Sulle conseguenze della crisi americana

In quest’ultima settimana ho ricevuto diverse richieste per qualche articolo sugli effetti della crisi americana sull’economia delle nostre piccole e medie imprese. Mi applicherò sull’argomento. Nel frattempo propongo un cambiamento di prospettiva.
E’ vero che la crisi americana avrà effetti sulle nostre esportazioni (come fu dopo il 2001). Ma oggi il punto mi pare un altro. La crisi dei derivati ha messo in evidenza i limiti di un capitalismo che, anche per molti osservatori americani, è arrivato definitivamente al capolinea. Difficile pensare che la macchina americana si rimetta in moto senza modifiche sostanziali. Difficile immaginare che Wall Street riguadagni in breve il peso e la credibilità che ha avuto fino ad oggi.
Se guardiamo allo stato di forma della nostro capitalismo abbiamo qualche motivo di soddisfazione. In parte, le nostre fortune sono imputabili ai nostri stessi ritardi. Un sistema finanziario ancora un po’ arrugginito non è stato capace (per fortuna) di entrare nel gioco della finanza aggressiva. In parte la nostra salute relativa è legata al rilancio economico dell’industria italiana. Il nostro made in Italy ha percorso la strada dell’innovazione mescolando insieme tecnologie e significati (identità territoriale, valori estetici, sostenibilità sociale). La pratica è consolidata anche se manca ancora una legittimazione sul piano istituzionale e della politica. Abbiamo una nostra versione dello sviluppo territoriale che continua a tenere insieme competitività e società civile (anche se l’evoluzione dei nostri distretti è ancora in fieri). Il nostro welfare, pur zoppicante, qualche punto di forza ce l’ha; il problema è come mettere in moto dinamiche virtuose.
Insomma, i pezzi ci sono; il problema è che il processo ha bisogno di direzione. E quella direzione dobbiamo dichiarala noi, in modo esplicito. Non è un fatto scontato. Abituati a guardarci in luce riflessa, continuiamo a misurare la nostra consistenza sulla distanza che ci separa dalla modernità americana. Ora che il capitalismo in versione Usa si è inceppato, tocca a noi dare una prospettiva al percorso fatto finora. Non possiamo pensare che siano solo le nostre borse, i nostri vestiti, i nostri mosaici, le nostre macchine per curvare la lamiera a parlare per noi. Dobbiamo immaginare (e raccontare) un futuro nostro per dare una prospettiva al nostro presente.
Lucia e Fabrizio hanno lamentato su questo blog lo scarso senso di responsabilità della nostra classe dirigente. Fino ad oggi, immaginare un proprio futuro originale non è stata un’occupazione obbligatoria. Da oggi la musica è cambiata.

Stefano

Share
Questa voce è stata pubblicata in Varie. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

30 Responses to Sulle conseguenze della crisi americana

  1. Ivano dicono:

    BRAVO!!!!
    Ci sarebbe molto da aggiungere al tuo post… ma credo sia più comveniente guardare avanti comingiando a progettare “nuovi” paradigmi di sviluppo economico.

    Spero molto che “Il Lavoro” torni ancora di moda…

    Grazie per il tuo post!!

  2. Caos dicono:

    Ma siamo sicuri che le banche italiane non essersi esposti con questi prodotti spazzatura che erano spacciati come fondi monetari, non è che con pratiche di bilancio eterodosse stanno posticipando l’evento?

  3. Matteo dicono:

    Ma dov’è finito l’elogio dei subprime?

  4. Stefano dicono:

    Matteo, mi pare chiaro che qui il subprime è una nocciolina.

    Continuo a essere felice per quegli americani che si sono fatti una casa sfruttando un prodotto finanziario che li avrebbe esclusi dal mercato immobiliare.
    Guardiamo i numeri: oggi negli Stati Uniti ci sono circa 2 milioni di persone che soffrono per la rata del mutuo. Immaginiamo pure che si voglia fare un piano Ina casa per 1 milione di immobili. Facendola grossa (immaginando un valore di 200k per casa) il problema complessivo del valore degli immobili non supera i 200mld di dollari. Il che significa che se il problema fossero le case, la partita sarebbe stata chiusa da mo’ e con risorse risibili rispetto a quelle messe in campo in questi giorni per sanare la crisi delle banche.

    Il problema mi pare un altro. Qui continuiamo a parlare di crisi dei subprime per evitare di dire che questo è il capolinea di una bolla finanziaria che ha consentito agli Stati Uniti di pagare una guerra costosissima senza mai aumentare le tasse (e senza ripristinare la leva obbligatoria).
    Senza subprime un paio di miei amici oggi non avrebbero la casa in cui vivono. Faccio fatica a collegare i loro mutui con il fallimento di Lehman.

    Piuttosto proverei a mettere in relazione la vicenda Parmalat con quello che stiamo vedendo. Parmalat era l’antipasto casereccio. Oggi siamo allo showdowm.

    s.

  5. tommaso regazzola dicono:

    Stefano, se hai un minuto di tempo, spiegami (spegaci) il percorso per passare da Parmalat alla cridsi bancario-finanziaria attuale. Credo che saremmi parecchi ad pprezzare i tuoi lumi
    Grazie

  6. giovanni dicono:

    Ti aspettavo al varco. Bravo Stefano, bel pezzo! Io mi sono sciroppato la new economy nel bene e nel male, ma al confronto quella sembra essere stata una passeggiata. C’è comunque un filo rosso, una morale, che lega la crisi di allora con quella di oggi: se pensi di campare facendo il mago, prima o poi nella vita arriverà il momento in cui non riesci più a tenere nascosto il trucco. E che trucco!!! Produrre “mer..” e farla mangiare agli altri. Forse è durato anche troppo.
    Ma anche io mi consolo pensando che, forse, il tanto vituperato (più dagli autoctoni per la verità) modello italiano della PMI e dei Distetti ancora una volta ci consentirà di resistere, resistere, resistere. Da anni ci raccontano che senza la GRANDE INDUSTRIA e senza la “finanza aggressiva” non si sta nel mondo globalizzato. Per quel poco che capisco di queste cose, a me pare che il non avere la GRANDE INDUSTRIA o avere poche GRANDI imprese affiancate da una miriade di PMI che si muovono in modo originale su reti lunghe forse questa volta potrebbe rappresentare per noi una fortuna. Sarò sognatore ma scommetto che la risposta allo choc di questa crisi sarà più facile per chi come noi aveva già trovato una sua originale flessibilità a livello di sistema industriale. Si tratta di perfezionare la ricetta ma il tracciato mi sembra buono.
    Confido in un futuro migliore.

  7. Stefano dicono:

    @Tommaso
    Una settimana fa ho domandato a un ex dipendente di Lehman Brothers di spiegarmi quello che è accaduto in questi mesi. Da quella chiacchierata non ho ricavato informazioni particolari, ma la sensazione di meccanismi che possono sfuggire anche a chi li vive ogni giorno.
    Sappiamo che dopo il Gramm-Leach-Bliley Act del ’99 queste banche di investimenti hanno potuto godere di una sorveglianza ridotta (passando dal controllo della Fed a quello della Sec); sappiamo che i moltiplicatori del capitale proprio erano particolarmente elevati e che analisti internazionali avevano già manifestato perplessità sulla tenuta di questi istituti. E’ che quando guardiamo da vicino le regole di questa finanza fatta di derivati e titoli salsiccia, queste ci appaiono terribilmente simili a matrix: sono pezzi di software che governano umani felici incastrati in capsule solitarie. Ha ragione De Biase: sono il primo vero dispositivo post umano.
    Non credo sarà facile sbrogliare la matassa, proprio perché le persone che sono in grado di cogliere il fenomeno nel suo insieme sono, in realtà, pochissime. Una bella serie di articoli apparsi in questi giorni sul New York Times spiega come i protagonisti del possibile salvataggio sono pochi e hanno più o meno tutti lo stesso curricula (facendo sembrare i conflitti di interesse nostrani roba per bambini).
    http://dealbook.blogs.nytimes.com/2008/10/06/paulson-said-to-tap-goldman-alum-for-bailout-fund/?scp=1&sq=goldman&st=cse

    Concordo con Giovanni quando dice per noi potrebbe non essere poi così complicato uscire dalla crisi (al netto di altri sciagurati passi falsi della politica europea). La nostra economia si è rinnovata in questi anni accettatando il confronto con la trasformazione dei modi di produzione, della geografia degli scambi e delle forme del consumo.
    Si tratta di dare una prospettiva a quello che abbiamo imparato finora senza aspettare che “il futuro” arrivi da qualche altra parte.

    s.

  8. Lucia dicono:

    … ma una volta salvate le banche, non toccherà, per una sorta di effetto domino, all’economia vera?
    da qualche parte, questa forza, non dovrà scaricare la sua potenza per esaurirsi?

  9. Caos dicono:

    Le patacche non si sa dove siano e quindi non si può valutare il rischio di credito e le banche ritirano i prestiti che avevano l’un l’altra e tutte cercano di vendere i prodotti finanziari che hanno. Se questo non basta incominciano a chiedere i rientri ci saranno molti fallimenti e la crisi (che non c’è ancora) si autoavvererà.
    Le BC prima dicono di non preoccuparsi poi la situazione peggiora e si chiede l’intervento della BC che invece di ricreare la fiducia dimostrando che è il sistema è solido fa delle mosse come se una crisi simile a quella del ’29 fosse in atto e se chi dovrebbe avere il pieno controllo dell’economia è così preoccupato figurati io. Il piano dimostra di non funzionare e se la BC non è riuscita a fronteggiare la crisi penserò che la crisi è davvero grave.
    Se si riuscisse a dire dove stanno tutte le patacche alcune banche sarebbero fallite e non ci sarebbe ciò che è ora. Sarebbe ancora possibile farlo ma non so se la BC ha ancora la credibilità per farlo.

  10. Matteo dicono:

    @Stefano
    Non ho seguito attentamente la faccenda, e potrei aver perso qualche aspetto rilevante. Ma da quel che so io l’attuale crisi finanziaria è scaturita principalmente dai mutui subprime, con il seguente meccanismo.

    La bolla nei prezzi delle case USA è stata incentivata anche dalla disponibilità estrema di credito e ha portato ad una sottostima dei rischi del settore;
    l’aumento dei prezzi delle case (che hanno raggiunto il picco nel 2006), e soprattutto il lassismo nella concessione dei prestiti (la mancata verifica delle capacità di rimborso) ha condotto nel 2007 ad un aumento significativo delle insolvenze, soprattutto dei mutui subprime;
    le perdite si sono trasferite sui CDO (Collateralized Debt Obligations), cioè i titoli basati sui mutui. Attraverso i CDO, le banche “cartolarizzano” i mutui;
    le perdite sui CDO hanno scatenato una serie di perdite nei CDS (Credit Default Swaps), che sono fondamentalmente dei contratti di assicurazione sui CDO;
    gli istituti che trattano CDO e CDS hanno subito grosse perdite (tra questi, banche commerciali e di investimento, compagnie di assicurazione, hedge fund);
    questa situazione ha causato una contrazione del credito disponibile (dei soldi che possono prestare le banche), amplificata dal fatto che molti di questi soggetti operano con un “effetto leva” molto elevato. E qui si arriva a Lehman.
    Una volta avviato il meccanismo, serve a poco tirare fuori 200 mld di dollari (valore delle case) perchè nel frattempo quel valore è stato moltiplicato dalla leva finanziaria. Siamo già arrivati a 1,400 mld di dollari (esattamente le stime “medie” presentate nella precedente discussione sui subprime in questo blog), auguriamoci di non arrivare a quelle più pessimistiche (5.000 mld di dollari). Attenzione anche al fatto che i 700 mld di dollari per il piano di salvataggio statunitense non sono stati trovati in qualche fondo di bilancio, ma si sono messe a lavorare le rotative di stato giorno e notte: altro denaro creato artificiosamente.

    E’ bella l’idea di dare a tutti la possibilità di acquistare una casa. Ma se alcune persone hanno una situazione talmente precaria che alle prime difficoltà economiche non sono in grado di poter garantire il rimborso del debito, mi dispiace, ma per il bene di tutti, è meglio che non lo contraggano affatto. Non può essere il mercato a dare soluzione a queste situazioni, ma l’intervento pubblico, ad esempio con l’edilizia popolare (che pure in certe parti degli Stati Uniti mi risulta esistere).

    Più in generale credo si possa leggere la crisi, e su questo concordo pienamente con te, come il risultato della crescente distanza tra finanza ed economia reale. Attenzione, economia reale non solo in termini di “economia produttiva” ma anche di “risorse” reali. Pochi ancora collegano l’infiammata dei prezzi del petrolio e delle materie prime, e la relativa distruzione di domanda, con l’attuale crisi. Penso invece che siano intimamente connesse: in un mondo finito i tassi di crescita algebrici della finanza non possono durare a lungo. A questo link il parere di Herman Dali sulla situazion
    http://www.theoildrum.com/node/4617#more

  11. Ivano dicono:

    Vi rimando a questo Link che riporta notizie sicuramente utili per avere una visione più ampia sul prima, l’attuale e il futuro della crisi finanziaria.

    Take look!

    http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=958

  12. marco dicono:

    @Matteo se vogliamo proprio tirare la croce di questa crisi addosso a chi ha contratto un muto subprime facciamolo pure. Il problema credo che stia da un’altra parte. Il sistema finanziario ha creato un mostro che si è ribellato al suo creatore e l’ha divorato in un boccone. Questo mostro è quel meccanismo infernale di strumenti derivati dalle sigle incomprensibili che si sono sommati gli uni sugli altri facendo perdere a tutti la bussola, compresi a quelli che questi strumenti gli avevano pensati e creati. Tutti i meccanismi che hai evidenziato nel tuo commento sono stati inventati proprio per ridurre il rischio delle banche ed degli intermediari finanziari ed evitare che dei default nei pagamenti dei mutui si concentrassero portando al fallimento di alcuni istituti finanziari. Cosa che fatti alla mano non si è dimostrata vera e che anzi ha trasformato questi derivati in un boomerang impressionante per le banche che evidentemente hanno giocato pesante su questo fronte. Il mercato dei derivati non è un mercato controllato come tutti gli altri ma è lasciato alla libera negoziazione (Over the Counter) tra i contraenti. Insomma è un mercato dove nessuno tiene i registri e non è possibile sapere che cosa fanno i diversi operatori. Il problema è che oggi siamo al reality check e qui nessuno ci capisce più nulla dell’incredibile pastrocchio che si è creato. E’ tale il livello di confusione che si è dovuto chiamare uno dei capetti (Paulson) che hanno invento ‘O sistema della finanza a provare a capirci qualcosa. Se fosse solo per i suprime non ci sarebbero problemi, le perdite sarebbe circoscritte e ragionevoli in linea con i valori di mercato. Invece qui i maghi di wall street hanno inventato un sistema da gioco delle tre carte che alla fine si è dimostrato estremamente fragile. Sono bastati dei piccoli scossoni (alcuni default nei mutui e l’aumento dei tassi di interesse) per fare venire giù tutto il palazzo.

    La cosa che rende la crisi ancora più drammatica è che ci siamo accorti che non abbiamo una soluzione a portata di mano e tutte le iniziative che sono state messi in campo procedono un po’ alla cieca. Si rpova e si vede come O’ Sistema reagisce. Finora sono stati tutti buchi nell’acqua. Speriamo di trovare al più presto qualche brillante Dr. House capace di inventarsi una cura.

    Marco

  13. Caos dicono:

    Avete notato che le banche stanno facendo pubblicità per tenersi i correntisti?
    Gli italiani sono abituati agli scandali quindi partono con poca fiducia ma c’è l’idea che le banche in Italia non falliscano che tanto c’è la garanzia del fondo interbancario sui depositi. Se per caso ci sarà qualche fallimento ci saranno le code agli sportelli anche di altre banche.
    Fossi in una banca cercherei di vincolare il credito che mi fa ora il cliente con i depositi… non so come e se sia lecito ma ad esempio proporre un pacchetto con l’etichetta “protezione totale da tutte le crisi”, se l’ansia è abbastanza alta non penso noteranno cosa c’è dentro e non avendo più fiducia in ciò che è autorevole saranno più permeabili alle voci di corridoio.

  14. Matteo dicono:

    @Marco
    Non vorrei essere frainteso: la croce non va gettata addosso ai quei poveracci che hanno stipulato mutui subprime, ma piuttosto a quelli che glieli hanno fatti sottoscrivere. Creando l’illusione che il mercato potesse ridurre o addirittura eliminare il rischio di soggetti così precari, che oggi sono costretti magari a vivere in macchina.
    Ricordo che fino a ieri illustri esperti pontificavano la solidità del sistema finanziario internazionale e la sua capacità di adattamento ai cambiamenti. Non può essere stato un piccolo scossone a far crollare tutto. Piuttosto sono meno convinto di te sulla buona volontà degli operatori finanziari di voler dare a tutti la possibilità di avere una casa e di ridurre i rischi di insolvenza. Questi signori si sono inventati nuovi modi di fare soldi dal nulla, e la loro principale preoccupazione è stata quella di passare il cerino acceso il prima possibile.
    I subprime sono in valore una minima parte dell’attuale crisi finanziaria, ma bisogna capire che da lì è partito tutto, innescando una reazione a catena, come una palla di neve che si ingrossa ad ogni rotolamento, a causa della leva finanziaria messa in moto da questi strumenti. Quando io stipulo un derivato sborso una minima parte della cifra per cui mi espongo, diciamo un 10-20%. Se indovino l’evoluzione futura della variabile sottostante allo strumento porto a casa il 100% avendo investito di tasca mia un quinto. Ma se sbaglio valutazione, pago sempre il 100%, e non posso dire “è sufficiente che io paghi il 20%”. Quel 20% è grosso modo il valore dei mutui subprime nell’attuale crisi, che però sta dando origine ad un effetto-cascata difficilmente frenabile.

  15. Gino dicono:

    Attenzione: questo commento e’ ad alto contenuto drammatico, e si raccomanda la lettura ad un pubblico adulto e consapevole.

    Complimenti a Stefano non solo per aver visto oltre la crisi dei subprime, ma per aver citato l’economia di guerra che gli USA hanno adottato da anni e che non sta dando i risultati sperati (anche perche’ la guerra stessa non ha ancora portato ai grossi contratti legati alla ricostruzione). Una soluzione tattica, quella, che aveva l’obiettivo di andare a sanare un’economia gia’ in evidenti difficolta’, sia contingenti che di prospettiva.

    Basta ricordare la sequenza delle crisi finanziarie che hanno colpito gli USA, e non solo, dall’inizio del secolo (dal flop della new economy, ai crack di colossi dai piedi d’argilla come Enron, alla crisi dei mutui subprime allo scoppio della bolla dei derivati), per capire quanto la crisi e’ strutturale, e quanto grave e’ stato l’errore di ricorrere alla finanza creativa (e alla guerra) invece che ad interventi sostanziali.

    La questione ora e’ se noi europei potremo mai tirarci fuori dal momento di cosi’ grave difficolta’ del nostro principale partner economico, solo perche’ abbiamo un approccio di “vecchio stampo” e quindi piu’ solidamente basato sui fondamentali. Vorrei essere ottimista come Stefano, ma non mi riesce, nonostante la mia natura.

    Innanzi tutto la portata della crisi oltre oceano e’ di dimensioni epocali, e il potere di coinvolgere i paesi alleati e’ cosi’ forte. In secondo luogo, le stesse ragioni che hanno indebolito l’economia reale americana, prima di arrivare alle sciagurate misure finanziarie che hanno amplificato il problema, valgono anche qui da noi.

    Produrre costa meno altrove, ma ormai anche progettare, formare, curare, fare turismo, … Praticamente sempre meno attivita’ economiche sono convenienti da noi piu’ che in cindia. Qualcuno qui sta opponendo a questa tendenza una capacita’ imprenditoriale, una creativita’, un genuino talento, sufficienti ad arginare i danni ed anzi a trasformare l’attuale fenomeno in una grande opportunita’. Ma questo non vale per il sistema preso interamente.

    Mentre da un lato competere su scala globale ci impone di essere sempre capaci del massimo, dell’eccellenza, dell’alta qualita’, abbiamo un sistema che si attesta in quasi tutti i campi su una media molto bassa, e in forte progressivo ribasso. Anzi moltissime classifiche, di ogni genere, collocano noi italiani sempre nelle posizioni di coda.

    Ci possiamo salvare solo come boutique del mondo, ma la generazione che stiamo avviando al lavoro sara’ perlopiu’ (cioe’ esclusi i best of breed) all’altezza del lavorante di bottega, solo che con l’arroganza di non volersi abbassare a tanto, e con l’inclinazione a fare il fubetto per emergere.

    Con un’economia reale cosi’ fragile, e con le ricadute della crisi finanziaria su quella economica, non ci sara’ scampo, temo. Gia’ oggi la chiusura delle linee di credito a molte PMI, da parte di molte banche, sta gettando le premesse per periodi molto difficili per l’intero sistema paese.

    Cosa fare? Vorrei avere la risposta in tasca. Ma non sarebbe giusto essere dalla parte del problema, e non da quella della soluzione.

    Allora. Cambiare le regole del gioco che non possiamo piu’ sperare di vincere. Adottare modelli economici rivoluzionari, mentre siamo ancora in grado di esercitare una certa influenza sul nostro stesso sistema economico sociale. Recuperare il valore della cooperazione (anche perche’ sara’ presto necessario). Sviluppare un’economia di reti, perche’ meno difficile da permeare. Abbandonare il consumo come valore, non per motivi ideologici ma perche’ non ce lo possiamo piu’ permettere. Recuperare il valore del lavoro, piuttosto, meglio se del lavoro intellettuale, ma anche di quello operativo. E soprattutto trovare un modo per riportare la produzione da noi, e con essa anche la capacita’ di generare PIL. Cioe’ in altre parole, investire in ricerca, e poi investire in ricerca e anche investire in ricerca. Sui materiali, sui processi, sui mercati e sui modelli di business. Investire in cultura. Investire sui giovani. Assegnare agli anziani un ruolo diverso, togliendoli dalle attivita’ produttive e valorizzandoli nella formazione e nel tutoraggio.

    Ma perche’ avventurarsi in un percorso tanto difficile, vi chiederete, tanto presto scoppiera’ la terza guerra mondiale. Gia’, proprio perche’ non vogliamo arrivare a tanto. Giusto?

  16. Caos dicono:

    Guardando ai pro e contro dell’Italia in questa crisi direi che non siamo poi messi beni come si dice in giro.
    Pro:
    * Banche che hanno investito meno in strumenti sofisticati
    * Fallimenti lenti: se un’azienda con buona redditività si è ben indebitata per finanziare la sua crescita e la sua banca le chiede i rientri e non riesce a trovare liquidità in Italia a buone probabilità che ritorni la fiducia prima del fallimento
    Contro:
    * se lo stato rompe il vincolo di bilancio il rischio di default aumenta molto velocemente anche perchè la pressione fiscale non è aumentabile
    * solo la BCE può emettere moneta e non penso sia disposta ad avere più inflazione per salvare qualche banchetta italiana
    * garanzia relativa del fondo interbancario
    * correntisti con sfiducia nel sistema italia e avversione al rischio, appena percepiscono un certo (basso) rischio vanno a ritirare i risparmi che hanno
    * bilanci delle banche poco trasparenti

    Poi vi è una politica al servizio delle banche e questo può essere sia un pro nel darle una mano (ad esempio permettendole di chiedere una ricapitalizzazione in borsa) ma anche un contro perchè il conto del salvataggio potrebbe essere caricato sulla collettività (ad esempio nazionalizzazione di una banca).
    Le aziende in Italia sono molto indebitate ma spesso chi le possiede ha la liquidità personale per fronteggiare la restituzione dei fidi ma li converrà?

  17. Caos dicono:

    poi sembra che i paesi europei abbiano poca voglia di garantire assieme il sistema bancario europeo quindi ognuno per se, neanche gli stati hanno più fiducia degli altri. Ad esempio appena il governo irlandese ha annunciato di garantire i depositi diversi inglesi hanno spostato i propri risparmi in Irlanda.Cmq la risposta dovrebbe essere globale visto che non so quanto uno stato piccolo come la Svizzera possa, in caso serva, possa salvare Credit Swiss o UBS.
    Molti stati hanno garantito i depositi ma riusciranno a farvi fronte se i depositi di un paese sono diverse volte il pil di ogni paese?
    Se la banca d’Italia e il ministero si mettessero veramente a sottoscrivere le azioni privilegiate per salvare delle banche, da decreto, devono prendere queste risorse emettendo debito pubblico o su tagli a trasferimenti a enti locali, alla scuola o uso di disponibilità di amministrazioni o enti nazionali.

  18. Stefano dicono:

    @ Caos
    Sullo stato di sofferenza di alcune banche internazionali, noisefromamerica.org ha pubblicato una inquietante tabellina che riporta il rapporto fra liquidity facilities legate a Asset Backed Commercial Paper (etichettabili come carta più o meno tossica) e funding a disposizione delle stesse banche. Non è difficilissimo capire chi sia in difficoltà.
    Per quanto questo oggi possa valere, c’è chi sta peggio di noi.
    s.

    http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Zitti_(e_fermi)_per_favore!?fb=keywords

  19. Caos dicono:

    @Stefano: l’avevo visto anch’io ma banche come ABN e ING ci sono anche da noi e di italiana c’è ne è una sola in classifica anche se tra le ultime

  20. Gino dicono:

    Non vi sembra che nelle misure annunciate dai vari organi di governo nazionali e trasnazionali, si parla fondamentalmente di garanzia del depositi e dei prestiti interbancari, quindi una misura difensiva (e secondo alcuni preventiva), ma non di qualcosa di piu’ attinente ad una delle cause dell’attuale squilibrio nei mercati finanziari, ovvero della necessita’ di regolamentare l’utilizzo dei derivati ? E cosa pensate al riguardo ?

  21. Caos dicono:

    Durante una crisi è difficile pensare al lungo periodo, appena spento l’incendio, a meno che non ne divampi un altro, si farà (spero).

  22. tommaso regazzola dicono:

    GINO, sembri interrogarti su quello su cui SI PARLA.
    Sul piano di quello che SI DICE, eccoti come Sarkozy presenta la crisi ai suoi concittadini :

    Une certaine idée de la mondialisation s’achève avec la fin d’un capitalisme financier qui avait imposé sa logique à toute l’économie et avait contribué à la pervertir. L’idée de la toute puissance du marché qui ne devait être contrarié par aucune règle, par aucune intervention politique, était une idée folle. L’idée que les marchés ont toujours raison était une idée folle. Pendant plusieurs décennies on a créé les conditions dans lesquelles l’industrie se trouvait soumise à la logique de la rentabilité financière à court terme. On a caché les risques toujours plus grands qu’on était obligé de prendre pour obtenir des rendements de plus en plus exorbitants. On a mis en place des systèmes de rémunération qui poussaient les opérateurs à prendre de plus en plus de risques inconsidérés. On a fait semblant de croire qu’en mutualisant les risques on les faisait disparaître. On a laissé les banques spéculer sur les marchés au lieu de faire leur métier qui est de mobiliser l’épargne au profit du développement économique et d’analyser le risque du crédit. On a financé le spéculateur plutôt que l’entrepreneur. On a laissé sans aucun contrôle les agences de notation et les fonds spéculatifs. On a obligé les entreprises, les banques, les compagnies d’assurance à inscrire leurs actifs dans leurs comptes aux prix du marché qui montent et qui descendent au gré de la spéculation. On a soumis les banques à des règles comptables qui ne fournissent aucune garantie sur la bonne gestion des risques mais qui, en cas de crise, contribuent à aggraver la situation au lieu d’amortir le choc. C’était une folie dont le prix se paie aujourd’hui !
    …..
    Il faut cesser d’imposer aux banques des règles de prudence qui sont d’abord une incitation à la créativité comptable plutôt qu’à une gestion rigoureuse des risques. Ce qu’il faudra dans l’avenir, c’est contrôler beaucoup mieux la façon dont elles font leur métier, la manière dont elles évaluent et dont elles gèrent leurs risques, l’efficacité de leurs contrôles internes… Il faudra imposer aux banques de financer le développement économique plutôt que la spéculation. La crise devrait amener à une restructuration de grande ampleur de tout le secteur bancaire mondial. Il va falloir s’attaquer au problème de la complexité des produits d’épargne et de l’opacité des transactions de façon à ce que chacun soit en mesure d’évaluer réellement les risques qu’il prend. Mais il faudra bien aussi se poser des questions qui fâchent comme celle des paradis fiscaux, celle des conditions dans lesquelles s’effectuent les ventes à découvert qui permettent de spéculer en vendant des titres que l’on ne possède pas ou celle de la cotation en continu qui permet d’acheter et de vendre à tout moment des actifs et dont on sait le rôle qu’elle joue dans les emballements du marché et les bulles spéculatives. Il va falloir s’interroger sur l’obligation de comptabiliser les actifs aux prix du marché qui se révèlent si déstabilisant en cas de crise. Enfin, il va falloir se décider à contrôler les agences de notation qui ont été défaillantes, et faire en sorte que plus aucune institution financière, et plus aucun fonds ne soit en mesure d’échapper au contrôle d’une autorité de régulation.
    http://contreinfo.info/article.php3?id_article=2202
    Resta, come dice Caos, da vedere quello che SI FARÀ.

  23. Stefano dicono:

    @ tommaso

    business week ha fatto una ricostruzione chiara del processo che ci ha portato alla crisi finanziaria di questi giorni.

    http://www.businessweek.com/investor/content/oct2008/pi20081017_950382.htm

    si parte dalla riorganizzazione della sorveglianza sulle attività finanziarie (1999), passando per i mutui per la casa, fino alla produzione di “carta tossica” da parte delle principali banche di investimento (lehman e bearn stearns in primis). oltre al rendiconto dei passaggi cruciali che ci hanno portato dove siamo, bw inserisce il profilo di una dozzina di uomini chiave nell’intera vicenda, da paulson al compratore americano di case. il che aiuta a dare un volto alle storie che abbiamo ricostruito in queste settimane.

    http://images.businessweek.com/ss/08/10/1017_financial_crisis/index.htm

    il pezzo è interessante, anche se l’interpretazione finale mi lascia molto perplesso.

    “Why did Wall Street ever take such dangerous risks?”

    si chiedono gli autori del pezzo?

    “The big reason, obviously, is greed.”

    onestamente, mi pare riduttivo. l’avidità ha sempre regnato dalle parti di wall street. mi pare che ancora una volta non si voglia affrontare le vere responsabilità della politica nell’intera vicenda. far finta di non vedere i legami fra la finanza e le decisioni dell’amministrazione americana degli ultimi otto anni mi sembra almeno sorprendente. se siamo arrivati a questo punto non è per l’azzardo di qualche laureato in fisica e matematica che si è prestato a modelli sgangherati, ma per puntellare scelte di politica internazionale che alla prova dei fatti si sono rivelate errori sciagurati. mi auguro che qualcuno provi a completare il puzzle con i pezzi che mancano.

    s.

  24. Matteo dicono:

    Stefano,
    non pensi che potrebbe essere proprio l’avidità a spiegare le mosse della politica in questi anni? La puntata di Report di stasera è stata emblematica: Greenspan lavora attualmente per uno degli Hedge Found che ha scommesso sull’esplosione della bolla (che lui ha contribuito massivamente a creare) e che ha guadagnato se non ricordo male 3 miliardi di dollari; c’era poi il caso della moglie di un senatore repubblicano che dopo due settimane dall’aver deregolamentato alcuni aspetti del sistema finanziario statunitense ha lasciato per entrare nel CDA della Exxon, tra le maggiori beneficiarie del suo stesso provvedimento. Ricordi come ci stupimmo dello scoprire dal film di Michael Moore, Fahrenheit 9/11, come John Major avesse lasciato la politica per diventare consulente del Carlyle Group, partecipato anche dal fratello di Osama Bin Laden? Vogliamo parlare dei rapporti che legano i 16 “salvatori” di Alitalia con la politica italiana, oppure del loro casellario giudiziario?
    Forse per noi che viviamo ancora nel mezzo di una regione fortemente manifatturiera è difficile spiegare una crisi di questa portata con l’avidità, e certamente sarebbe riduttivo. Ma sono convinto che sia questo aspetto dell’animo umano ad aver guidato molte delle scelte sciagurate di questi anni, e che il denaro, da mezzo sia diventato l’unico fine per una buona fetta del sistema economico internazionale.

  25. gino dicono:

    Sequoia Capital ha condotto un’analisi della crisi americana, che forse e’ resa piu’ lucida dal fatto di non essere in conflitto di interessi, e anzi fortemente motivata a riconoscere le vere cause e le migliori risposte, nell’interesse delle aziende clienti e quindi nei propri interessi.

    http://www.slideshare.net/eldon/sequoia-capital-on-startups-and-the-economic-downturn-presentation?type=powerpoint

    Mi ha colpito la slide dal titolo: “Earnings beginning to roll”, da cui si vede che le stime dei ricavi delle aziende USA incominciano ad essere tagliate di circa il 18% in meno rispetto a 12 mesi prima.

    Se questo e’ indubbiamente un dato da “crisi economica”, e’ anche vero che nel grafico risulta vero solo dal 2007 ad oggi.

    Analogamente, nella slide dal titolo “Unemployment spikes higher”, il picco di disoccupazione sembra essere in atto solo dal 2008, mentre le sofferenze sui mutui sono in vertiginoso aumento gia’ dall’anno prima.

    In sostanza sembra che la crisi economica sia sopraggiunta a seguito (e non che sia la causa) di una instabilita’ generale dei mercati finanziari, esplosa almeno un anno prima.

    Una instabilita’ che sarebbe legata alla crescita vertiginosa dell’indebitamento dei singoli (investimenti immobiliari), e del paese intero (per ragioni che possiamo immaginare). Un indebitamento evidentemente superiore alla reale capacita’, e possibile grazie ad una politica di bassi tassi (e di mutui subprime) da un lato, e da un abnorme ricorso a strumenti derivati dall’altro (35 volte il GDP nazionale).

    E’ chiaro pero’ che e’ venuta a mancare una politica di sviluppo economico, almeno robusta quanto il ricorso all’indebitamento (e forse proprio perche’ basata in modo infausto sull’esito della guerra in medio oriente). Di questo pero’ non c’e’ nessuna traccia nel loro documento.

  26. stefano dicono:

    Sulle performance delle banche italiane e sulle ragioni del loro (relativo) successo nel corso degli ultimi 18 mesi, consiglio un articolo interessante di Business Week.
    Come è possibile che i nostri campioni nazionali abbiano avuto molto più successo dei loro concorrenti europei? Non è una questione di ampiezza di vedute né di migliori strumenti di gestione del rischio. No. BW non ha dubbi: la ragione è un modello di business assolutamente conservativo. Che ci ha messo al riparo dai danni della crisi finanziaria.

    http://www.businessweek.com/globalbiz/content/dec2008/gb2008128_604092.htm?chan=top+news_top+news+index+-+temp_global+business

  27. Ivano dicono:

    Performance azionarie delle banche italiane ultimi 12 mesi:

    Unicredit -71%
    Intesasanpaolo -56%
    Banco Popolare -69%
    Banca Popolare di MI -57%

    io direi che sia una fortuna non essere ancora falliti… Parlare di “successo” del nostro sistema bancario mi sa tanto di eresia…

  28. stefano dicono:

    Ivano
    prima della parola successo ho inserito l’aggettivo “relativo” con una solida quota di ironia. L’articolo di BW è a sua volta ironico su un sistema bancario che non ha pagato un prezzo eccessivo (sempre rispetto ai concorrenti europei) per non aver mai osato granché.
    Come dice il detto: “chi non fa, non sbaglia”.
    Non vorrei che ne facessimo una regola..

  29. Ivano dicono:

    Stefano
    lungi da me l’idea e anche l’intenzione di darti dell’eretico. L’eresia è da attribuire a chi, per una ragione o per un’altra, ha voluto impiegare -innapropriatamente secondo me- il termine “successo” in una situazione finanziaria mondiale in cui non ci sono vincitori.

    Il tuo post lo trovo ottimo! Te lo dice uno che con gli errori ci convive quotidianamente… 😉

  30. Caos dicono:

    Basta cattive notizie anche al telegiornale che se no i nonni risparmiano su cenone e regali! Flessione della produzione industriale… ma dov’è il ministro della propaganda?

    Con questa crisi ci si guadagna tutti perchè finalmente verranno cambiate le regole, l’Italia farà eccezione ma non è una novità.

    E sarebbe ora di diffondere un minimo di cultura finanziaria che dissuada le persone a giocare i soldi in borsa come alla roulette e a capire i rischi che si prendono. Se fatichi un sacco per guadagnare qualcosa e poi acquisti patacche a peso d’oro sei un ingenuo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *