si è inceppato, tocca a noi dare una prospettiva al percorso fatto finora. Non possiamo pensare che siano solo le nostre borse, i nostri vestiti, i nostri mosaici, le nostre macchine per curvare la lamiera a parlare per noi. Dobbiamo immaginare (e raccontare) un futuro nostro per dare una prospettiva al nostro presente.
Lucia e Fabrizio hanno lamentato su questo blog lo scarso senso di responsabilità della nostra classe dirigente. Fino ad oggi, immaginare un proprio futuro originale non è stata un’occupazione obbligatoria. Da oggi la musica è cambiata.

Stefano

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