Il fascino sottile della città-rete

Vivreste in una città di dieci, venti milioni di abitanti, come quelle che stanno emergendo nei paesi ricchi, avamposto dell’economia globale, ma anche in molti paesi dell’ex Terzo Mondo?
Apparentemente la proliferazione di megalopoli che accentrano la popolazione in pochi luoghi, densamente abitati, sembra un destino inevitabile, associato all’attuale fase della modernità. In America e in Europa, la global city si espande fornendo servizi sempre più richiesti e sempre più pregiati al resto del mondo: comunicazione, logistica, finanza, tecnologia, comando. Gli assi portanti delle grandi reti.
L’addensamento progressivo degli spazi disponibili migliora o peggiora la qualità della vita di chi li abita?
Da un lato, la città densa, centrale, offre ai suoi abitanti i vantaggi dell’iper-connessione, dove tutti sono in contatto con tutti. Ma contemporaneamente genera rendite, routines, inerzie difficili da vincere, una volta che hanno occupato tutto lo spazio disponibile. E’ per questa ragione che spesso il nuovo nasce in periferia, ossia nei reticoli a maglie larghe in cui ciascuno riesce ad auto-organizzare, con un po’ di iniziativa, il micro-spazio in cui vive e lavora e le sue adiacenze.
Nelle reti, il moltiplicarsi delle connessioni è una risorsa per fare altro: non significa di per sé migliore qualità della vita. La qualità dipende invece dalla capacità di  plasmare l’ambiente, dando allo spazio la propria forma. Significa poter costruire la “città” intorno a sé, a propria immagine e somiglianza, un po’ come succedeva agli abitanti delle Città invisibili di Italo Calvino. E’ grazie a questo spazio duttile,  aperto all’immaginazione, che le idee nascenti dal basso possono permeare i luoghi di lavoro e di consumo, dando vita alla città come identità comunitaria, legami interpersonali, filiere produttive in cui si unisce materiale e immateriale.
La geografia italiana degli insediamenti è lontanissima dal modello della megalopoli: le nostre reti urbane e industriali lavorano ancora basandosi su una pluralità di nodi distribuiti in località “minori” e in piccoli centri. E’ questa la base per inventare qualcosa di nuovo, facendo di più e di meglio. Tra un nodo e l’altro delle reti attuali ci sono spazi vuoti: poco presidiati e non ancora assegnati a questa o quella vocazione. L’ideale per sperimentare qualcosa di nuovo basandosi sulla forza (debole) delle proprie idee e sulla forza (debole) dei legami di rete.
Certo, la disordinata moltiplicazione di fabbriche, magazzini, centri commerciali nelle aree esterne ai vecchi centri urbani – piccoli e grandi – non è stata una scelta di qualità: il paesaggio ne ha sofferto, e la vita delle persone e delle imprese ha dovuto basarsi sempre di più sull’automobile o sul camion, per “riempire” spazi dispersi, da collegare anche per le più minute esigenze. Ma non si tratta di un punto di arrivo: i materiali sparsi, e un po’ inquietanti, prodotti dallo sviluppo disordinato degli ultimi trenta anni sono oggi risorse da impiegare in una logica diversa, e più consapevole.
Che cosa manca per costruire il futuro, innestando le novità su questa base di partenza? Due cose in particolare.
Innanzitutto, bisogna che i luoghi comincino davvero – e non solo a parole – a dilatarsi ed espandersi nei flussi, allargando la rete che li mette in contatto con altri luoghi nell’economia-mondo di oggi. Le reti locali, e anche quelle distrettuali, che hanno “tirato” lo sviluppo sinora non bastano più. La “città infinita” che ereditiamo dal passato va organizzata, potenziando le risorse di comunicazione, logistica e garanzia fino al punto di rendere fluida l’esperienza di luogo dei suoi abitanti, facendo loro attraversare quotidianamente la distanza che separa un luogo dall’altro, una cultura dall’altra.
Accanto a questo investimento in reti, bisogna anche mutare la forma della comunicazione e della divisione del lavoro tra luoghi. Finora, il made in Italy ha venduto prodotti, usando le economie di luogo per produrli e le economie di rete per venderli. E’ arrivato il momento di produrre e vendere idee, mettendo i prodotti al loro traino. E le idee emergono e camminano con metodi e ritmi che non sono quelli dei prodotti. Bisogna saperlo.

Enzo Rullani

clicca qui per l’articolo completo apparso su Nova

Share
Questa voce è stata pubblicata in Spazi e metropoli. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

2 Responses to Il fascino sottile della città-rete

  1. Pingback: Le idee vengono prima « ODDTAG

  2. Ivano dicono:

    Prof. Rullani, oltre ad essermi riletto molto volentieri il suo articolo di cui vorrei sottolineare un passaggio “è arrivato il momento di produrre e vendere idee”, sono andato ad ascoltarmi anche i suoi interventi in Confindustria Modena e Catania (metto i link, ve li consiglio vivamente).

    Modena 26/09/2008
    http://www.confindustriaixi.it/it/intervento/modena_26-09-2007/rullani.html

    Messina 21/04/2008
    http://www.confindustriaixi.it/it/intervento/catania_210408/rullani.html

    Lei è forte e le assicuro che dopo aver ascoltato i suoi interventi, insieme alla soddisfazione e alle conferme che ho ricevuto a livello personale e professionale, mi è preso lo sconforto; le cose si sanno, vengono dette in sedi autorevoli da professionisti autorevoli come lei e ancora tutto va con una lentezza a dir poco: IRRESPONSABILE!! Prof. Rullani, mi dica una cosa, ma tutto questo non le da un po fastidio? Io al posto suo mi incacchierei, e non poco… Lei appartiene al partito del fare e lo conferma la passione che trasmette nei suoi interventi: perchè nel nostro paese tutto è così macchinoso, tutto così lento tutto così troppo somaro (passatemi il termine).

    Creare delle reti dell’immateriale, fare sistema sono troppi anni che ne sento parlare a cui non sono seguite le doverose azioni che avrebbero dovuto esserci. Ma dobbiamo aspettare che ci muoia la vacca in stalla per accorgerci che non abbiamo più latte??

    Sono d’accordo con lei che siamo molto indietro nei settori dell’IT, nel biotech etc etc ma per quanto economicamente strategiche siano i settori menzionati non è una giustificazione per trascurare i nostri tradizionali comparti manifatturieri… Quelli abbiamo e con quelli dobbiamo fare cercando di sfruttare al meglio i tradizionali processi produttivi puntando maggiormente sull’innovazione di prodotto. Questo almeno è il mio pensiero…

    Scusatemi se la butto sul personale ma sono ormai quasi sette anni che mi occupo di innovazione industriale, formalmente dal 2002, e il mio principio ispiratore è stata proprio l’innovazione di prodotto calzante con le nostre specializzazioni manifatturiere, il tutto concepito in un contesto di processo già esistente nelle nostre strutture industriali. Mi occupo dell’ideologia di prodotto, prototipazione virtuale, gestisco personalmente stesura e iter brevettuale nazionale e internazionale (fino a ora ho sempre ottenuto i requisiti di brevettabilità –PCT- per tutte le domande inoltrate –media internazionale 6 su 100 -fonte WIPO-). Mi prendo la briga di presentare il tutto complementato da studi preliminari di fattibilità industriale/commerciale in cui tutti i dati presentati (con possibilità di verifica) forniscono chiare indicazioni sulle ottime potenzialità intrinseche al progetto. In cambio ho ricevuto solo umiliazioni dagli industriali che ho incontrato come se l’innovazione che conta sia targata Centri di Ricerca con nomi antisonanti. Ho provato a frequentare il mondo accademico certo che avrei trovato la cultura necessaria per capire se ero nella strada giusta o sbagliata, e invece ho raccolto solo compassione e le assicuro che non c’è di peggio soprattutto quando si ottengono risultati certificati differenza di… Nella difficoltà di poter mantenere in vita i miei brevetti ho offerto in regalo tutta la proprietà intellettuale in possesso della mia azienda (3 brevetti internazionali) al direttore dello Start Cube dell’Università di Padova, e mi ha risposto no grazie. Ho proposto il contratto per diritto di prelazione tecnologica (http://www.sendspace.com/file/m430d8) pensato per agevolare l’aggregazione di più aziende intenzionate allo sviluppo industriale di un nuovo progetto, e non ho ottenuto nessun riscontro. Non essendo uno che molla tanto facilmente ho messo a punto una strategia operativa-finanziaria per uno dei miei progetti industriali (http://www.sendspace.com/file/3zd4ln), dove si evince che per una azienda già strutturata l’investimento di start up è abbordabile anche per una piccola azienda (5/8 Mln di fatturato): manco mi rispondono al telefono quando li chiamo (gli industriali interpellati).

    Prof. Rullani, anche se qualcuno potrebbe dire che sono sull’orlo di una crisi di nervi, ma secondo lei, che oltre a essere uno studioso molto avveduto sull’argomento trattato mi sembra anche una brava persona, cosa potrei fare di più?

    Galileo e Cartesio ci hanno insegnato il metodo scientifico, A. Einstein con i suoi calcoli fatti con carta e penna senza l’ausilio della calcolatrice ha cambiato il modo di concepire la scienza, Giulio Natta aiutato da un buon team di collaboratori quattro ampolle e due fornellini ha ottenuto il polipropilene dando vita a una vera rivoluzione industriale. Prof. Rullani, Studiosi e Blogger vi propongo delle riflessioni: siamo sicuri che conosciamo i nostri problemi economici? se si, ci siamo posti degli obiettivi? Ci siamo fatti un’idea di quali strumenti ci servono per raggiungere tali obiettivi?

    Seneca diceva che “non c’è vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Stando non solo ai fatti miei ma anche a livello generale nazionale mi sa che c’è parecchia confusione in giro… che ne dite?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *