Guida minima per quarantenni spaesati dalla politica

Dopo aver partecipato all’ennesimo meeting delle autoproclamate classi dirigenti del Nordest mi sono chiesto più volte che cosa manca a una generazione volenterosa per dire la propria parola nel paese in cui vive. Dopo molti pensieri sono giunto alla conclusione che i quarantenni, in politica, hanno bisogno (disperato) di semplificare il quadro che hanno di fronte agli occhi. Leggono e si informano, è vero. Ma è tutto un parlare di città-flusso, di post-fordismi che non decollano, di reti lunghe e corte. Tutto troppo complicato. Troppo lontano dalle scelte di ogni giorno.
Così ho pensato di provare a semplificare. Al massimo.
Da che partire? Sono un economista. E quindi parto dalla forza che più di tutte sta cambiando il mondo in cui viviamo: la globalizzazione.
Dalla caduta del muro di Berlino nel 1989 più di un miliardo di persone è entrato nel gioco del capitalismo. La fine del muro non è stata solo la fine di una prospettiva politica. Ha cambiato per sempre la nostra società e la nostra economia. Le imprese hanno iniziato a delocalizzare; abbiamo incominciato a ricevere immigrati; le nostre strade e autostrade si sono intasate di camion; la Cina è entrata nella nostra vita di tutti i giorni.
Di fronte a questa enorme trasformazione la politica non ha dato risposte molto chiare. Partiamo dalla sinistra. Il suo ragionamento politico si fonda sull’ipotesi che il reddito possa essere redistribuito garantendo equità fra le classi sociali. Il meccanismo funziona fino a che il capitalista (il riccone) e l’operaio (il poverello) sono tutti residenti nel comune di Arzignano o di Montebelluna. Se le fabbriche stanno in Cina, il meccanismo redistributivo salta. E la sinistra, soprattutto nel Nord Est, non sa bene che cosa raccontare (anche per questo, molti quarantenni si guardano disorientati nei corridoi del Cuoa).
In materia di redistribuzione del reddito, la Lega ha innovato. Ha proposto una semplice variante al ragionamento socialdemocratico di cui sopra: ha detto che i soldi devono essere redistribuiti su base territoriale. Basta ideologie sulla classe operaia; il territorio vince. Non si tratta solo del federalismo fiscale. Anche la partita sull’ordine pubblico è una forma di tutela degli interessi di chi è più esposto ai rischi dell’immigrazione.
Sull’altro fronte, quello che una volta avremmo chiamato “liberale”, troviamo chi dalla globalizzazione ha un proprio tornaconto. Chi sono costoro? Sono gli imprenditori che cavalcano i mercati emergenti, sono i professionisti che viaggiano e che parlano le lingue, sono i creativi che disegnano e raccontano i prodotti del nuovo made in Italy. Anche in questo gruppo ci sono quelli che pensano al territorio, ma da un’altra visuale. I promoter della globalizzazione pensano meno ai municipi, alle piste ciclabili e alle aiuole dei parchi e pensano di più alle infrastrutture dello spazio metropolitano, all’alta velocità, agli aeroporti, alle nuove autostrade. Vogliono essere connessi con il resto del mondo e vogliono che lo spazio in cui vivono rappresenti un mercato del lavoro e dei servizi efficiente. (Molti quarantenni appartengono di fatto a questo partito pro-globalizzazione anche se, a oggi, non ne hanno coscienza).
Il discrimine fra le due opzioni per molti non è ancora granché visibile, ma nel prossimo futuro la distanza fra le posizioni potrebbe aumentare, e di molto.
Ai quarantenni la scelta.

Stefano

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19 Responses to Guida minima per quarantenni spaesati dalla politica

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  3. Giorgio Jannis dicono:

    Quindi riuscire a concepire glocalmente il territorio come Luogo del Ben-Stare, e ri-orientare i paramentri della Pubblica Amministrazione con delle politiche in grado di comprendere la qualità delle nuove forme di economia possibili (le filiere corte, flussi dentro le reti, approccio solidale, beni relazionali) in chiave territoriale “stretta”.

  4. lucio dicono:

    mmm…
    caro stefano, come al solito i tuoi spunti sono molto interessanti ma, per una volta, il tuo ragionamento non mi sembra completo.
    la sinistra non ha dato risposte e per questo è perdente su tutti i livelli in questo periodo, invece mi pare che la lega, e la destra in genere, abbiano dato una risposta molto decisa e vincente dal punto di vista elettorale.
    la chiusura.
    chiusura nei confini nazionali con il rifiuto del mercato globalizzato senza ipotesi di provare a governarlo nemmeno per quanto riguarda gli interessi nazionali.
    ma soprattutto chiusura verso l’altro, in tutti i sensi. non solo i famigerati “extracomunitari” ma anche il comune limitrofo, il vicino di casa…
    io vedo la necessità provare a fare un passo avanti nella direzione opposta a questa chiusura. solo capendo che volpago del montello è in rapporto diretto con venezia, albignasego con oderzo, roma con milano, e così via…
    la risposta dovrebbe essere l’apertura, e questa deve iniziare dal particolare per essere accettata ede estesa.

    ps, scusate le accettate nel ragionamento :)

  5. andrea ACK dicono:

    c’è un proverbio ladino che dice che non è il grande che supera il piccolo, ma il veloce il lento…

    credo i quarantenni del nord est soffrano di velocità diverse, dover ragionare alla velocità data dalla connettività permanente e poi metterci 3 ore per fare i 130 km che separano piazza san marco a venezia dall’arena di verona…

    dover correre velocissimi nella sfida dei mercati e vedersi rallentati da istituzioni che non funzionano più…

    vedersi governati da chi professa grandi valori e necessità ma poi è lento nell’applicarli…

    di essere considerati piccoli rispetto alle grandi passioni delle generazione prima della nostra, e di vedere procedere così lentamente nella ricerca della qualità la generazione successiva…

    di non vedere una strada veloce per armonizzare globalizzazione e territorio ed essere troppo lenti per arrivare al potere per poterci provare…

    di sperare di essere veloci, ma di temere di essere dei lenti….

  6. Ivano dicono:

    THE GAME IS OVER!

    Sta calando il sipario sul secondo atto del “global economic party”. Il primo atto, iniziato nell’89 con la caduta del muro di Berlino, è stato caratterizzato da un inizio lento in cui sono prevalse le pre-tattiche dei player per conoscere meglio i propri avversari. Con il 2001 è stato dato inizio al secondo atto in cui si è assistito a un acceso scontro tra i player occidentali con quelli orientali, combattuto a suo di prodotti finanziari contro prodotti industriali che stanno avendo la meglio. Non sappiamo se il terzo atto inizierà entro l’anno 2008 o ai primi del 2009, quello di cui siamo certi è che la prossima partita si giocherà tutta sulla efficacia delle strategie che i numerosi players in gioco sapranno mettere in atto.

    ARE YOU READY FOR NEW PLAY?

    Meditate gente :-)

  7. Lucia dicono:

    Non so. Stefano la tua analisi da economista è azzeccata, ma permettimi di aggiungere che i quarantenni dovrebbero cambiare direzione anche dal punto di vista “culturale” e di “stile”.
    Venerdì sera ero alla cena di gala per i 50anni dei giovani imprenditori e, scusate l’eufemismo, era tutto un parlare di tette, culi e bionde…
    Per carità, l’incontro conviviale è fondamentale per le relazioni, ma anche i contenuti lo sono. (certi rilassamenti stanno bene in uno spogliatoio)
    A mio avviso va ripresa quella cosapevolezza dell’avere una responsabilità economica, sociale e culturale in mano e, essa va gestita nel migliore dei modi possibili.

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  9. marco dicono:

    per chi è interessato al partito della globalizzazione, del terziario e delle nuove infrastrutture metropilitane segnalo il progetto dell’emilia romagna sulla tariffazione unica regionale di tutti i mezzi pubblici. http://www.mobiliter.eu/wcm/mobiliter/pagine/tariffe.htm
    semplice e al punto.
    ogni tanto copiare non gusta.

    marco

  10. andrea ACK dicono:

    @marco: vendo tesi di laurea già pronta su “imob a venezia e differenza tra innovazione (dei mezzi tecnici) e il progresso ( che mezzi tecnici dovrebbero darti)…”

    può essere usata per filosofia, ingegneria, legge, economia e commercio, statistica e quant’altro…

    venezia, terzo millennio, sigh…

  11. Giancarlo dicono:

    Stef, la tua analisi sulle posizioni politiche in campo a proposito della globalizzazione è senz’altro condivisibile. Lo schema richiama, in parte, quello usato da Robert Reich quando parlava della “secessione” sociale dal territorio dei nuovi ceti affluenti (gli analisti simbolici e gli intermediari strategici, cioè i protagonisti e i principali beneficiari della globalizzazione). Questa secessione sociale rende difficile adottare politiche re-distributive, e questo acuisce i conflitti fra chi vince e chi perde nel processo di cambiamento. La secessione che ha in mente la Lega Nord – che fa leva sulla paura dei ceti deboli delle aree forti – è speculare a quella descritta Reich, ma non rappresenta affatto una soluzione al problema re-distributivo, se non altro perché indebolisce il meccanismo della crescita economica, e questo, alla fine, rende più difficile trovare risorse da distribuire. Ma anche chi crede che il mercato risolva tutto da solo (come il solito Giavazzi, che sembra oramai l’incredibile caricatura di un economista) farebbe un errore madornale. La politica, in realtà, conta, e molto. Ma proprio per questo le nuove classi dirigenti devono misurarsi con il sistema delle decisioni collettivamente vincolanti, che è cosa diversa dall’autonomia del destino imprenditoriale. Se per il successo dell’impresa decide il mercato, nello spazio della politica conta il consenso. Che non è solo registrazione passiva di umori sociali, ma anche capacità di convincere gli altri sulla bontà di un’idea di futuro possibile. Una nuova classe dirigente, se esiste, si vede da questo.

  12. Thomas dicono:

    “(tutto) troppo lontano dalle scelte di ogni giorno”, e poi cosa proponi? una scelta ideologica che, messa così, appare scontata (chi è che vorrebbe stare con i municipi e le aiuole?!) e che forse può rincuorare, ma di certo non cambia le cose.
    A parte il preambolo, sono più d’accordo con Lucia; tale scelta dovrebbe implicare un’assunzione di responsabilità, a fare o non fare, a comportarsi in un certo modo piuttosto che in un altro.
    Partendo dalle piccole cose: adeguando gli impianti agli standard sul risparmio energetico, premiando i lavoratori in base al merito più che all’anzianità, rischiando sulle idee di qualche giovane (o meno giiovane) di talento, etc.
    Certo una classe dirigente responsabile non fa molto se non vi è anche un cittadino comune responsabile. Un cittadino che nelle idee e nelle azioni abbraccia valori quali, il rispetto dell’ambiente, l’uguaglianza, l’apertura al diverso, etc.
    Purtroppo i valori democratici non si insegnano, al massimo si possono coltivare, e in questo istituzioni, famiglia, gruppi sociali e, perchè no, classe dirigente dovrebbero fare la loro parte.
    In ogni caso, penso che il tuo post vada nella direzione giusta. “Fare politica significa fare scelte culturali”, e la nostra classe dirigente deve essere preparata a farle.

  13. Fabrizio dicono:

    Forse dipende dal fatto che certe cose bisogna proprio viverle in prima persona. Ma io credo di essere l’unico vicentino che si occupa di management e non ci ha mai messo piede e quindi “Lo spaesamento di un quarantenne del nordest nei corridoi del cuoa” mi rimanda più che altro ai film di Lina Wertmuller. Proprio non riesco ad immaginarmelo come deve essere stato. Forse è perché mi è mancato questo impatto emotivo che non arrivo a cogliere fino in fondo il contributo della guida minima che Stefano ci offre. Non mi ritrovo nei punti di riferimento e di conseguenza faccio fatica a condividere sia l’analisi che la prospettiva.

    Non mi convince, prima di tutto, l’individuazione del delitto del quale siamo invitati a preoccuparci: la sparizione del quarantenne nordestino come animale politico. A me sembra proprio che non sia stato commesso. Basti guardare le giunte ed i consigli della regione e degli enti locali del veneto usciti dalle ultime tornate elettorali amministrative e politiche. Certo, ci sono pochi quarantenni a fare i sindaci o i presidenti ma le squadre che governano province e città del nordest mi sembrano molto più giovani che in passato. La presenza di giovani nella pattuglia dei deputati veneti al parlamento nazionale mi sembra quanto mai significativa, soprattutto se confrontata con l’età media dei rappresentanti che ci davamo anche sono dieci anni fa. E last but not least per la prima volta abbiamo un ministro venetissimo, a capo di un ministero rilevante e guarda caso proprio dell’età magica.

    Se poi si allarga lo sguardo ai dirigenti pubblici il quadro di un complessivo ringiovanimento del governo locale viene confermato e lo sarà ancora più nettamente nei prossimi anni. Quindi i quarantenni ci sono e fanno politica e governo locale. Ma, con Stefano, facciamo finta di non vederli e, come Stefano, cerchiamo lo stesso il colpevole della sparizione. E qui mi viene da sospettare che si sia fatta una retata molto sommaria perché sul banco degli imputati mi vedo comparire non dei raffinati criminali ma i soliti sospetti, quelli che da anni salgono come pugili suonati sul ring dei talk show notturni di antenna3: “la Sinistra” e “la Destra”. Questi sì mi sembrano ricevere una descrizione “da manuale” nel senso che solo in un libro di testo di educazione civica degli anni ’70 troveremmo ancora quella distinzione tra obiettivi e prassi tra una sinistra che “ridistribuisce la ricchezza” ed una destra che “promuove i valori dell’iniziativa privata”.

    Il processo di profonda ridefinizione delle ideologie è in atto già da qualche decennio (forse il termine New Labour o un’amena località termale tedesca chiamata Bad Gödesberg ricorda ancora qualcosa a qualcuno) ed è comunque il caso di ricordare, en passant, che la globalizzazione di cui tanto celebriamo i fasti economici è stata preceduta e resa possibile da trasformazioni e scelte politiche, non il contrario. Ho poi dovuto farmi simbolicamente carico del turbamento congiunto di Tony Giddens ed Ilvo Diamanti nel vedere eleggere a Third Way in salsa veneta una linea politica territorialista e xenofoba. Non ci vuole molto infatti a ricordare (c’è perfino una bella canzone che si chiama L’Internazionale….) come una delle più interessanti intuizioni “di sinistra” sia stata quella di leggere i rapporti economici e sociali su scala globale (e non con le chiusure locali) ben prima della globalizzazione di fine novecento. Non hanno quindi nemmeno un movente, questi presunti colpevoli ed in mancanza di prove concrete siamo costretti a rilasciarli, magari su cauzione, ma decisamente non possiamo trattenerli.

    Il problema del rapporto tra politica e quarantenni a nord-est non origina nella rassicurante diade fordista destra-sinistra. O meglio, può anche essere che il problema si risolva lì ma solo a patto che si guardi il Veneto dal campanile di S. Marco in un giorno di foschia che impedisca allo sguardo di spaziare oltre i confini del Comune di Venezia. Qui, in questa specie di theme park delle ideologie del novecento, forse le basi del discorso di Stefano reggono ancora un po’. Ma se esce il sole e, che ne so, ti capito di gettare lo sguardo su Schio, allora no, allora evocare i soliti sospetti serve solo a riproporre analisi vecchie. La questione secondo me è un po’ più profonda ed articolata e parte proprio dalla ridefinizione dell’inquietudine di Stefano.

    Non è l’anagrafica o il volume delle classi dirigenti del Nordest che deve preoccuparci ma il loro stile e la loro prospettiva di pensiero e d’azione. Sono anch’io d’accordo con Lucia nell’identificare il nodo critico che sta alla radice della formazione stessa di una cultura di governo nella nostra regione nello scarsissimo radicamento dei valori della responsabilità collettiva rispetto ad entità più ampie dell’intorno famigliare, amicale, cittadino, provinciale o comunque locale. La centralità della “comunità locale” che ha tanti ed indubbi aspetti favorevoli sul piano sociale ed anche su quello economico grazie alla densa rete di relazioni che genera, presenta un lato oscuro che è stato cavalcato in varie forme da ogni orientamento politico. Un antistatalismo atavico, la diffidenza primordiale per l’entità uniformante, distante e regolatrice tiene assieme una varietà di espressioni della cultura politica veneta, da Toni Negri alla Lega passando per la dottrina sociale della chiesa cattolica e la mistica della Rete. A saldare queste peraltro diversissimi orientamenti è a mio avviso la resistenza ad ogni forma di legame forte che trovi giustificazione non tanto e non solo nel consenso locale “dal basso” ma soprattutto nell’opportunità tecnica ed economica di procedere, spesso rapidamente, a determinate scelte che forzatamente arrivano “dall’alto”. Cioè dalla classe dirigente.

    Manca cioè al nostro modo di governare (non solo, quindi, ai quarantenni) una delle capacità che invece hanno regioni e città eccellenti in Europa o in Cina: quella di riconoscersi in e connettersi strategicamente ad altri livelli di governo, primo fra tutti lo stato. Ed intendo proprio l’idea di stato, non ovviamente questa particolare amministrazione centrale che ci ritroviamo (perché così l’abbiamo voluta) in questo momento storico. Riusciremmo ad immaginare la crescita ed il successo di Monaco, Shanghai o S. Francisco senza il volano della società e dell’economia tedesca, cinese e americana? Molto probabilmente no. Perché chi governa quelle città e quei territori ha ben presente che il suo destino è legato a doppio filo a quello statale che bene o male continua ad essere il vero riferimento su scala globale. Ma questa consapevolezza richiede a sua volta un’idea di appartenenza ad una comunità economica e sociale più vasta di quella che si può raggiungere e governare localmente. Implica, in altri termini un senso civico che comporta responsabilità collettive e disponibilità a prendere parte a sforzi comuni che richiedono programmazione e regolazione da parte di soggetti sovraordinati.

    Non ci si scappa: analizzate i casi di successo di regioni e città nell’era della globalizzazione (in particolare i post di Stefano sulla Cina) e vedrete che si reggono sulla forza dei legami garantiti dalla condivisione di regole e da una regolazione intelligente. Non sulla sussidiarietà, non sulle reti, non sulle piattaforme orizzontali. Il problema politico della classe dirigente del nordest sta anche qui: nella disponibilità di questo vocabolario che negli ultimi decenni ha celebrato la frammentazione invece di avvertila come limite, esaltato la dispersione a spese del coordinamento, decantato il bricolage sbeffeggiando la programmazione, esaltato le transizioni al post- senza una vera analisi del presente. È qui, secondo me, che va identificato il delitto e cercati i colpevoli. E il cattivo, in questo caso, non sarebbe più la politica ma chi le offre idee, parole, giustificazioni e omissioni. Ma questo, forse, è il prossimi nodo critico da affrontare.

  14. marco dicono:

    Non penso che l’alternativa al fallimento della rete (che nel nordest non sta funzionando) sia il ritorno un po’ nostalgico alla gerarchia, come sostiene Fabrizio. La Cina sarà anche un faro in capacità decisionale ma non mi sembra un modello esportabile ne auspicabile. Nemmeno gli Stati Uniti visto che le decisioni dall’alto (Iraq in primis) hanno portato a risultati disastrosi. E nemmeno le poche occasioni in cui il nostro paese ha preso efficienti decisioni (basta vedere quello che è successo con la base di Vicenza (si veda l’ottimo articolo di diamanti-http://www.repubblica.it/2007/02/rubriche/bussole/democrazia-inutile/democrazia-inutile.html).

    Personalmente penso che vengano prima le idee e poi tutti i mezzi necessari per realizzarle. Le domande urgenti da porsi sono: abbiamo un’idea condivisa di società e del nostro futuro? abbiamo degli obiettivi comuni? In che modo vogliamo affrontare le questioni pressanti che ci riguardano? Se manca la condivisione di idee di base, una classe dirigente degna di questo nome non si formerà mai, semplicemente perchè non ha un orizzonte lungo il quale muoversi e niente da decidere.
    I bei discorsi sulle reti vanno riempiti di contenuti e di idee sulle quali si riesce a convergere. Al costo di apparire rozzo, quando parlo di idee non intendo suggestioni (inteso come vago richiamo ad un concetto generale) ma di un pensiero che possa essere applicato alla realtà che ci circonda e produrre un cambiamento.
    Stefano allo strucco propone il tema delle infrastrutture (più strade, metropolitane, alta velocità, ecc.) come elemento chiave per sfruttare a pieno i vantaggi della globalizzazione. Mi sembra un punto dal quale partire per costruire una nuova agenda politica per il nordest. Per parte mia aggiungo la necessità di accelerare il passaggio da un’economia manifatturiera ad una dei servizi innovativi (creatività, tecnologia, comunicazione) che si sta oggi consolidando attorno al progetto di innovation valley.

    Marco

  15. Stefano dicono:

    @marta
    il tuo post/commento mi ha divertito molto. aggiungo a quello che scrivi che la mia guida si rivolge a “dummies” un po’ particolari: persone che hanno letto libri, partecipato a convegni etc. etc. e che non riescono più a collegare tutto questo armamentario di concetti con le scelte basiche che la vita di ogni giorno ci costringe a fare. certo, la mia guida minima è un esercizio di semplificazione. ma la politica è anche questo.

    @lucio
    nel volume “sinistra senza sinistra” curato da feltrinelli (dizionario enciclopedico della nuova sinistra appena pubblicato) manca la voce globalizzazione. l’assenza non è un episodio isolato. esiste un mondo culturale e politico che non vuole confrontarsi con il problema. le conseguenze si vedono, soprattutto in quei territori dove la globalizzazione è un fatto al quale è impossibile sottrarsi. come il nostro.

    @giancarlo
    la tua analisi la condivido: il partito della redistribuzione territoriale non può esagerare nelle sue richieste perché altrimenti rischia di far saltare il banco. pestare troppo sull’identità locale rischia di diventare controproducente. (anche il partito della metropoli sa che deve rispettare la comunità perché altrimenti salta pure lui. ma scommette su un territorio che si progetta e si comunica.)
    mi pare tuttavia che ci sia una differenza fra i due: il primo ha già una sua storia e un suo radicamento territoriale. ha imposto de facto una sua idea di sussidiarità.
    il secondo partito non ha una sua proposta politica. sa che bisogna fare le infrastrutture (l’hardware), ma non ha ancora una sua specifica proposta culturale (un software).

    @thomas
    siamo davvero sicuri che tutti scommettono sulla metropoli? a me pare che l’agenda “municipale” oggi stravinca, almeno in termini di consenso politico. questo, per ora, è quello che dicono i sondaggi.

  16. Stefano dicono:

    @fabrizio
    i giovani quarantenni della politica nordestina sono il risultato dell’innovazione che la lega ha portato sulla scena politica. le ragioni del “partito del territorio” possono essere poco note, forse mancano gli ideologi, ma la pratica di governo c’è, soprattutto su scala locale.
    manca invece un pensiero comprensibile per una politica della metropoli. qualche elemento lo intravediamo: la politica della metropoli ha un suo modo di guardare il territorio (come progetto più che come eredità storica), ha un suo modo di pensare la sussidiarietà sociale (scommette sull’imprenditorialità più che sul solidarismo tradizionale), accetta una gerarchizzazione dello spazio più netta (le fermate della tav non possono essere più di tre in veneto e quindi dobbiamo scegliere). tutti questi elementi però non fanno ancora un pensiero politico coerente. soprattutto, non hanno trovato un leader disposto a farli propri.
    da qui lo “smarrimento” del quarantenne: abituato a conciliare e a seguire le indicazioni di chi lo ha preceduto, rischia di doversi far carico di una leadership culturale di cui ancora non si dà conto.

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  18. Caos dicono:

    Nell’imparare le lingue straniere un po’ da solo ho sempre trovato difficoltà a capire quali parole vengono veramente usate e quali, tranne le più frequenti ovviamente. I motori di ricerca potrebbero creare un motore di ricerca dei dizionari dove digiti una parola ed in base alla connessione tra parole in Internet ti restituisce dei risultati da dei dizionari, magari con delle immagini se l’oggetto è concreto o produce una certa smorfia,… tipo ti presenta una nuvola e puoi togliere gli elementi che già conosci, espandere gli elementi che ti interessano di più ed esportare su un file di testo e leggertelo mentre vai sui mezzi pubblici. La ciliegina sarebbe che potessi cercare nel testo delle canzoni perché anche il ritmo aiuta. io lo chiamerei tipo lgoogl.

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